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giovedì 8 ottobre 2009

Il baluardo della Carta, ma non prendetevela con i moschettieri

Dunque abbiamo rischiato di fare un brutto passo indietro, verso un Ancien Régime nostrano, osservati con sbigottimento e apprensione dagli altri Stati moderni e costituzionali. Con un primus super pares che neanche al re di Francia era concesso dagli altri nobili ai tempi della Fronda, prima che Luigi XIV riuscisse ad imporre il regime assolutistico.

E i moschettieri di Dumas in Vent’anni dopo, cioè durante la Fronda, non a caso si separano: due stanno con il re e il cardinale e due con la Fronda. Perché Dumas non era certo conservatore e reazionario, lui che seguì Garibaldi in Sicilia. Bisogna guardare dietro la prima apparenza delle cose e proprio dietro l’apparente celebrazione di quei tempi accade che i quattro amici con le loro iniziative facciano sempre di testa loro in barba agli ordini dei potenti. Non sarebbero così simpatici se fossero gli sgherri del potere!

Ma tornando ai giorni nostri, dunque la libertà e l’uguaglianza sono patrimoni che vanno tutelati nella vita di tutti i giorni: non ci sono dati una volta per tutte.

Siamo assistiti però da un ottimo guardiano che è la nostra Costituzione, che a sua volta si avvale della separazione dei poteri, che oggi abbiamo visto alla prova con la questione del Lodo Alfano. Non riesce d’aggirarla, di modificarla nella sua essenza, cioè nelle sue leggi costituzionali, senza una maggioranza che difficilmente un partito o una coalizione può ottenere da sola: per poter cambiare la Costituzione in qualcuno dei suoi punti fondamentali ci vorrà sempre la concordia e l’unità del Paese.

lunedì 5 ottobre 2009

D'Artagnan e Porthos, gli antenati letterari di Asterix e Obelix

Mi mette sull’avviso, in Vent'anni dopo, il fatto che quando Athos e Aramis, sulle tracce di D’Artagnan e Porthos interrogano l’oste che infine li ha veduti, e come poi dirà ha assistito al loro arresto, questi fa vedere loro un troncone della lama di una spada che Athos riconosce per quella di D’Artagnan:
"Del grande o del piccolo?"
domanda l’oste. E siccome Athos risponde ch’è del piccolo il riconoscimento è fatto. Dunque la coppia D’Artagnan e Porthos si caratterizza come il grande e il piccolo.

Altre peripezie e ritroviamo da vicino D’Artagnan e Porthos, prigionieri nel castello di Rueil. La descrizione del loro comportamento in cella e di come ne vengono fuori, insieme al ricordo che erano stati identificati dall’oste come il grande e il piccolo: queste cose tutto ad un tratto mi fanno pensare ad Asterix e Obelix!
La scena si apre con D’Artagnan che passeggia come una tigre in gabbia e Porthos riposa dopo aver abbondantemente mangiato:
"L’uno pareva privo di ragione, e invece meditava; l’altro sembrava meditare profondamente, e invece dormiva. Soltanto il suo sonno era un incubo, il che poteva essere intuito dal modo disordinato e ostinato con quale ronfava."
D’Artagnan induce alla conversazione Porthos: ha contato le ore passate da quando sono stati fatti prigionieri; Porthos risponde che potrebbero andarsene quando vogliono, basterebbe sfondare la porta o staccare una sbarra dalla finestra, togliere le armi alle sentinelle che arrivano… Insomma Porhos è convinto che possano andarsene con facilità quando vogliono. D’Artagnan gli risponde che non si può fare così semplicemente, prima ci vuole un’idea. Dovendo pazientare, Porthos ammette che in fondo non li tengono tanto male tranne una cosa:
”Avete osservato, D’Artagnan, che ci hanno dato montone brasato per tre giorni di seguito?”
Poi D’Artagnan trova un pian d’azione. E’ esilarante il loro dialogare mentre escono dalla cella, con Porthos che piega come niente due sbarre dell’inferriata della finestra, le toglie e tira su per il collo la sentinella svizzera attirata.

L’astuzia di D’Artagnan e la forza smisurata insieme con l’interesse per il cibo di Porthos, la facilità prevista dell’evasione e il ritardarne l’attuazione, la noncuranza e lo scherzare mentre abbattono i nemici, come fanno Asterix e Obelix, nelle loro storie, con i romani: secondo me le somiglianze sono sorprendenti. Evidentemente c'è nell’immaginario francese questo tipo di coppia, radicata da molto tempo, ed è già nella penna di Dumas.

venerdì 2 ottobre 2009

Dumas, che storia è la trilogia dei moschettieri?



