martedì 20 gennaio 2009

Enciclopedia del ricordare, "Lessico familiare"



Nel cuore dell’antichissima città sollevata sulle sue alture a guardare il mare e i suoi templi, nell’androne del vecchio palazzo, dove c’erano solo due porte affrontate, i cui appartamenti erano a pianterreno sulla strada, e dalla parte opposta avevano i balconi perché la collina digradava, i ragazzini giocavano a palla. L’uno tirava il pallone contro il muro e chiamava quello che dopo di lui doveva calciarlo. Erano tre fratelli, due bambine e un maschietto, e s’erano inventati per l’occasione un nome ciascuno. Due erano quasi uguali, se non per la sillaba iniziale e il terzo invece era completamente diverso: Llacchera, Pillacchera e Tarlone. A questi soprannomi che avevano echeggiato insieme al rimbombo della palla nel vecchio androne dell’antichissima città, che ben presto lasciarono per trasferirsi altrove, non pensarono più o anche se qualche volta essi tornavano nella loro mente non li pronunciarono più.
Nella loro nuova casa nella città per loro nuova venne a raggiungerli una sorellina. Siccome i suoi fratelli erano molto più grandi di lei la piccola cresceva soprattutto a contatto con la madre che le raccontava tante favole, le più belle e famose, che si faceva ripetere appena già finite, ma soprattutto le raccontava storie di quella città che avevano lasciato, dove non sarebbe più tornata. I suoi fratelli invece non avevano tempo per giocare con lei e raccontarle le loro storie. La madre le raccontava soprattutto non della casa con l’androne dove i bambini avevano giocato per non stare sulla strada, ma della casa del nonno, del giardino, dei fiori che il nonno coltivava, della rosa bianca Regina delle Nevi che fioriva in inverno e che alla bambina sembrava della stessa sostanza di quelle delle favole. Le raccontava della sua infanzia e della sua giovinezza, di tutti quei parenti, ognuno con una storia interessante e complicata come un romanzo, ogni volta uno da mettere in primo piano.
La bambina cresceva e sapeva tutte quelle storie a memoria ma poi si stancò di stare ad ascoltare sua madre e alla fine s’accorse che non le ricordava più tanto bene. Le ricordava sì ma senza quel nitore con cui le aveva sapute immaginare da bambina e mentre sua madre invecchiava questo era uno dei suoi crucci segreti, di non aver saputo ritenere come avrebbe voluto i ricordi che lei le aveva raccontato.
Ma la madre raccontava sempre della casa del nonno e della sua gioventù in quella città lontana e quando la sua figlia minore si sposò anche suo marito conobbe quelle storie. Eppure anche quelle volte la figlia si distraeva e non riusciva più a riappropriarsi di quei ricordi come li aveva posseduti quand’era bambina. Ripensandoci però la figlia si persuadeva che i ricordi della sua infanzia erano incastonati nei racconti di sua madre.
Molto tempo dopo durante il quale i quattro fratelli s’erano fatti ognuno la loro famiglia e rimasti senza i genitori, accadde che due di loro litigarono e non si parlarono per diversi anni. Il tempo e la malattia di uno alla fine ebbero la meglio sull’ostilità, l’incomprensione che si era creata tra loro. Allora il fratello più grande riprese il vecchio soprannome che si era dato quand’era bambino, Tarlone - ma che razza di nome è? - disse sua figlia quando lo sentì - e anche le sorelle si ricordarono il loro, LLacchera e Pillacchera, e anche se la sorella più piccola, quella con cui aveva litigato, allora non era ancora nata, si riunirono tutti idealmente nell’androne di quel vecchio palazzo di quella città antichissima sollevata a guardare il mare.
E la cosa più strana è che un giorno si misero insieme a cercare di ricostruire com’era fatto il giardino del nonno. E finalmente alla loro sorella più piccola sembrò che la nebbia che avvolgeva quei ricordi si dissolvesse e le cose descritte da sua madre si ricolorassero.
Il giardino del nonno veniva definito come un giardino pensile. Un trapezio allungato, compreso tra la casa e i muri di cinta. Il muro esterno più lungo, costeggiava una stradina che scendeva verso il basso, poiché tutta la città digradava precipitosamente dalle sue alture verso il mare lontano pochi chilometri, quel mare antichissimo pure lui colmo di storia. Il lato più stretto era quello che dava sul mare, e perciò a sud ovest, e però s’alzava sulla strada e le case di sotto a diventare una terrazza con la ringhiera, mentre il muro che si ricongiungeva alla casa, la quale stava sul lato opposto alla terrazza, chiudeva sul dirupo della collina, aspro in quel punto. Il portone, anzi “l’entrata” si trovava a capo della stradina, poco dopo avervi svoltato dalla strada principale. Entrati, un cortile ampio lastricato di mattoni rossi, rialzato ai bordi, così da formare a destra lungo il muro di casa come un sedile. A sinistra c’erano dei vasi sul bordo rialzato a chiudere quel lato del cortile e quindi da terra i tralci della vite che s’alzavano a fare da pergola – sulla pergola i tre fratelli più grandi erano tutti d’accordo-. Una prima porta, a vetri, di uno stanzone profondo che aveva il muro esterno ad angolo sulla stradina, s’apriva a destra, poi la casa faceva angolo e di fronte, in fondo al cortile, c’era l‘ingresso principale, che immetteva nel soggiorno-salotto, da cui si arrivava in avanti alla cucina e sul retro alle camere da letto. Succedeva che man mano che la casa si precisava nella sua struttura e nei suoi rapporti con il giardino la figlia più piccola poteva ricollocarvi sua madre, e i nonni e gli zii, e recuperare molto delle storie che aveva sentito; ritrovava sua madre e il sentimento affettivo che la legava a lei nei momenti in cui l’ aveva ascoltata da bambina.
