Visualizzazione post con etichetta Proust Marcel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Proust Marcel. Mostra tutti i post

sabato 13 dicembre 2008

Appunti da...ricordare


Senza memoria non c’è identità. Il triste caso di chi, per incidente o malattia, si ritrovi con problemi d’amnesia e di relazioni spazio temporali, a non riconoscere più se stesso e a continuamente chiedersi chi è e dove si trova. Strettamente connessa risulta la capacità d’immaginare il futuro. Chi non ricordare le esperienze precedenti non riesce ad immaginare cosa potrebbe fare le prossime vacanze ad esempio, figuriamoci poi pensare un cambiamento di vita.
Possiamo estendere queste considerazioni dall’individuo alla collettività, un popolo, una nazione, noi italiani in particolare che abbiamo notoriamente problemi d’identità nazionale, perché siamo arrivati moolto più tardi della maggior parte degli altri europei all’unità nazionale, per il regionalismo che ci contraddistingue, etc. etc., motivi che a loro volta hanno cause più a monte che risiedono nella nostra storia e nella nostra geografia. Dal punto di vista del ricordare il nostro difetto d’identità può riconnettersi a scarsa memoria collettiva, storica per l’appunto.
Il processo di globalizzazione in atto nel pianeta non aiuta a sostenere l’identità dei singoli popoli. Dal punto di vista del ricordare l’indebolimento dell’identità a sua volta non aiuta la capacità di progettare il futuro, e questo è proprio quello che oggi nel mondo e nel nostro Paese più si denuncia. Nel new world del mondo globale e multietnico la via della comunicazione e dell’integrazione non può essere dunque la rinuncia all’ identità, all’appartenenza, ma deve partire da essa perché in sostanza non possiamo farne a meno: pena di vivere confinati nel presente, di rinunciare al futuro o comunque di rassegnarci ad una percezione spazio temporale confusa.

Marcel Proust e dintorni. Il nostro ricordare è unico, gli stessi eventi sono ricordati in maniera diversa da differenti persone. Quest’unicità avvicina il nostro ricordare ad un’opera d’arte, in quanto attività creatrice della nostra coscienza, della nostra individualità.

Il lato oscuro del ricordare. Barnaby Rudge. Nel romanzo di Dickens abbiamo colto come Barnaby è felice perché non ricorda, circondato da personaggi che non riescono a superare odi e rancori, che non dimenticano. Aggiungiamo però che lo stesso Barnaby nel momento per lui più drammatico, quando è chiuso in cella riesce a trovare consolazione, proprio lui che non ricorda, attraverso un frammento di ricordo, nella sua preghiera mal ricordata e nel frammento dell’inno infantile che cantò e lo cullò nel sonno.

“Il posto delle fragole” di Igmar Bergman. Un vecchio professore sta per ricevere il premio più importante con cui chiudere la sua carriera di scienziato. Il viaggio verso la premiazione è anche un viaggio dentro se stesso per vagliare, fare il bilancio delle sue relazioni umane, che sembra risultare molto meno brillante. Questo viaggio è un ricordare. Ricordi amari, opprimenti e ricordi piacevoli, ancora vitali, come il posto delle fragole. C’è un ricordo che il vecchio sceglie per addormentarsi, con cui affrontare la notte della vita, preso dall’Eden dell’infanzia, un’immagine serena dei genitori. E’ importante questo scegliere, la selezione del ricordo.

Giacomo Leopardi, o come grato occorre il rimembrar delle passate cose ancor che tristi e che l’affanno duri. Il pensiero più spinto sull’efficacia lenitiva del ricordare, nostro conforto al di sopra delle nostre disgrazie. Perché accade questo? Perché il ricordare è la nostra rielaborazione dell’esistenza, la nostra intima riappropriazione del mondo che abbiamo vissuto, è nostro. Leopardi già sottintende Proust, e l’intensità del ricordare del vecchio professore di Bergman.