Recentemente Abraham Jehoshua ha osservato che la storia s’impara meglio nei romanzi, portando come esempio Guerra e Pace di Tolstoj.

Che dire in merito della trilogia dumasiana, che copre cinquant’anni di storia tra il 1625 e il 1673? In realtà di questa colossale scrittura sono stati sempre posti in rilievo altri aspetti, quali la personificazione del mito dell’avventura da cui la società moderna va estraniandosi (Filippo Burzio) o la capacità d’incidere sul codice immaginativo dei lettori elevando personaggi e situazioni a livello tipico (Umberto Eco). Antonio Gramsci, che si è occupato di Dumas nei suoi scritti sulla letteratura popolare, ne ha sottolineato la funzione d’attivare la fantasia popolare : il romanzo d’appendice sostituisce (e al tempo stesso favorisce) il fantasticare dell’uomo del popolo; come pure la concretezza fiabesca che gli eroi del romanzo d’appendice assumono agli occhi del popolo.
Gramsci classifica per tipi il romanzo popolare e considera quello di Dumas tra lo storico e il sentimentale: gli riconosce un carattere ideologico-politico che però non è spiccato ed è piuttosto pervaso da sentimenti democratici generici e “passivi” e spesso si avvicina al tipo “sentimentale”. Secondo altri invece i contenuti e le istanze ideologico-politiche nel romanzo di Dumas sono lasciati da parte o in secondo piano e la storia è sì il terreno d’elezione ma solo per il puro divertissement (Francesco Perfetti, Introduzione a Il Visconte di Bragelonne, Newton Compton). Secondo quest’ultima interpretazione nel ciclo dei moschettieri vi sarebbe, per di più, una visione – altro che democratica - idealizzata e tutto sommato positiva dell’Ancien Regime.
Con la lettura ancora fresca di Vent’anni dopo proviamo a valutare la qualità della trilogia dei moschettieri proprio come romanzo storico nei suoi aspetti ideologico-politici verificando quanto e che cosa nel romanzo si ricavi sull’Ancien Regime.

L’Ancien Régime
E’ l’organizzazione politica e sociale precedente la Rivoluzione Francese che appunto in Francia, dove questo modello s’era codificato, ne sovvertì l’ordine. Fu restaurato nella sostanza con il Congresso di Vienna nel 1815 fino alle successive rivoluzioni e costituzione degli Stati moderni.
In questo sistema la società è divisa in tre stati più uno, che, dal basso verso l’alto, sono i poveri, il cosiddetto quarto stato, i borghesi, il clero e la nobiltà: è stato osservato che i tre moschettieri, nell’ordine Porthos, Aramis e Athos, rappresentano appunto i tre stati generali.
Assioma fondamentale, cardine di tutto l’Ancien Régime, è che il Re, in cima alla nobiltà, ha per nascita e direttamente da Dio il diritto di governare: per nascita e diritto divino ne ha le doti necessarie, e, a scemare col grado di nobiltà, gli attributi divini di doti intellettuali e morali appartengono anche agli altri nobili.

Sull’argomento ho trovato interessanti alcune pagine di un romanzo di Goethe.

