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mercoledì 5 dicembre 2012

La sentenza della Corte sul conflitto di attribuzione tra il Presidente della Repubblica e la procura di Palermo


Ma siamo ancora l’Italia del ‘500 ?
Forse alla fin fine ci conoscono bene gli inglesi, che ancora ci dipingono come fossimo ai tempi dei Borgia, cioè quelli delle congiure… che non ci fidiamo tra di noi … dei pugnali veleni e… segreti che oggi sono gli inappellabili  segreti di Stato. Dei segreti la classe dirigente italiana non riesce a fare a meno, così come delle immunità, segno evidente che è rimasta indietro di secoli rispetto alle democrazie occidentali, quando, ad esempio, alla Casa Bianca ogni telefonata è automaticamente registrata. Questi segreti, queste immunità che distinguono gli organi di rappresentanza dai comuni cittadini si può vedere che invece di tutelare possono ostacolare la democrazia e la ricerca della verità. E se si vuole davvero ammodernare il paese e avvicinarlo realmente alle altre democrazie occorrerà sfoltire di molto.

(vedi post precedente: "Vent'anni da via d'Amelio").

Bell'Italia ancora


mercoledì 17 ottobre 2012

Risposta a Barbara Spinelli che scrive su Repubblica


Cara Barbara Spinelli, 
come non essere d’accordo con Lei, con quanto dice nel suo articolo di oggi su Repubblica. Eppure mi riservo qualche precisazione.
E’ vero che molti e molte che avevano partecipato alla lotta per la liberazione ad un certo punto si sentirono traditi, messi da parte e quegli ideali e idee fattive di ri-“fare l’Italia” furono lasciati all’amarezza e al rimpianto, ma oggi le cose sono un po’ diverse e forse anche peggio.

Non è solo il populismo il dato rilevante, che di questa malattia forse non ci libereremo mai perché sta nel nostro carattere.

Il peggio, mi si permetta dato che credo nello spirito popolare, non sta nel popolo che si lascerebbe imbonire - da cosa a questo punto? - ma nel vuoto della politica o per dire ancor meglio ne la politica del vuoto, o meglio ancora, dell’assenza. 
I vecchi politici, infatti, non hanno più parole per il popolo o doni da offrire o favole da raccontare, ma giustificano il loro persistere in quanto categoria imprescindibile, secondo loro, della nostra democrazia parlamentare e tutta la vecchia classe dirigente si trincera dietro di loro, ma è un pararsi con dei fantasmi.  Non a caso Veltroni  ri-dice ora di fare le valigie e quindi si ripresenta con l’assenza: l’assenza sta diventando un valore. 

Allora, per porre rimedio, i vecchi partiti e la vecchia classe dirigente hanno finito per delegare ai tecnici, pensando di aver trovato con loro un porto sicuro nella bufera economica e se la democrazia e la libertà di scelta del popolo, che è visto come popolo bue o pecora che dir si voglia, cioè la rappresentanza democratica, ne soffriranno: be’ pazienza! Ma chi considera la democrazia il bene primario non può non vedere in ciò il vero peggio per gli italiani, proprio in questa riduzione della democrazia,  che diventa un “tanto peggio tanto meglio”!

Cara Spinelli, lei dice bene che bisogna spendersi per una legge vera contro la corruzione, ma non c’è da difendere solo le mura della legge ma quelle della democrazia che vengono ancor prima, sono il cerchio più grande,  e comprendono quelle e le determinano. Non a caso le attuali democrazie occidentali si definiscono le democrazie  delle regole, il che vuol dire che sono le regole che tutti devono rispettare la sostanza della democrazia ma le regole e il loro rispetto discendono dalla forza della democrazia.

 Ad esempio, come si fa a difendere l’esclusione delle preferenze nella legge elettorale come ha fatto Eugenio Scalfari, sempre su Repubblica domenica scorsa? 
A parte il fatto che non si è riuscito nell’intento con cui l’esclusione si giustificava, di tenere cioè lontane le clientele e i collusi con la criminalità organizzata, in quanto il nostro attuale parlamento è ricco come non mai in precedenza di indagati e di rinviati a giudizio – si legga il post che precede -; a parte il metodo di voler raddrizzare una stortura aggiungendone un’altra; la cosa più grave è che così si è cominciato a limitare la libertà di scelta dei cittadini , a indebolire la rappresentanza. 
Non dobbiamo dimenticare proprio quello che chi vuole tutelare i vecchi partiti non smette di ricordare e su cui più si basa per argomentare: che noi siamo una repubblica parlamentare, con la chiosa che sarebbe la più perfetta del mondo! 
Ma allora se il  popolo italiano non sceglie direttamente né il capo del governo con il consiglio dei ministri, né il capo dello Stato, permetteranno Lor Signori che il popolo scelga almeno i singoli parlamentari che lo devono rappresentare, per la qual cosa è in questa funzione detto popolo sovrano, o, come ho già scritto nel post precedente, ci si vuole avviare ad un “assolutismo illuminato post moderno” di tipo tecnicista, il “montismo”? 