Appena dentro il giardino, a sinistra, c’era una grande vasca attaccata al muro, piena di pesci, che quando s’entrava accoglieva con una zaffata d’umido e i bambini dovevano arrampicarcisi per riuscire a vedere i pesci. Decisamente la vasca era la cosa che i fratelli ricordavano meglio, anche la più piccola che non l’aveva mai vista. Dalla casa alcuni gradini scendevano nel giardino vero e proprio con i vialetti segnati dalle siepi di mortella profumata, le rose e gli alberi da frutta: nespoli, melograni, meli cotogni e mandarini con i frutti “grossi così”. Un alto carrubo stava vicino alla cucina. Si poteva ritornare alla fontana all’entrata o, percorrendo il sentiero principale che era al centro del giardino, salire dritti alla terrazza, tra due muri di gelsomino. C’era un contrasto vivace tra il giardino così fitto di alberi e piante, quasi cupo e però riposante, che insieme ala pergola lasciava in ombra le stanze della casa, tutta a pianterreno, e la terrazza assolata, lastricata di mattoni anch’essa, con maioliche azzurre alla parete e piena di rose alla ringhiera. Come doveva essere stata magnifica la vista del mare da quella terrazza, e com’era stata decantata, con quel mare così azzurro quand’era azzurro, con la curva della costa così ampia e maestosa da far distendere l’anima come in un lungo respiro.
Ma in quel giardino c’erano ancora altre attrazioni. Lo stanzone con la porta a vetri sul lato del cortile conteneva le statue della Madonna addolorata e del Cristo morto a grandezza naturale. Stavano sempre lì sopra una tavola rialzata tutto l’anno, e la porta a vetri l’incorniciava come in una bacheca. Il Venerdì Santo però erano portati in processione e la stanza veniva addobbata affinché la gente potesse poi entrare a vedere quella sacra rappresentazione. Un po’ di quella devozione, del gusto delle statue di santi, la madre l’aveva portato con sé lontano da quella città e dalla casa paterna tanto amata. Con quelle statuette di santi la figlia minore aveva anche giocato e a qualcuna si era staccata la testa, qualcuna era andata in frantumi, così della grande grotta della Madonna di Lourdes che in basso aveva l’incavo quadrato dove mettere Santa Bernadette era rimasta solo la grotta che poi fu donata al vicino convento di suore. Il “Cuore di Gesù”, nel suo tempietto di metallo, si era salvato, la cupola di vetro del tempietto no. Ma soprattutto era rimasto Il Bambinello nella sua teca di legno con il vetro su tre lati. L’aveva vinto uno zio ad una riffa e l’aveva portato alla sorella in corteo con gli amici per le strade della città. Poi gli era stata fatta la vetrina di legno per custodirlo. Era stato il santuario della famiglia e quando si pensò che un giorno sarebbe stato anche lui mandato alle suore la figlia più piccola aveva detto: – Allora lo prendo io. – Così sua madre quando stava per morire ma aveva ancora la forza di parlare, tra le altre cose affermò che il bambinello doveva restare a quella sua figliola.
Un’altra particolarità della casa del nonno era l’uccelliera cui si accedeva da una botola nel pavimento della cucina ma i fratelli congetturavano che quell’ambiente dovesse avere una anche portafinestra che dava all’esterno, poiché le gabbie la mattina dovevano essere portate all’aperto e nel pomeriggio riportate nella camera e coperte con un panno e attraverso la botola sarebbe stato troppo faticoso. Secondo lo zio, il nonno poteva considerarsi un vero ornitologo, infatti allevava centinaia d’uccelli, in particolare passeriformi, delle famiglie dei fringuelli e dei tordi e cioè cardellini, passeri canarini, ciuffolotti, verdoni, usignoli ed altre specie che incrociava producendo nuove razze. Era soprattutto interessato agli uccelli canori ed era orgoglioso di aver selezionato un campione del canto che era chiamato mastro cantore, per la qualcosa ebbe a vedersela col vescovo, forestiero, venuto da una lontana regione del nord, che se n’era invaghito e glielo aveva richiesto.
E dunque nel giardino del nonno il profumo dei fiori e dei frutti doveva essere accompagnato dal concerto degli uccelli canori.
Quando il nonno morì la casa fu venduta.
Poi vollero ingrandire la città e costruirono alti palazzoni che ne modificarono l’immagine esterna, e chiusero la vista del mare a molte delle vecchie case della città e anche al giardino del nonno. La terrazza sparì. I grattacieli moderni, come alberi giganteschi a cui fosse stato fatto un brutto incantesimo e trasformati in parallelepipedi di cemento pieni di buchi, affondavano le loro radici giù, giù in fondo alla nuova strada e all’altezza della stradina se ne vedeva solo la parte superiore che ancora sovrastava dall’alto le vecchie case.
I fratelli ciascuno per suo conto avevano, negli anni, fatto visita, chi più volte, all’antichissima città, e avevano visto i cambiamenti dall’esterno della casa del nonno. Ora cercarono su Google Earth e videro dall’alto che anche l’interno del giardino era molto cambiato e non in meglio ma di tutto ciò non si dispiacquero perché sta scritto nella canzone:
There are places I’ll remember
All my life, though some have changed,
Some forever, not for better!