Goethe
Nel romanzo Wilhelm Meister, la vocazione teatrale (1785) il protagonista Guglielmo-Goethe si è accodato ad una compagnia di teatranti, verso cui in quei tempi la considerazione come ceto sociale era minima, incontrata durante un viaggio intrapreso per sistemare alcuni affari commerciali della ditta paterna e con loro ha l’occasione di essere invitato nel castello di un Conte che vuol offrire uno spettacolo teatrale al Principe suo ospite, di passaggio col suo esercito. Per Guglielmo è un momento di verifica, di riflettere sulla sua inclinazione per il teatro e il suo posto nella società:
"Un abisso lo divideva ormai dalla vita borghese di un tempo, un nuovo ceto lo aveva accolto tra i propri adepti quando ancora credeva di essere un estraneo costretto ad aspettare fuori della porta.”.
In particolare, è l'occasione per osservare da vicino la nobiltà, partendo dalla considerazione di quali alte doti i nobili debbano possedere:
“Tre volte felici sono coloro che la nascita stessa innalza al di sopra dei gradini inferiori dell’umanità, che non hanno bisogno di affronare situazioni in cui tanta brava gente si dibatte per tutta la vita…
Salute dunque ai grandi di questa terra! Salute a tutti quelli che li possono avvicinare, che possono attingere a questa fonte e godere di questi privilegi! E ancora salute al buon genio dell’amico nostro, che si accinge a guidarlo verso queste vette felici!
”
Che delusione, che mortificazioni attendono Guglielmo e i suoi amici commedianti! Anche il meno intelligente degli attori noterà l’incompetenza dei signori nel giudicare delle arti e della recitazione. Guglielmo, che presentato al principe gli snocciola l’aneddoto secondo cui Racine sarebbe morto di dolore perché Luigi XIV non lo stimava più, ne sperimenterà di persona sul piano morale, dialogando con uno di questi signori, il capriccio e ancor peggio la freddezza e durezza di cuore.
L’avventura si conclude con ben altre esclamazioni nei confronti della nobiltà rispetto a quelle iniziali:
“Non li biasimate per questo; compiangeteli piuttosto!”
Con l’elogio, al contrario, di chi non avendo nulla per nascita è capace di dare tutto di sé, in ciò essendoci veramente del divino:
“Soltanto a noi poveri che possediamo poco o niente, è dato godere in larga misura le gioie dell’amicizia…Quale felicità, quale godimento per chi dà e per chi riceve, quale sovrumana beatitudine ci garantisce la fedeltà del nostro affetto! Essa dà una divina certezza alla transitoria condizione dell’uomo…”
Dumas
Ci sono due episodi significativi in Vent’anni dopo da mettere a confronto. Nel primo Athos nel separarsi dal figlio Raul, quindicenne che va ad arruolarsi nell’esercito del frondista principe di Condé, lo conduce a Saint Denis, a visitare le tombe dei re di Francia e qui gli fa un sermone sulla monarchia:
“Raoul sappiate distinguere i re dalla monarchia; il re non è che un uomo, la monarchia è lo spirito di Dio.”
Pur distinguendo il margine della responsabilità umana, nelle parole di Athos c’è tutta la concezione gerarchica del mondo nobiliare propria dell’Ancien Regime:
“Se questo re è un tiranno, perché l’onnipotenza ha in sé una vertigine che la spinge alla tirannia, servite, amate e rispettate la monarchia, cioè la cosa infallibile, cioè lo spirito di Dio sulla terra, cioè la scintilla celeste per la quale l’umana polvere si fa così grande e così santa che noialtri gentiluomini, anche d’altissima stirpe, siamo poca cosa davanti a questo corpo disteso sull’ultimo gradino di questa scala, come questo stesso corpo davanti al trono del Signore.”
Ma non dobbiamo dimenticare che colui che parla partecipa attivamente alla Fronda e del resto Raoul, che risponde che adorerà Dio, rispetterà la monarchia, e cercherà, se muore, di morire per il re, per la monarchia o per Dio, e conclude:
“Vi ho compreso bene?”,
farà la prova, poco oltre, di come sia difficile comportarsi secondo questi intendimenti nella vita pratica. Nel secondo episodio, infatti, lo ritroviamo che, richiamato proprio dal grido “In nome del Re”, irrompe in scena e si lancia sulla folla di parigini che vuole opporsi all’arresto del consigliere Broussel. Sopraggiunge D’Artagnan che lo salva dall’essere sopraffatto.
A tafferuglio concluso, rimasti soli, D’Artagnan rimprovera Raoul, per il suo intervento, anche se ha aiutato le guardie del re a compiere l’arresto. Raoul invece sembra fiero di sé, gli sembra di aver fatto il suo dovere, di aver difeso il re.
“ E chi vi ha detto di difendere il re?”
Il tono di D’Artagnan è duro: proprio Athos, il conte di La Fere, andrebbe su tutte le furie se sapesse di questa uscita di Raoul; il giovanotto ha commesso un’enormità, s’è immischiato in cose che non lo riguardano. Ora non è solo che siamo ai tempi della Fronda: è che sotto sotto Dumas sbriciola la monarchia e con essa tutto l’Ancien Régime: perché ci fa vedere spregiudicatamente e d’un tratto come uno squarcio, come il piombare di Raoul sulla scena, che il concetto di tutelare la monarchia non si può tradurre in un’azione chiara e netta per un giovane valoroso e pieno d’ardore, che la monarchia è un ideale vago e inconsistente.

Del resto il giocare con la storia che fa Dumas attraverso i suoi moschettieri è del tutto irriverente verso i potenti, in fondo falsi protagonisti oppure solo protagonisti di facciata: perché le cose potrebbero essere verosimilmente andate come lui ce le descrive e i quattro amici, rappresentanti dei diversi ceti sociali, essero loro il vero motore della storia, sempre in movimento, sempre pronti all’azione: anche loro come i poveri commedianti di Guglielmo-Goethe portatori di valori essenziali, l’amicizia, la lealtà e la fedeltà, che i potenti mostrano in mille occasioni, da Anna d’Austria a Mazzarino, di non sapere dove stanno di casa.