Ripeto perciò le sue parole: non è tardi mai per divenire adulti e sovrani nella cocienza. Per difendere la nostra libertà di scelta di rappresentanza di democrazia senza cui la città da difendere non avrebbe senso.


giovedì 4 ottobre 2012

La crisi della politica italiana


Non c’è solo la crisi economica.

I vecchi politici, o anche se non vecchissimi comunque esponenti della vecchia politica, si aggrappano ancora una volta al tecnico, come Casini e Fini, e appoggiano la sortita di Monti, un evento, il riproporsi  cioè di un neoeletto senatore a vita, che come tale non ha neanche bisogno di candidarsi alle elezioni, che mi sembra non abbia precedenti nella storia della Repubblica. Il leader dell’attuale maggior partito a detta dei sondaggi, Bersani, ha  a suo tempo rilasciato dichiarazioni del tipo che non gli andava di governare sulle macerie e s’è  opposto un po’ troppo debolmente alla candidatura di Monti nella prossima legislatura. La situazione generale sarebbe perciò che ai  politici, insomma, non gli andrebbe di governare e ancora delegherebbero volentieri a un tecnico: a questo siamo ridotti. Non un provvedimento d’emergenza, come si era configurato a metà della legislatura in corso, a fronte della perdita della maggioranza parlamentare (e della fiducia dei mercati) da parte del governo Berlusconi, della sua inazione e inettitudine circa le misure anticrisi,  e della concomitante incapacità già allora evidenziatasi dei partiti di trovare un accordo ed assumersi la responsabilità di scelte impopolari. No, l’affido al tecnico si dovrebbe protrarre nella nuova legislatura sgravando i politici! E’ con questi buoni propositi che i vecchi politici sembrano avere il coraggio di ripresentarsi agli elettori, mentre a questo punto di coraggio, e coerenza, dovrebbero averne per fare i bagagli e andare in pensione.

Fuori d’Italia la maggior parte dei governi occidentali, dall’America alla Germania, ha salutato con piacere il riproporsi del tecnico Monti, la Merkel in particolare s’è espressa decisamente e la comprendiamo perché è troppo vivo in lei il ricordo di Berlusconi ma tutti insieme i governanti stranieri temono per noi un Berlusconi bis – la cui ultima uscita, che “dovrebbe essere la Germania ad abbandonare l’euro”, non ha potuto che rafforzare nel timore – o  qualcosa che gli somigli. E quando mai si era arrivati a questo punto di discredito a livello internazionale tanto da esprimersi già sulle scelte elettorali di un paese democratico?

In Italia le élites che parlano attraverso i grandi giornali hanno anche loro salutato con favore la proposta di Monti. Un paese bambino che non sa votare, che si lascia irretire dal racconta- favole, dall’imbonitore di turno e che va guidato dall’alto e se i vecchi partiti non sono più all’altezza di governare e d’indirizzare al meglio le masse meglio affidarsi al tecnico. Sì: un paese eternamente bambino e in affido permanente, questo sarebbe il vero grado della nostra democrazia, secondo le élites.
Ma questo è un ragionamento circolare che si morde la coda: ammesso che il paese sia rimasto almeno in parte bambino – e chissà quanta parte ha in ciò il carattere genetico, il nostro discendere dalla plebe romana – è da pensare quanto di questo stato non siano responsabili proprio le élites che con il loro guidare dall’alto non hanno reso possibile l’auto-responsabilizzazione e hanno fallito nell’educazione del popolo.
La riprova di questo atteggiamento sta nella chiusura totale verso i movimenti e in particolare oggi verso il movimento 5 Stelle presentato spesso come il diavolo. E invece un giornale straniero importante come il Washington Post ne ha fatto giorni addietro un’analisi equilibrata che contrasta le più negative analisi nostrane di populismo.  Come allora uscire dalla crisi politica se non si apre al rinnovamento  - mentre ancora c’è una legge elettorale a liste bloccate che va bene a tutti i partiti – se non si riconosce che gli italiani sanno pensare ed auto organizzarsi ma proprio a questi si vorrebbe precludere le vie della rappresentanza?

