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lunedì 12 settembre 2011

Le due America e le due Italia.

A Ground Zero, ora  9/11 Memorial, i due presidenti si sono scambiati di dire il messaggio che era loro più proprio. Le due America, la rossa e la blu, i repubblicani e i democratici,  come gli accade nei momenti difficili, si ricompongono nel ricordo della tragedia, da molti additata all’origine della crisi economica che il paese deve affrontare.

Un merito che alcuni commentatori voglio riconoscere nel nostro paese a Silvio Berlusconi è quello d’aver sdoganato la destra e quindi avviato un bipolarismo in cui maggioranza e opposizione possano mostrare rispetto reciproco, dialogare e magari qualche volta, in fronte alle più gravi difficoltà, raccordarsi in modo, cioè, da mostrare non un paese spaccato ma sostanzialmente unito come succede negli Stati Uniti.

Quest’analisi, secondo noi, è smentita da un lato dai fatti: il rispetto, il dialogo e l’incontro, il rinsaldarsi nel pericolo come in questa crisi economica, non si sono mai effettivamente realizzati.
Dall’altro lato, non secondario, non si vedono nella destra che sostiene il governo Berlusconi quei caratteri di attaccamento alla Costituzione - che ogni giorno di  soppiatto si provano a cambiare questo o quell’articolo - alla nazione, con il preponderante secessionismo dei leghisti, e di tutela dello stato sociale che alla destra  legittimata e storica devono competere. Molto probabilmente questa ipotetica destra rinnovata  è uscita decimata dalla finestra con Gianfranco Fini.

Sulla destra berlusconiana pendono invece i lacci di quell’Italia  occulta, che si avvale dell’apporto della criminalità organizzata, con cui non teme di patteggiare, che pretende d’indirizzare il paese nell’ombra e perciò inficia e blocca la nostra democrazia.

giovedì 25 marzo 2010

Una pagina di storia americana: la riforma sanitaria approvata

La prima formulazione della riforma sanitaria, firmata da Barack Obama il 23 marzo 2010, si deve a Theodore Roosevelt, presidente dal 1901 al 1909, durante la campagna elettorale del 1912. E non è un caso. Negli anni Novanta dell ‘800 ci fu un momento di crisi economica dovuta, come oggi, ad un capitalismo finanziario sregolato che, come pure ai nostri giorni, faceva sì che alcuni ricchi e potenti aumentassero le loro ricchezze a danno dei rimanenti. Gli storici annotano che l’America, pur nell’imperfezione della sua democrazia, seppe allora reagire imponendosi nuove regole che tutelavano l’insieme dei cittadini, contro i monopoli, a protezione dei consumatori nei confronti degli alimenti e dei farmaci adulterati. In particolare fu dato il voto alle donne; invece la riforma sanitaria, che avrebbe dovuto garantire la copertura sanitaria di tutti i cittadini, non riuscì a passare. Oggi sappiamo che ci sarebbe voluto giusto un altro secolo.
E nella specularità con la situazione attuale, in cui il Paese si trova alle prese con una crisi economica gravissima, tanto da portare all’elezione del primo Presidente d’origine africana, che ha alzato la bandiera del cambiamento e vuole prioritariamente il rispetto delle regole della democrazia e l’introduzione di nuove, come appunto la riforma sanitaria, per la tutela di tutti i cittadini, c’è già una prima grande lezione che ci viene da questa pagina di storia americana, una lezione che evidentemente si ripete: proprio nei momenti di crisi il sistema americano trova le risorse per correggersi e migliorare.
Quello che anche noi dovremmo riuscire a fare, per uscire da una stagnazione storica dove mali perenni si aggravano e non si cerca di rimuoverli.
Certo anche la democrazia americana resta imperfetta e lo dimostra il fatto che con la riforma sanitaria che Obama è riuscito a strappare al Congresso le condizioni d’assistenza dei cittadini americani non sono ancora paragonabili a quelle degli europei. Mostra però d’essere vitale e di possedere grandi risorse.

