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mercoledì 17 agosto 2011

Crisi economica: non s'è più pensato al futuro

"Sarkozy e Merkel" non convincono i mercati.” Le misure da loro prospettate, un governo economico europeo, il pareggio di bilancio nelle costituzioni europee – ingiunto finora solo all’Italia – e l’emissione degli eurobond sono evidentemente di là da venire o di scarsa consistenza. L’Europa si trova dunque in palese ritardo rispetto alla crisi economico-finanziaria. Anche gli stati più virtuosi non hanno saputo essere previdenti. E i mercati stanno sempre più assumendo nei confronti della politica il ruolo della realtà contro l’apparenza. Peggio della speculazione finanziaria nelle borse è stata l’azione o inazione dei governi nella gestione dei conti pubblici.  Dall’America all’Europa il tratto comune è stato quello dell’aumento del debito pubblico, e questo che altro vuol dire, infine, se non di chiudere gli occhi di fronte al futuro? Questo non pensare alle conseguenze, questo concentrarsi nel presente sembra perciò il carattere distintivo della civiltà borghese all’inizio del terzo millennio. L’eterno presente della società del benessere che non sente più la necessità di pensare e progettare il futuro perché sta bene come sta. Chissà se gli allarmi e le minacce di catastrofi imminenti riusciranno a svegliarla dal suo sonno.

sabato 13 dicembre 2008

Appunti da...ricordare


Senza memoria non c’è identità. Il triste caso di chi, per incidente o malattia, si ritrovi con problemi d’amnesia e di relazioni spazio temporali, a non riconoscere più se stesso e a continuamente chiedersi chi è e dove si trova. Strettamente connessa risulta la capacità d’immaginare il futuro. Chi non ricordare le esperienze precedenti non riesce ad immaginare cosa potrebbe fare le prossime vacanze ad esempio, figuriamoci poi pensare un cambiamento di vita.
Possiamo estendere queste considerazioni dall’individuo alla collettività, un popolo, una nazione, noi italiani in particolare che abbiamo notoriamente problemi d’identità nazionale, perché siamo arrivati moolto più tardi della maggior parte degli altri europei all’unità nazionale, per il regionalismo che ci contraddistingue, etc. etc., motivi che a loro volta hanno cause più a monte che risiedono nella nostra storia e nella nostra geografia. Dal punto di vista del ricordare il nostro difetto d’identità può riconnettersi a scarsa memoria collettiva, storica per l’appunto.
Il processo di globalizzazione in atto nel pianeta non aiuta a sostenere l’identità dei singoli popoli. Dal punto di vista del ricordare l’indebolimento dell’identità a sua volta non aiuta la capacità di progettare il futuro, e questo è proprio quello che oggi nel mondo e nel nostro Paese più si denuncia. Nel new world del mondo globale e multietnico la via della comunicazione e dell’integrazione non può essere dunque la rinuncia all’ identità, all’appartenenza, ma deve partire da essa perché in sostanza non possiamo farne a meno: pena di vivere confinati nel presente, di rinunciare al futuro o comunque di rassegnarci ad una percezione spazio temporale confusa.

Marcel Proust e dintorni. Il nostro ricordare è unico, gli stessi eventi sono ricordati in maniera diversa da differenti persone. Quest’unicità avvicina il nostro ricordare ad un’opera d’arte, in quanto attività creatrice della nostra coscienza, della nostra individualità.

Il lato oscuro del ricordare. Barnaby Rudge. Nel romanzo di Dickens abbiamo colto come Barnaby è felice perché non ricorda, circondato da personaggi che non riescono a superare odi e rancori, che non dimenticano. Aggiungiamo però che lo stesso Barnaby nel momento per lui più drammatico, quando è chiuso in cella riesce a trovare consolazione, proprio lui che non ricorda, attraverso un frammento di ricordo, nella sua preghiera mal ricordata e nel frammento dell’inno infantile che cantò e lo cullò nel sonno.

“Il posto delle fragole” di Igmar Bergman. Un vecchio professore sta per ricevere il premio più importante con cui chiudere la sua carriera di scienziato. Il viaggio verso la premiazione è anche un viaggio dentro se stesso per vagliare, fare il bilancio delle sue relazioni umane, che sembra risultare molto meno brillante. Questo viaggio è un ricordare. Ricordi amari, opprimenti e ricordi piacevoli, ancora vitali, come il posto delle fragole. C’è un ricordo che il vecchio sceglie per addormentarsi, con cui affrontare la notte della vita, preso dall’Eden dell’infanzia, un’immagine serena dei genitori. E’ importante questo scegliere, la selezione del ricordo.