Perché se ci teniamo al benessere raggiunto e quindi alla gestione della crisi economica è pure importante non dimenticare che la libertà e la democrazia che è sostenuta da una rappresentanza vera e vitale sono tra i beni primari come l’aria.

lunedì 2 luglio 2012

Europei: tifare Italia ci ha fatto bene


 Anche con la finale amara è stato bello lo stesso. Questa nazionale ha saputo radunarci nelle piazze e nelle case a tifare Italia e gliene restiamo grati… e per quanto di bello abbiamo visto e ci ha fatto sperare gliene restiamo grati.
Per il resto ritorno ad un mio vecchio post, relativo ai mondiali, dove scrissi “campioni di un attimo”. Perché una partita di calcio è sempre un’attimo’, cioè un episodio. E non è vero che la Spagna è più forte ma lo è stata ieri sera, quando invece noi “non c’eravamo più… non cantavamo più…”: al primo incontro infatti avevamo pareggiato; gli spagnoli sono arrivati alla finale non per loro manifesta superiorità in quanto nello scontro con il Portogallo sono stati aiutati dalla sorte; il nostro non essere in grado di sostenere la partita per le cattive condizioni fisiche di diversi giocatori, tanto da restare in dieci uomini, è stato evidente.

E se qualcuno ha voglia di criticare questo paese proprio per i tifo e la commozione che la nazionale di calcio ha saputo suscitare che se ne vada allora a quel paese.

venerdì 29 giugno 2012

Europei, la finale più giusta: Italia-Portogallo

Ma la Spagna resta favorita, come lo era la Germania, bene così.
Perché Italia e Portogallo hanno mostrato diverse doti in comune e mentre la prima non è stata avversata dalla sorte, la seconda sì. E Buffon ha avuto una parte di ragione ad arrabbiarsi con la scusante d’essere a sangue caldo a fine partita e sotto l’estremo attacco tedesco con lo spettro di finire come i lusitani… ma ieri sera non c’erano spettri o malasorte che potessero, nell’arco dei novanta minuti, contrastare la nostra meritata vittoria.
Squadre in certo qual modo simili, dicevamo, Italia e Portogallo, in quanto cresciute durante il torneo e con individualità capaci di fare la differenza. All’opposto, Spagna e Germania, squadre forti soprattutto per tecniche di gioco, schieramento e geometrie talmente collaudate da renderle poco duttili, giganti dai piedi d’argilla. Dall'altra parte Italia e Portogallo che hanno saputo nel corso delle partite mostrare di cambiare strategia a secondo dell’avversario: non adattarsi all’avversario, beninteso, non dovevamo “fermare Zidane”, ma abbiamo dato la dimostrazione di quanto la 'strategia della partita’ permetta di conquistare il campo e di far prevalere il proprio gioco di squadra cioè di battere l’avversario sul suo stesso terreno.
Con l’aggiunta, naturalmente di maggior estro e creatività.  
Sta a noi a noi meditare su quanto del buono fin qui visto sul campo di calcio possiamo applicare al Paese in difficoltà.

martedì 22 novembre 2011

L'Italia all'Europa: siamo tornati!

Mario Monti è a Bruxelles per riprendere un cammino interrotto, quello del consolidamento dell'Unione Europa, non solo per i nostri problemi. Ciò che nel post precedente s'è detto per l'Italia, che una situazione di grave emergenza può essere motivo di superamento dei particolarismi vale, infatti, altrettanto per l'insieme degli stati europei, e quindi la crisi finanziaria attuale è per un verso l'occasione per il varo di quelle leggi e misure che da tempo il progetto di unificazione prevedeva e, in particolare per la situazione contingente, di quelle  che mettano al sicuro la nostra moneta.
Siamo tornati con un premier competente che, oltrechè spiegare ciò che conta di fare per i nostri conti pubblici, potrà essere illuminante anche con Merkel e Sarkozy su cosa fare per l'Europa. E c'è un altro italiano, Mario Draghi, alla guida della Banca Centrale Europea. Eh sì siamo proprio tornati, noi che siamo stati tra i fondatori dell'UE, che storicamente abbiamo dato così tanto a questa civiltà da e nel corso di più di duemila anni e che oggi  restiamo terzi per economia.

Il particolarismo italiano e il governo Monti.