giovedì 7 agosto 2008

Di Barnaby Rudge e del ricordare

Il romanzo è ambientato all’epoca dei disordini anticattolici nella Londra del 1780.
Barnaby è più volte indicato nel romanzo da diversi personaggi come un’idiota. La madre, posta di fronte alla diversità del figlio, ricorda i piccoli stratagemmi escogitati, quando era bambino, per metterlo alla prova, i piccoli segni “non di stupidità, ma di qualcosa di infinitamente peggio, così fantomatici e poco infantili com’erano”; “ le strane immaginazioni che egli aveva; il terrore di certe cose inanimate, oggetti familiari che egli dotava di vita”. In effetti Barnaby sembra vivere in un altro mondo. Appena lo incontriamo ci parla delle stelle come occhi che guardano le cose degli uomini, anche uomini buoni feriti, limitandosi a sfavillare e ad ammiccare tutta la notte. Lo ritroviamo che parla della sua ombra, di come le nostre ombre giochino e si burlino di noi. Barnaby, capace di passare ore davanti al fuoco, “ad osservare le immagini nei carboni ardenti: i fiumi, le colline e le valli nel rosso scuro del tramonto, e visi selvaggi”. Barnaby, dall’alba al tramonto a correre sfrenatamente per le campagne, tuffarsi a riposare nell’erba: “C’erano uccelli da vigilare, pesci, formiche, vermi, lepri e conigli, mentre attraversavano il lontano sentiero nel bosco e così scomparivano: milioni di esseri viventi a cui interessarsi e da osservare rimanendo distesi, e per i quali, quando erano scomparsi, c’era da battere le mani.” Barnaby vive in un mondo animato, come uno spiritello shakespeariano, vive nell’armonia della natura. Amico dei cani vagabondi e di un corvo parlante di nome Grip.
C’è un altro tratto di Barnaby che è essenziale: il suo non ricordare. La madre sfrutta questo carattere del figlio, ormai ventiduenne, per trattenerlo in casa: “i racconti che ella gli ripeteva come un allettamento per tenerlo sempre vicino a sé. Non riusciva a ricordare queste piccole narrazioni – il racconto di ieri era nuovo l’indomani – ma gli piacevano sul momento; e quando ne aveva voglia rimaneva pazientemente in casa, ad ascoltare le storie come un bambino e a lavorare allegro”. Barnaby ricorda solo poche cose essenziali e siccome Barnaby è spesso felice, tendiamo a pensare che alla base del suo essere felice vi sia proprio il suo non ricordare: “Quella sua debolezza di mente che lo rendeva così rapidamente dimentico del passato, salvo in brevi barlumi e lampi, pure, adesso era un conforto. Il mondo per lui era pieno di felicità; per ogni albero, pianta e fiore, per ogni uccello e bestia, per ogni piccolo insetto che un alito di vento estivo facesse cadere a terra, egli era felice.”. Quando Barnaby viene risucchiato nel gorgo dei disordini, e ne diventerà protagonista, di lui è detto rispetto alla moltitudine insorta: “camminava orgoglioso e felice, fiero oltre ogni dire; la sola creatura gioconda e schietta nell’intera riunione.” Questo suo non fermare i ricordi predispone Barnaby a cogliere gli istanti della felicità, gli attimi fuggenti; perfino quando è rinchiuso in prigione Barnaby accede ad un sentimento superiore, grazie ad un raggio di luna che penetra nella cella attraverso l’inferriata: “e sentì la pace entrargli profonda nel cuore. Lui, un povero idiota, chiuso nella piccola cella, era innalzato verso Dio, mentre contemplava la dolce luce, quanto l’uomo più libero e più fortunato in tutta la vasta città; e nella sua preghiera mal ricordata e nel frammento dell’inno infantile che cantò e lo cullò nel sonno, aleggiava uno spirito di verità quale mai fu espresso da omelie studiate con cura, né mai echeggiò sotto gli archi di vecchia cattedrale”. Barnaby, eroe dello spirito popolare!
Attorno a Barnaby, che non ricorda, gira una moltitudine di personaggi che invece non riesce ad uscire dal proprio passato, è ancorata ad eventi trascorsi, scolpiti nella memoria, a cominciare dall’assassino incapace di distaccarsi dal luogo del delitto ma altrettanto incapace a mondarsi della colpa. Il ricordare che genera paura, ansia, rancore e sete di vendetta, tutti sentimenti negativi che impediscono, o rallentano, un’evoluzione positiva e la risoluzione dei conflitti. C’è, dunque, una dimensione negativa del ricordare. Opposta all’elegia e alla poetica creativa del ricordare di proustiana accezione. Un po’ come nel cinema di Sergio Leone, dove i flash back, servono, appunto, ad illuminare questa quarta dimensione: il lato oscuro del ricordare. Un lento movimento che alla fine fa venire a galla non solo i pesi degli altri ma, fardelli più duri, i nostri stessi.

Etichette