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giovedì 29 settembre 2011

Fame di poesia e necessità di ricordare.

Dopo essere intervenuta su un blog in cui si esortava a tornare ad imparare poesie a memoria, visto le visite ricevute da quel sito sul mio, mi sono resa conto di quanto l’argomento interessi. Vuol dire che sentiamo il bisogno di parole fermate dentro di noi, di bussole interiori per il nostro cammino quotidiano.

Ma il ricordare con cui intessere il nostro presente è forse un’altra cosa. Il lasciar affiorare i ricordi, essere predisposti ad accoglierli quando ciò accade, che per le misteriose alchimie tra la nostra mente e il mondo circostante  non possiamo prevedere – un odore, una musica o un’immagine o altro - e non cacciarli via come cose oziose e di nessun senso,  forse richiede proprio il distaccarsi un poco dal quotidiano per poi ritornare nel presente con maggiore consapevolezza.
La Arendt che  in un  suo saggio si chiede “Dove siamo quando pensiamo” dice che siamo in un non-luogo, o meglio in una zona di confine e temporalmente siamo proprio in quel presente che è al confine tra passato e futuro: cioè  è il nostro passato che ci struttura  ed è la condizione per pensare il nuovo quando pensiamo.
Ma ecco quando pensiamo? se cacciamo i nostri ricordi come sciocchezze con un’alzata di spalle?

Ci sono poi altri aspetti profondi del ricordare. Il ricordare che produce il raccontare e dunque il raccontare per ricordare i morti e per richiamare l’eternità;  per affermare la vita come fa Sherazade ne “Le mille e una notte”, ma ne ho già detto in altro post.

giovedì 30 giugno 2011

Campi di girasoli per sempre (Sunflower fields forever)


E’ la campagna di giugno, dove giallo e verde ancora si rincorrono.
Spettacolo tra i più belli è quello dei girasoli. Il verde alto e intenso delle piante coronato dal giallo quasi oro dei fiori composti. Andate in campagna in questi giorni e dove ci sono distese di girasoli fermatevi a guardare e chiedete alla natura cosa voglia indicarci con questo spettacolo.

Perché, come hanno osservato biologi interessati all’espressione della forma, come Adolf Portmann in “Le forme degli animali”, e come posto in luce in un saggio di Hannah Arendt, “Dove siamo quando pensiamo”, noi viviamo nel mondo delle apparenze.

La forma degli animali non è banale o semplicemente funzionale, né si spiega solo con l’evoluzione darwiniana: è anche linguaggio, comunicazione. Ad esempio i mammiferi superiori hanno delle forme particolarmente significative, dove la maggior espressività è data dalla faccia, si pensi al leone o alla tigre o la maestria della disposizione delle righe nella testa della zebra; all’opposto i pesci abissali, che vivono al buio negli oceani, in cui non si vedono, e in cui quindi la forma non può avere importanza, sono tra le creature più mostruose. Né si può spiegare solo con la selezione naturale l’esuberanza della produzione della forma, con tantissime variazioni- che la selezione naturale sfrutta ma non ne spiega l’origine- di diverse specie vegetali e animali.

La Arendt, a sua volta analizza come l’apparire sia fondamentale nel quotidiano del comportamento umano.

Ma se guardiamo anche nel mondo inanimato noi vediamo come le forme e i colori siano altrettanto importanti: il cielo azzurro, e i contorni delle montagne, e la linea del mare, e le anse dei fiumi e le distese delle pianure sono fatte in modo che noi possiamo comprenderle e apprezzarle. E così i pianeti e le stelle nel cielo. Insomma l’intero universo si esprime attraverso forme – che come la disposizione dei singoli fiori nel disco del girasole o la conchiglia dei molluschi, tal quale il moto dei pianeti, si possono esprimere in formule matematiche -.

Secondo la Arendt quando pensiamo dobbiamo astrarci dal mondo delle apparenze e del quotidiano. Per fare questo, però, dobbiamo aver interiorizzato il mondo delle apparenze come nei secoli che ci hanno preceduto hanno fatto gli artisti che hanno guardato la natura, le sue forme e colori, hanno cioè saputo comprendere il suo linguaggio.

Van Gogh e i girasoli. Tra gli artisti che hanno saputo guardare la natura e le sue forme e interiorizzato la loro esperienza senz’altro Van Gogh. Ho visitato la mostra su di lui al Vittoriano a Roma. In molti quadri Van Gogh pone insieme campagna e città, quest’ultima sullo sfondo con le sue ciminiere o lo sbuffo dei suoi treni: segni del dinamismo che la città esprime. Mentre la campagna sarebbe all’opposto l’espressione dell’eternità.
Me se la campagna interiorizzata dall'artista ci rappresenta l’eternità, pure essa è colta e descritta come attimi. È sempre la campagna di un certo momento, di una certa luce del giorno, di figure che passano o sono intente a qualcosa. Di un campo di grano o di girasoli, o una pianta di girasoli, nella loro massima intensità.

Dunque l’eternità come l’attimo intenso che si fissa nel ricordo e sarà per sempre.

Andate a vedere i campi di girasoli e chiedetevi cosa vogliono esprimerci. Ora sono nel pieno della loro vitalità. Tra un poco appassiranno.

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