Forse mai come questa volta nella storia della repubblica un  governo tecnico ha suscitato tanti commenti  discordi e concordanti, tante preavvertimenti, prese di posizione e altolà, e infine  epiteti e definizioni caricaturali (:governo dei professori, dei secchioni, dei poteri forti, delle banche etc. etc.); governo di tutti che ha raccolto alle camere una maggioranza strepitosa, e governo di nessuno perché nessuno vi si riconosce. Tutti lo sostengono e nello stesso tempo sono pronti a dissociarsi per tutelare il proprio ovile, partiti, sindacati e associazioni varie. Assentono nel nome e per il bene dell’Italia, visto il pericolo della bancarotta che incombe, ma ognuno ritagliandosi  una materia o un settore, lo spazio per la  sua specifica vigilanza nei confronti della  futura azione del nuovo governo. Perché ognuno ha la sua appartenenza mentre il governo tecnico nonostante tutti gli epiteti e le definizioni che gli sono stati dati  nel tentativo  appunto di collocarlo, proprio per la sua natura, per come è stato generato, non appartiene che alla sua funzione. Si mostra così una volta di più  il  particolarismo italiano, in questo strano stare a guardare di tutti gli attori  della passata rappresentazione per il terrore di  Mangiafuoco che  ci minaccia,  ognuno pronto però coi suoi lazzi dietro le quinte  a disturbare la nuova compagnia e a saltar fuori al momento opportuno.
(postato il  20/11/2011)

  Il governo Monti, perciò, si giustifica, nasce e si manterrà forte proprio per la situazione d'emergenza  economica internazionale che si è prodotta. Più questa situazione permane  grave per noi più i partiti demanderanno volentieri ogni responsabilità al governo tecnico. Paradossalmente le scelte, le riforme strutturali, che al punto in cui si è arrivati nessuno ha più avuto il coraggio di portare avanti per paura di perdere consensi fino a farci raggiungere l'immobilismo, potrebbero invece, nel momento del pericolo della bancarotta, essere sottratte al consenso degli interessi particolari che hanno diviso il paese bloccandolo. Anche se forzatamente, il pericolo esterno spinge verso l'unitarietà. Il governo di tutti e di nessuno si alimenta di questo.
Solo la Lega, per la paura  di perdere il consenso locale cioè di sparire,  paura in essa certamente più forte di quella del fallimento dell'Italia, che secondo i vaticinii estivi di Bossi starebbe per morire  per lasciar emergere i forti popoli del nord,  è all'opposizione.
(aggiunta)

venerdì 11 novembre 2011

Chi sono i mercati

In un ottica vetero-marxista o vetero-comunista, per usare un gergo comune, i mercati del mondo capitalistico sarebbe espressione del sistema e in particolare,  nell’attuale,  delle borse e degli speculatori finanziari.
Ma per gli economisti del mondo occidentale  il capitalismo, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, per il venir meno del suo maggior antagonista, si è imposto come il migliore dei mondi possibili e  il libero mercato  ne è la base, il presupposto,  anche se è in realtà un’utopia, un’ideale a cui tendere: i grandi gruppi imprenditoriali infatti possono fare cartello e ignorare le leggi della domanda e dell’offerta di cui si legge nei manuali. 
Eppure qualcosa di genuino nell’andamento dei mercati nell’economia globale rimane.
Sono i mercati che con la loro sfiducia stanno decidendo le sorti di molti governi europei: la Grecia, la Spagna e finalmente anche l’Italia, costringendo a dimettersi i governi che non hanno saputo regolare i conti pubblici. C’è chi, come Gad Lerner in prima fila, si preoccupa di quest’azione che sembra rivolgersi contro la sovranità popolare, perciò pericolosa e antidemocratica; c’è chi, come detto all’inizio, li considera espressione del sistema e perciò da combattere – il prof. Piergiorgio Odifreddi nel suo blog -.
Ma i  mercati  sembrano vedere da lontano quello che i popoli a volte non riescono o non possono esprimere, così hanno tolto la fiducia a Berlusconi, che fosse per noi italiani chissà quanto ancora andrebbe avanti.
Non credo perciò che i mercati si possano identificare semplicemente con le borse e gli speculatori, ma dentro di essi deve esserci qualcosa  come una opinione pubblica, perchè chi compra deve avere una buona opinione del venditore, globale – Eugenio Scalfari intervenuto ieri su La7 allargava i confini all’Europa ma per i mercati dobbiamo considerare il villaggio globale -  la quale da lontano vede meglio, e se così siamo ancora dentro le forze attive della democrazia.