D’altra parte ci sono ragioni storiche e una diversa mentalità che spiega il diverso stato della sanità negli Stati Uniti e in Europa. La maggior parte dei coloni che vi sbarcarono era protestante e un certo buon numero dovette essere d’ispirazione calvinista, con quell’idea del successo, espressione del nostro destino, che è un tema fondamentale del pensiero collettivo americano. In questa visione dell’esistenza rientra molto probabilmente anche la salute. Noi europei abbiamo invece maturato la concezione che la salute dei cittadini è un diritto e, mi sembra di poter dire, è un bene non solo individuale ma un bene comune, dello Stato come organismo; dunque la sanità è pubblica. E’ il figlio di Ted Kennedy, che volle fortemente questa riforma, Patrick, a dire dopo la vittoria che la salute è un diritto civile, è un diritto umano fondamentale, una sfida etica per la società americana. Lo dice per quegli americani cui invece fino a ieri, dal loro punto di vista estremamente individualista, era fin qui perfino sfuggito il significato economico-sociale delle malattie, ed il fatto che i malati portatori delle malattie di rilevanza sociale se lasciati a loro stessi finiscono per costare allo Stato molto di più che se possono curarsi prontamente, come faceva osservare il Presidente Obama nell’esporre le cifre della riforma.

Con la riforma la sanità americana continua ad essere finanziata dalle assicurazioni ma con tutta una serie di nuove regole. Ci saranno polizze obbligatorie per chi prima restava fuori dall’assistenza, circa trentaduemilioni di cittadini non così poveri da poter usufruire dell’assistenza diretta gratuita in caso di necessità ma nemmeno in grado di sottoscrivere una polizza, che entreranno in vigore dal 2014 perché lo Stato che vi contribuisce deve trovare i fondi necessari con nuove tasse; nel frattempo i malati potranno accedere ad un programma assicurativo provvisorio. Le compagnie assicurative non potranno più rifiutarsi di assicurare o liberarsi di un assicurato che si ammala gravemente, né stabilire un limite alle spese per un singolo paziente, come spesso erano solite fare. Restano per ora fuori dalla riforma gli immigrati non regolarizzati, l'assistenza nei casi di aborto volontario.

Nel firmare la nuova legge Barack Obama ha ricordato sua madre « che ha dovuto lottare con le compagnie assicurative persino mentre combatteva contro il cancro nei suoi ultimi giorni di vita». Nel suo provenire dalla middle class americana, per parte di madre, rispetto ai Kennedy o ai Clinton, sta forse oggi la forza di Obama. E’ la classe media nel centro della crisi e Barack conosce molto bene dove nascono i suoi problemi e nello stesso tempo è molto preparato per affrontarli; sa trovare il compromesso per raccogliere il risultato.
Ma la portata di questa riforma è ancora maggiore. E’ un esempio per il consesso delle Nazioni, come sempre quando la risposta alle crisi è nella direzione della solidarietà, di un reale progresso nel miglioramento delle condizioni umane. Buon lavoro Presidente!