Giacomo Leopardi, o come grato occorre il rimembrar delle passate cose ancor che tristi e che l’affanno duri. Il pensiero più spinto sull’efficacia lenitiva del ricordare, nostro conforto al di sopra delle nostre disgrazie. Perché accade questo? Perché il ricordare è la nostra rielaborazione dell’esistenza, la nostra intima riappropriazione del mondo che abbiamo vissuto, è nostro. Leopardi già sottintende Proust, e l’intensità del ricordare del vecchio professore di Bergman.

giovedì 18 settembre 2008

Lo scialo (ritornare al futuro)



Il ritorno dei grembiulini a scuola e delle case chiuse sono segnali, da punti dislocati della società, di una volontà di un ritorno al passato. Almeno a prima del Sessantotto, magari agli anni Cinquanta. Ha un senso rispetto alla nostra storia e rispetto al resto del mondo? O non sarebbe più auspicabile un ritorno al futuro? A pensare con energie nuove, ingegno e fantasia, che si diceva un tempo doti particolari degli italiani, a soluzioni nuove e più adeguate ai problemi del paese, e dell’umanità in generale, già che siamo nell’anno 2008? Un fastidioso odore di stantio percorre a folate l’aria ormai autunnale.
Ripercorriamo un po’ la strada che ci ha portato sin qui dal secondo dopoguerra. C’è stata la Repubblica e la ricostruzione con la spinta ad adeguare il paese alla nuova modernità con, esempio importante, la scuola popolare e i corsi serali per i – troppi- giovani e adulti che nel nostro Paese erano cresciuti analfabeti senza istruzione. Poi c’è stato il boom degli anni sessanta uno sviluppo per alcuni aspetti distorto, come quello della speculazione edilizia, ma che ha comunque portato il Paese fuori dalla sua arretratezza e ad entrare nella comunità internazionale dei Paesi del Welfare, cioè nella società del benessere. Da un punto di vista politico, però, con l’istaurarsi della guerra fredda, proprio nei primissimi anni Sessanta, l’Italia, con il più grosso partito comunista europeo e la sua posizione importante nel Mediterraneo, è rimasta come divisa in due, tirata tra i due blocchi, cristallizzata nelle opposte ideologie e bloccata nella libera evoluzione della sua politica interna. Il terrorismo, strategie della tensione, corruzione sempre più elevata dei politici al governo, ad un certo punto perfino ostentata, sono state conseguenze del Paese bloccato.
Ad un certo punto però la guerra fredda è finita. Il muro di Berlino è crollato nel 1989. Circa vent’anni. Con quel muro sono finiti di crollare da noi i vecchi partiti. Sarebbe nata la nuova Repubblica ma qualcosa s’è inceppato, non solo per le crisi economiche ricorrenti che scrollano il sistema del Welfare. Ci saremmo aspettati finalmente una più effettiva libertà e crescita democratica, il superamento graduale delle molte anomalie del nostro Paese. Invece sta infine prendendo piede un a lungo covato ritorno al passato, che tra l’altro maschera di bonomia paternalistica, scelte che di fatto favoriscono ancora una volta i ricchi rispetto ai poveri, proprio quando una grave crisi economica internazionale è in atto.
In questi ultimi vent’anni, invece di migliorare, occorre riconoscere che il Paese è diventato meno efficiente. Com’è stato possibilire scialare così l’Alitalia? Che oggi per dire che le cose vanno male si dice che si sta peggio dell’Alitalia? Quando una volta chi entrava a lavorare in quest’azienda era considerato un benedetto dalla sorte, e voleva dire prestigio ed un certo livello di stato sociale ed eleganza? E quanto ancora è stato scialato in Italia? Per risolverlo con un ritorno al passato?
E’ vero che senza memoria non c’è identità ma è anche vero che in certo qual modo abbiamo bisogno di dimenticare, per non essere oppressi dal passato e anche per essere felici ! – si veda il mio post precedente su Barnaby Rudge –
Il cambiamento, change, le idee nuove e innovative sono la spinta dell’umanità, il saper e poter cambiare fa parte della libertà, vivifica e rende interessante questo nostro altrimenti vecchio e noioso mondo.

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