venerdì 23 settembre 2011

Gli italiani devono fare i conti con la dignità e l'etica

L’aggravarsi della nostra situazione finanziaria ha fatto decidere molti ad abbandonare il sostegno al governo Berlusconi, chidendone le dimissioni, dal Corriere a  Marcegaglia, il Sole24ore e Stefano Folli, in quanto delusi e ormai disillusi dalle sue promesse, paventano il peggio per il paese. Anche loro, che avrebbero dovuto essere accorti, si erano fatti irretire dal grande illusionista, magari pensando ai  vantaggi che la loro parte ne avrebbe ricavato.
Ma ancora nel paese ci sono altri che aspettano di sentire nuove roboanti promesse, non hanno strumenti per sottrarsi all’imbonitore e aspettano che tiri fuori  i pacchi con le sorprese da aprire.
S’è detto che  è un tratto del nostro carattere, un fatto genetico, abboccare agli imbonitori,  come quando giravano per le piazze dei paesi con i loro palchi improvvisati cominciando a regalare e poi a venderti il nulla, per poi scappare in fretta prima che i malcapitati si accorgessero di avere le tasche vuote e niente in cambio.

Fosse solo questo ma in generale gli illusionisti sono anche dei grandi corruttori se aspirano al potere. 
C’è nel nostro paese una grande questione morale che si affianca  strettamente alla crisi economica ma essa è vista meglio fuori di noi, in Europa e nel resto del mondo. Nel deficit di credibilità della nostra leadership nei confronti dei mercati e della finanza internazionali, infatti, la critica morale – l’impresentabilità del premier - e quella per l’inettitudine mostrata nel gestire la crisi si mescolano e si  rafforzano l’una con l’altra.

Una parte degli italiani, invece, non riesce a vedere questo, un’altra parte sta con il premier perché  s’identifica con lui e non vuol sentir parlare di questione morale. Si minimizza, ad esempio, sulla considerazione delle donne e del sesso  che è stata mostrata al paese, quando invece è invasiva e strutturante perché induce a comportamenti conseguenti. Abbiamo dato spettacolo di un paese che non è capace d’indignarsi, di proclamare il rispetto e i diritti della persona.

Allora la sconfitta del berlusconismo  perché il paese rinasca davvero non potrà non passare anche da qui, da un esame di coscienza collettivo, con la  caduta dei cinici opportunisti e  dei falsi liberi costumi.
Il parlamento comprato è ormai un bunker superblindato, né possiamo augurarci il precipitare della nostra situazione economica, nè possono essere i tribunali la soluzione.
 Dunque con la sfiducia dei grandi gruppi  che l’hanno fin qui appoggiato, di cui si diceva all’inizio, occorre un forte movimento popolare affinchè l’opinione pubblica che ancora lo sostiene sia costretta  a recedere. Perché questo accada  bisogna che venga fuori l’anomalia innanzitutto morale di questa parte del paese.

martedì 20 settembre 2011

Il paese vecchio e malato insieme al suo premier



Putin ha detto che le critiche al premier vengono dagli invidiosi. Invece è vero che un processo d’identificazione e d’invidia negli italiani è tra le cose che l’hanno fatto eleggere e lo tengono ancora al suo posto.

Non sarà un caso che questo è un paese di vecchi.

Così l’idea delle donne e del sesso dilagante attraverso i media e le indagini delle procure non solo è vecchia ma dei vecchi malati di giovanilismo e non è cosa da poco ma strutturante.

Così quella parte del paese ancora giovane - anagraficamente e nello spirito - che vorrebbe crescere, uscire dalla crisi e competere nel mondo attuale si trova continuamente e grottescamente sospinta verso l’ancestralità.

lunedì 12 settembre 2011

Le due America e le due Italia.

A Ground Zero, ora  9/11 Memorial, i due presidenti si sono scambiati di dire il messaggio che era loro più proprio. Le due America, la rossa e la blu, i repubblicani e i democratici,  come gli accade nei momenti difficili, si ricompongono nel ricordo della tragedia, da molti additata all’origine della crisi economica che il paese deve affrontare.

Un merito che alcuni commentatori voglio riconoscere nel nostro paese a Silvio Berlusconi è quello d’aver sdoganato la destra e quindi avviato un bipolarismo in cui maggioranza e opposizione possano mostrare rispetto reciproco, dialogare e magari qualche volta, in fronte alle più gravi difficoltà, raccordarsi in modo, cioè, da mostrare non un paese spaccato ma sostanzialmente unito come succede negli Stati Uniti.

Quest’analisi, secondo noi, è smentita da un lato dai fatti: il rispetto, il dialogo e l’incontro, il rinsaldarsi nel pericolo come in questa crisi economica, non si sono mai effettivamente realizzati.
Dall’altro lato, non secondario, non si vedono nella destra che sostiene il governo Berlusconi quei caratteri di attaccamento alla Costituzione - che ogni giorno di  soppiatto si provano a cambiare questo o quell’articolo - alla nazione, con il preponderante secessionismo dei leghisti, e di tutela dello stato sociale che alla destra  legittimata e storica devono competere. Molto probabilmente questa ipotetica destra rinnovata  è uscita decimata dalla finestra con Gianfranco Fini.