Nei mille intrighi tessuti e disfatti c’è pure una verità storica: come non considerare che la nostra storia attuale, anche quella di questi giorni, ne è purtroppo piena? Solo che nella realtà manca l’arte dello scrittore, la leggerezza e l’eleganza con cui i moschettieri – e ognuno dei compagni mitiga gli eccessi del carattere degli altri- dominano infine le situazioni, a sollevarci dallo squallore e dalla meschinità delle macchinazioni.

venerdì 4 settembre 2009

Enciclopedia del ricordare: Vent'anni dopo



“Gli riapparve la propria giovinezza, portando con sé tutti quei soavi ricordi che sono piuttosto sensazioni che pensieri. Da quel passato al presente c’era un abisso. Ma la fantasia ha il volo dell’angelo e del baleno: essa varca i mari nei quali abbiamo corso il rischio di naufragare, le tenebre dove si sono perdute le nostre illusioni, gli abissi che hanno inghiottito la nostra felicità.
[…] Nel ricordare tutto ciò che aveva sofferto, egli previde quel che avrebbe potuto soffrire Raoul…”


Sono riflessioni che Dumas non può che affidare ad Athos, il più fine e nobile dei suoi moschettieri, apposte sempre con il tratto veloce e leggero della sua scrittura e nello stesso tempo potentemente efficaci nel fermare elementi caratteristici del ricordare.
Così, per un verso, il seguito de I tre moschettieri può considerarsi un gioco del ricordare e del rivivere, ancor più per quei lettori che, come me, compiono la rilettura circa e più di vent’anni dopo. Ricordare per i lettori, dunque, come pure per l’autore che scrive e, dentro il libro, per i personaggi. Invecchiati, i protagonisti hanno come pudore di lanciarsi sfrenatamente nell’avventura come una volta, più prudente e riflessiva la mente immaginativa di D’Artagnan, le azioni compiute pesano nel ricordo sulla coscienza di Athos, mentre più inossidabili nello spirito si mostrano i due più materialisti per diverso aspetto, Porthos e Aramis. D’altra parte, se il ricordo e la malinconia a tratti riemergono con tante piccole citazioni degli eventi passati, l’avventura e l’intrigo sono comunque inarrestabili nella mente di Dumas ed irresistibili per i lettori.

I moschettieri di Dumas sono stai gli eroi della mia infanzia, letti e riletti di seguito nottate intere. E’ successo allora che sono diventati compagni inseparabili dei miei luoghi preferiti, ho viaggiato con loro e poi, in ogni luogo visitato che mi sia piaciuto, una campagna, una piazza o il cortile di un vecchio palazzo, ecco che ho potuto vederli apparire, a cavallo, in carrozza, inseguiti dalle guardie del cardinale…Mi succede ancor oggi e volevo verificare l’effetto della rilettura su queste mie antiche e radicate impressioni. In Vent’anni dopo i quattro amici continuano a spostarsi moltissimo tra Parigi e Londra, alloggiando in molte locande dai nomi godibilissimi – ma Dickens quanto a nomi di locande è imbattibile -. Strade, piazze, saloni e castelli, puntualmente e, come sempre, brevemente descritti, si susseguono nella lettura ma non ritrovo più la magia d’allora, o meglio quella magia c’è ancora ma resta appannaggio della mia lettura infantile. C’è stato un momento in cui ho ritrovato la stessa atmosfera, nel punto in cui D’Artagnan, in compagnia di Planchet, sta per recarsi da Porthos, seguendo la strada da Villers- Cotterets* a Compiègne, dove si legge:

“Era una bella mattina di primavera, gli uccelli cantavano sui grandi alberi, larghi raggi di sole passavano attraverso gli intrichi dei rami, là dov’erano meno folti, e sembravano tende di velo dorato. In altri punti la luce attraversava appena la fitta volta delle fronde; e i piedi delle vecchie querce, sulle quali riparavano a precipizio, alla vista dei due viaggiatori, gli agili scoiattoli, erano immersi nell’ombra. Da quella campagna al mattino veniva un profumo d’erbe, di fiori e di foglie che rallegrava il cuore. D’Artagnan, stanco del fetore di Parigi…”.

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*E' il luogo dove Alexandre nacque e trascorse l'infanzia.

(continua)

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