giovedì 22 gennaio 2009

Obama chiude Guantanamo



L’importanza che il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha voluto dare a questa decisione, divulgando la bozza dell’ordine esecutivo che prevede la chiusura del carcere e di un altro che mette al bando la tortura, il giorno dopo del suo insediamento, taglia corto su presunte continuità con la precedente amministrazione.
Sto leggendo un libro di Nadine Gordimer “Un ospite d’onore”, 1970, e succede che la letteratura mi aiuti a mettere meglio a fuoco ciò che accade nel mondo. Un ex funzionario coloniale inglese, licenziato a suo tempo perché considerato a favore del movimento indipendentista africano e tornatosene perciò nella campagna inglese, viene invitato a tornare nel Paese che ha raggiunto l’indipendenza per partecipare ai festeggiamenti. Gli viene quindi offerto un’ incarico dal nuovo Governo, di occuparsi di riorganizzare l’istruzione pubblica. Per fare questo si pone in viaggio all’interno delle zone più povere da lui conosciute quando era funzionario del governo inglese. Sono arrivata, nella lettura, al punto in cui dà un passaggio casualmente ad un giovane e taciturno africano, del quale poco dopo viene a sapere che essendo un simpatizzante dell’opposizione, poiché il nuovo governo africano non ha saputo esprimere un’unità nazionale ed uno dei leader principali del movimento indipendentista è stato tagliato fuori e vuole appunto organizzare l’opposizione, è stato arrestato e tenuto “due mesi e diciassette giorni” in prigione, senza alcun ordine di arresto, senza processo. Chiede allora il protagonista:
- Ma a chi compete la responsabilità d'impartire un ordine del genere? E chi lo firma? La detenzione preventiva è stata abolita nel Paese. –
Il ragazzo è stato anche torturato.Tutto ciò fa nascere un grave conflitto morale nel protagonista, che teme che il capo del governo, da cui ha accettato l’incarico, sia direttamente coinvolto nell’illegalità e nell’ingiustizia di questa detenzione.
La legalità e la giustizia sono fondamentali per le democrazie moderne. L’America un tempo descritta e considerata come il luogo sia dal punto di vista della giustizia che degli affari della libera sopraffazione è invece stata capace di darsi regole che le hanno permesso di diventare un grande Paese, una democrazia moderna: una regola di questo Paese è stata che le regole vanno rispettate.
E’ molto bello che sia un Presidente d’origine africana a saper riaffermare e ricordare ciò agli americani.

sabato 9 febbraio 2008

Breve riflessione tra Leoni e Agnelli



Come succede nei momenti di crisi, siamo troppo concentrati in noi stessi: la crisi dell’Italia, la crisi della politica, con i link correlati della casta, l’antipolitica e le diseguaglianze sociali.
Sul tutto aleggiando un nuovo atipico diluvio universale, quello della monnezza, che è piovuta a Napoli.
Quest’inclinazione è destinata a mantenersi ed a crescere, visto che dopo ventidue mesi di legislatura rieccoci in campagna elettorale, per la quale, al primissimo momento, le novità e le priorità si stanno concentrando, significativamente, sugli schieramenti, piuttosto che sulle idee e sulle aspirazioni.
Così il nostro sguardo sull’America, che regge le sorti del mondo, si è un po’ appannato, ravvivandosi da ultimo per l’avvenimento delle primarie.
In una conversazione ho ascoltato un giovane dire che l’America è così importante e decisiva per il mondo che tutti dovremmo partecipare alle sue elezioni. Ho pensato che in fondo siamo provincie dell’impero, che ad un certo punto Roma diede la cittadinanza alle provincie. E Roma è una metafora che piace agli americani: “ Roma brucia!”, dice nel college californiano il professore-Redford per scuotere il giovane che gli era apparso subito promettente, e che invece ha visto avviarsi sulla china della de-responsabilizzazione rispetto a quella dell’impegno.
L’ultima fatica cinematografica di Robert Redford, Leoni per Agnelli, si sviluppa lungo quattro interfaccia in sequenza parallela: nel college dove si confrontano professore e studente, sui valori, l’aspirazione e l’impegno; nello studio del senatore, dove la politica che decide è alle prese con la giornalista, cioè l’informazione; nella sede della rete televisiva dove la giornalista si confronta col suo capo, cioè la società che recepisce e si assume il compito di comunicare interroga se stessa nei suoi rapporti con la politica; il campo di guerra, cui arrivano gli ordini da eseguire, con la storia particolare del sacrificio di due volontari.
Anche l’America, dunque, è in crisi profonda: crisi politica, di giudizio, d’ispirazione ed aspirazioni. Ma l’America è un grande Paese, è stata la terra promessa, e se qualcosa, che sale dalla gente, si metterà in movimento, sarà un’onda lunga che ci coinvolgerà tutti.

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