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Cara Dorrit.
leggere il tuo racconto mi ha commosso, mi ha fatto tornare indietro alla mia infanzia. Anch'io ho avuto un nonno che abitava in una casa col giardino, in mezzo alla campagna toscana. Il suo giardino era simile a quello che tu hai descritto, non c'era la vasca dei pesci rossi, non c'erano quelle rose e quegli alberi da frutta, ma c'erano altri frutti, ciliegie, pesche. C'erano anche lì, le siepi di mortella, che delimitavano angusti sentierini, dove noi bambini andavamo a giocare a nascondino. Era tanto tempo che non pensavo più a tutto questo, alla mia infanzia più beata. Per questo ti devo dire grazie. Se non avessi letto il tuo racconto, forse non avrei più ricordato quei momenti sereni e ormai così lontani.Di nuovo grazie.
Anonimo

Lampada ha detto...

Mia Dorrit,
scusa se ti chiamo così, ma ormai mi sei diventata familiare. Appena posso - se trovo 5 minuti - vengo a leggere il tuo blog, per vedere se hai aggiunto qualcosa di nuovo. Non sono mai delusa da quello che scrivi, sai parlare di tanti argomenti diversi, che hanno sempre dei motivi attraenti. Non dico che sono sempre d'accordo con essi, ma, forse proprio per questo, sono stimolanti e mi fanno riflettere. Questo di oggi è uno scritto, che denota il tuo attaccamento alle memorie del passato, belle o brutte che siano, e del cui ricordo sei fiera. E forse è così: non si può allontare il passato dalla nostra vita, perchè altrimenti creeremmo dei vuoti nell'esistenza presente, che difficilmente riusciremmo poi a riempire. Io, per es., fino adesso non ho mai pensato alla mia infanzia e non mi sono soffermata con intenzione quelle volte che qualche ricordo veniva a galla spontaneamente. Penso che sia stato un errore: chissa quanti lati della mia vita odierna mi sarebbero più chiari, se l'avessi fatto.
Continua a scrivere così.
Lampada

Anonimo ha detto...

Cara piccola Dorrit,
mi ha fatto molto piacere leggere il tuo "Lessico familiare", come anche tutti gli altri argomenti che affronti nel tuo blog. Posso dire che possiedi delle ottime qualita` analitiche che ti portano subito a considerare il punto cruciale di ogni soggetto.
Mi sono proprio immedesimato nei fratelli della tua storia perche' anch'io come loro mi sono trasferito in un'altra citta` e, all'inizio, non facevo altro che andare su e giu`, nella mia mente, per quelle strade conosciute e amate: un poco di nostalgia, forse. Comunque mi sono fatto mentalmente queste passeggiatine tante di quelle volte che mi sono rimasti impressi degli indelebili video mentali cosicche', anche se nella realta' sono certamente avvenuti dei cambiamenti nei luoghi della mia citta` natale, non devo fare altro che ricorrere alla mia moviola mentale per ricostruire il passato nel presente.
Come giustamente hai scritto nel tuo "Lo scialo" e` bene ricordarsi del passato, della nostra fanciullezza, ma solo se sono ricordi felici, altrimenti e` bene non soffermarsi su di essi, ma anche non metterli completamente nel dimenticatoio: tutto ci puo` servire di lezione o per trarne del buono.
Un tuo assiduo lettore.

piccola dorrit ha detto...

Due aspetti opposti del ricordare, su cui ho cercato in diversi post di riflettere. Quello positivo dei ricordi strutturanti, delle nostre radici e, ancora, dei motivi nascosti, quando noi stessi non ce li rendiamo manifesti, della nostra ispirazione, della fonte delle immagini attraverso cui ci esprimiamo. Dall’altra parte i ricordi “cattivi”, i rancori che dobbiamo superare e lasciarci alle spalle.
La ricerca continua.

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