Sulla destra berlusconiana pendono invece i lacci di quell’Italia  occulta, che si avvale dell’apporto della criminalità organizzata, con cui non teme di patteggiare, che pretende d’indirizzare il paese nell’ombra e perciò inficia e blocca la nostra democrazia.

sabato 10 settembre 2011

Italia e Europa nella crisi economica

Il rappresentante tedesco nella Bce si è dimesso, in sostanza, per protesta verso la decisione di comprare i titoli di stato dei paesi più fortemente indebitati, come Grecia e Italia,  il comportamento dei cui governanti non è stato adeguato. Dentro la coalizione di Angela Merkel già si sapeva che una componente era contraria a questa decisione,  ma emerge  ora, ancora più fortemente, che vi sono dei falchi che vorrebbero l’uscita della Germania dall’euro. Si prospetta perciò una grave crisi dell’unione europea  il cui perno sta  oggi nel rapporto tra paesi forti e deboli, trovandosi i primi nella necessità d’aiutare i secondi affinchè  il sistema dell’euro non crolli. In realtà anche i paesi forti, cioè ad economia più virtuosa, come  Germania e Francia con il deludente recente incontro hanno dimostrato di non saper progettare il futuro, di non aver avuto idee o ideali di più ampio respiro con cui cementare  attraverso e oltre l’euro l’unione europea.

Il nostro paese oltre ad essere fattore della crisi europea non può a sua volta non essere influenzato da essa poiché non si può alzare le spalle di fronte al fatto che la gestione economica dei conti pubblici, con un debito abnorme e l’inettitudine messa in campo nel produrre una congrua, ed equa, manovra finanziaria ci ha screditato e la crisi economica si alimenta del discredito.
Il governo sta asserragliato nel bunker del Parlamento, con una maggioranza esigua ma compatta, perché comprata, e votata a sopravvivere per la tutela del suo proprio interesse. Questo è lo spettacolo che diamo in Europa ma, poiché il destino nostro e dell’Europa  è ormai così strettamente intrecciato, il peso del ruolo negativo che vi stiamo svolgendo non potrà non farsi sentire dentro il paese.

domenica 4 settembre 2011

L’urgenza delle riforme strutturali


Questa volta ne abbiamo proprio fatto l’esperienza. Di fronte alle manovre finanziarie che si sono succedute e poi sono state ritrattate e ancora in attesa delle misure adeguate ed il più possibile eque che  si richiedono per migliorare i nostri conti pubblici e rassicurare i mercati, a noi cittadini s’è fatto chiaro che i provvedimenti improvvisati dettati da crisi incombenti, di per sé, oltre ad essere esposti al rischio d’iniquità, pressapochismo ed inefficacia,  abbiano sempre il difetto di essere delle toppe.
Il paese ha bisogno che alcuni settori, come il sistema fiscale,  le pensioni ed altri rilevanti per il moderno funzionamento dello stato siano riorganizzati  attraverso leggi d’ampio respiro che si basino su idee intelligenti per risolvere i nostri specifici problemi ed incongruenze. Se oggi ci troviamo nella necessità di provvedimenti immediati ciò non vuol dire che non è allo stesso tempo ora di pensare alle riforme strutturali.

venerdì 29 luglio 2011

Già chi è che guida?

Nell’esilarante cartone animato “La roulotte di Topolino”(1938) Pippo, Paperino e Topolino sono i tre ed unici occupanti di una straordinaria roulotte e quando si trovano riuniti per il breakfast con la roulotte in movimento che ad un tratto prende velocità allora si chiedono l’un l’altro:
- Chi è che guida?
- Già chi è che guida?
- Sono io che guido! -

conclude Pippo e, realizzata la situazione, corre alla macchina. Proprio mentre la roulotte si stacca con dentro gli altri due, senza accorgersene grida loro:
- Il peggio è passato. Adesso è tutta discesa!

Viene da chiederci oggi pensando al carrozzone Italia e alle vicende di queste ultime ore, chi è che guida il Paese se ognuno è intento alla propria colazione, a sistemare le sue personali esigenze, chi relative a questioni di tribunali con leggi che ad hoc qui allungano e là accorciano, il premier, e chi alle proprie residenze, il ministro dell’economia, che a Roma si sente di passaggio e viene con fastidio.
Intanto il carrozzone ha imboccato la discesa …

lunedì 27 giugno 2011

Ma chi sono i responsabili?

La fiducia alle Camere: il Parlamento e i cittadini.

E’ stato il Presidente della Repubblica, vigile custode della Costituzione e della sua giusta applicazione, a richiamare le Camere, di fronte al cambiamento nelle componenti della maggioranza, alla necessità di una verifica della fiducia. Berlusconi da questo punto di vista era tranquillo, si è pure fatto sotto alla prima occasione in cui ha incontrato il Presidente degli Stati Uniti, e non era una gag ma un altolà, quando ha detto al più importante per tutti: - Ho una nuova maggioranza. Cioè, che lui tiene, è legittimato dal parlamento e può permettersi, dal suo punto di vista, d’affermare che i giudici che indagano su di lui complottano. Sono ormai lontani, specialmente a fronte dei risultati delle elezioni amministrative e del referendum per cui aveva dato indicazione di non votare, i giorni in cui il premier poneva la sua legittimazione essenzialmente nel suo rapporto diretto col popolo; ora si è fatto parlamentarista perché, scemando la sua popolarità, si è blindato nella maggioranza parlamentare. Ciò non toglie che un ribaltone è stato compiuto in seno a questo governo: infatti, la maggioranza eletta, cui l’attuale legge elettorale aveva attribuito un grande premio di maggioranza era quella cui partecipava il gruppo del presidente della Camera Gianfranco Fini. Al suo posto c’è a sostenere il governo nella nuova maggioranza un nuovo gruppo che nemmeno era presente alle precedenti elezioni politiche, i responsabili.
A Ballarò, nell’ultima puntata che commentava l’ottenuta fiducia, Anna Finocchiaro, tra le menti più lucide del Pd, e sempre chiara e consequenziale nelle sue argomentazioni, illustrava questa situazione parlamentare e si chiedeva, di fronte alla ben nota disinvoltura con cui il nuovo gruppo è nato e si è, anzi, non si è presentato alle Camere: chi sono, a cosa s’ispirano, dove hanno scelto di sedere: ne sottolineava cioè l’anomalia. Paolo Mieli, giornalista e storico, quando toccava a lui parlare, invece bacchettava l’esponente del principale partito d’opposizione, perché a suo avviso con questo tipo d’osservazioni non si va lontano e ben altro deve fare il Pd.
Non sono d’accordo: è fondamentale per tutti noi cittadini che crediamo in questa repubblica e nella sua Costituzione che essa sia applicata correttamente, e che di questo siamo consapevoli e attenti osservatori; in modo che essa sia cosa viva che regola il funzionamento delle istituzioni. Con questa bussola sarà sempre difficile cambiare la rotta della democrazia in Italia e avremo una guida sicura.

venerdì 17 giugno 2011

Qual è L'Italia peggiore

Tra il ministro che così epiteta una categoria di lavoratori, perchè i precari sono lavoratori, il cui torto sarebbe quello di non riuscire a trovare il posto fisso (pensiero ascrivibile, tra l'altro, nella vecchia filosofia che se non trovi sei tu cittadino che sei fesso).

E il caso Bisignani, che più che un caso appare una continuità con il passato, del faccendiere figura defilata ma cardine di come intendere la politica, sistema di cui non riusciamo a liberarci.

mercoledì 18 maggio 2011

Capire l’Italia, l’Europa e l’Islam: il flusso migratorio dal Nord Africa.

La questione dei flussi migratori dal Nord Africa è diventata sempre più di primo piano per l’Italia e per l’Europa. Banco di prova dei valori comuni, del grado di coesione ma anche d’apertura, infine del grado di civiltà.

Fino a ieri l’Islam e l’Occidente sono stati contrapposti. Quando Carlo Martello ne fermò l’avanzata a Poitiers l’Europa cristiana potè crescere e svilupparsi attraverso l’eredità raccolta da Roma, l’amministrazione e le leggi in particolare, e il nuovo incubatoio costituito dal feudalesimo ma il Mediterraneo rimase diviso.
In realtà come sempre le divisioni non furono proprio così drastiche. Con una sorta di feed back la civiltà araba assorbì e riconsegnò all’Occidente molto della cultura antica che esso aveva perduto; in Sicilia e in Spagna lasciò caratteri importanti e nella cultura europea, tra le altre cose, in specie nella letteratura del Settecento – e ancor oggi - Il fiore delle mille e una notte occupa un posto particolare.

Nel corso del Novecento il contrasto si è nuovamente acuito: da un lato l’Occidente ricco e industrializzato, con il cuneo rappresentato dallo Stato d’Israele imposto dall’Occidente per rimediare ai suoi propri errori ed orrori ma rimasto isolato in un mondo islamico generalmentemolto più povero e arretrato tecnologicamente. Fino a ieri questo Islam era visto principalmente come possibile preda di movimenti integralisti, divenuti nemici dichiarato. Per questo l’Occidente si è mostrato amico di tiranni al potere da trenta a quarant’anni, che però avrebbero garantito l’accesso alle risorse energetiche, i beni primari che questi popoli possiedono, e la protezione dall’integralismo.

Invece dal Nord Africa è arrivato qualcosa d’inatteso, perché quando si pensa troppo ai propri interessi la vista s’accorcia e non si sa più prevedere il futuro. Nessuno in Europa s’aspettava un vento profumato di gelsomino, una richiesta di libertà e di democrazia che sta facendo crollare i tiranni, movimenti di giovani istruiti e proprio nel campo delle telecomunicazioni in cui essi sì hanno visto un futuro dove le spaccature plurisecolari possano infine ricomporsi.

Il baricentro dell’Europa si era spostato verso nord e solo chi guardava da più lontano, come gli americani, non ha mai sottovalutato l’importanza del Mediterraneo che oggi ha l’opportunità di tornare ad essere il mare di tutti.
I flussi migratori sono parte fondamentale della storia e dall’Islam ve ne sono già stati d’importanti specie in altri paesi che non il nostro. Ma oggi essi sono, qualitativamente e politicamente, diversi. Sarebbe veramente miope e retrivo pensare sempre al proprio orticello quando è la Storia che si muove e bussa alla porta.

domenica 20 febbraio 2011

Unità d'Italia, il museo del Risorgimento al Vittoriano e chi è schiava di Roma

Per raggiungere la caffetteria sulla terrazza al Vittoriano, dopo aver visitato la mostra di turno, può accadere di seguire l’indicazione per il Museo del Risorgimento ed entrarvi ma mi dicono, coloro che frequentano le mostre del Vittoriano, che ciò accade raramente e quindi il museo resta poco frequentato. Noi che l’abbiamo percorso, reduci dalla mostra dedicata a Van Gogh, siamo rimasti perplessi perché è il museo stesso a sembrare un vecchio cimelio del tempo in cui fu progettato e realizzato e gli manca un intervento d’ammodernamento che pur non cancellando anzi mantenendo leggibile l’antica sistemazione ne faccia allo stesso tempo un museo vivo capace di dialogare con i visitatori contemporanei.

La luce che cade dai globi di lampadari d’epoca che pendono lontani, appesi a soffitti altissimi, è fioca quando arriva a noi e sulle cose esposte. I soldati piemontesi stretti intorno al generale Cialdini a cavallo – bozzetto in gesso – emerge a stento dall’oscurità al centro della sala grande. Non brillano tanto di più le luci che stanno ad illuminare le teche - quando non sono spente. Stanno addossate alle pareti, intorno al monumento per la battaglia di Castelfidardo, quelle con i cimeli dei quattro grandi del Risorgimento, Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele e con la poca luce si ha come l’impressione d’essere in una cripta, in particolare con le maschere mortuarie di Mazzini, dal volto smunto e scavato, e di Cavour, largo e pieno.
Di Garibaldi giubbe, calzoni e sciabole impugnate dall’eroe. Di Leopardi e Manzoni pagine scritte: fa un certo effetto vedere lettere firmate Alessandro Manzoni. Stanno bene questi letterati insieme ai quattro grandi nel pensiero politico e nell’azione.

Poi tanti altri cimeli, collezioni, set di oggetti personali sui quali però l’ombra e la polvere sembrano tessere un velo di dimenticanza e d’incuria. Fa specie che tra le spese per i festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia non si sia pensato di stanziarne per restaurare questo museo del Risorgimento nel cuore della capitale.
Stanno bene Leopardi e Manzoni accanto ai politici e agli uomini d’azione perché la lingua ci ha unito subito quando invece l’unità politica è arrivata così tardi che qualcuno ancora non riesce a comprenderla. E’ stato Dante Alighieri il primo a porre la questione della lingua e ad individuare che in essa era la nostra unione di fronte alla frantumazione politica.

Lingua, letteratura, analisi del testo, analisi logica e parafrasi che dovremmo imparare sui banchi di scuola. Dice l’inno di Mameli:

“Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Dov'è la Vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò.”

Corregge Roberto Benigni:

“Non è l’Italia che è schiava di Roma, è la vittoria.
Umberto, è la vittoria. Umberto, il soggetto è la vittoria”

( dal Festival di Sanremo, rivolgendosi ad Umberto Bossi)

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