Avevo il nastro inciso e un album con i testi delle canzoni. Di una, quando viene natale, mi ritrovo a canticchiare qualche strofa alla rinfusa. Riguarda chi è via.
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giovedì 24 dicembre 2009
Natale
Ho il ricordo di una recita di natale, bambini della prima. Maglioncini rossi, in semplici coreografie in circolo o in fila, tenendosi per mano, in piedi o seduti a terra. Con la giovane maestra che accompagna con la chitarra. Qualche incertezza nei passi, seri e compunti, le vocette decise.
Avevo il nastro inciso e un album con i testi delle canzoni. Di una, quando viene natale, mi ritrovo a canticchiare qualche strofa alla rinfusa. Riguarda chi è via.
Avevo il nastro inciso e un album con i testi delle canzoni. Di una, quando viene natale, mi ritrovo a canticchiare qualche strofa alla rinfusa. Riguarda chi è via.
lunedì 22 dicembre 2008
Saga di Natale
Maria è all’opera, intenta alla costruzione del presepio. Siccome sa che ci perderà del tempo come ogni anno vorrebbe rinunciare, sfuggire all’impresa ma poi pensa che è un appuntamento unico, un’occasione da non mancare. Deve immaginare un disegno per tessere la sua tela, inventarsi una geografia perché vuole che sul lungo ripiano della bassa libreria un paesaggio prenda forma e quindi vita. Ci sarà come sempre una città sollevata sulla collina con le mura rotonde e merlate – un semicilindro di cartone colorato di grigio scuro - e la fessura di una porta ad arco. Quest’anno la circonderà di altre costruzioni di cartone che ha fatto da sè, userà per questo tutti i pezzi che possiede, quinte di muri diroccati che aprono verso la campagna.

*
Questa mattina la città si è svegliata come da un lungo sonno e brulica di gente in grande attività. Sulla porta che guarda verso la campagna il venditore di salumi ha già piantato il suo banchetto e tiene una povera oca appesa al bordo. Giù nella vallata però è pieno di ochette vive nelle aie e sulle sponde erbose del fiume, tra ciottoli bianchi e grigi. Creste di colline e montagne si sovrappongono a contendersi l’orizzonte chiuso. Signora della vallata è l’acqua che scorre in diversi modi, che accompagna con diverse canzoni: un mormorio sommesso nel fiume ampio che curva dolcemente proprio poco oltre l’acuto ponte medievale, un gorgoglio nei tratti di torrente che scendono dai pendii, appena un sussurro nei laghetti che il fiume impigrito rigirandosi con le sue anse disegna qua e là. Ponticelli rustici come un abbraccio ruvido raccordano le rive opposte e a loro volta sembra che dicano cantando:
- Sì, si può passare, non c’è separazione, qui è tutto in armonia!
L’acqua non si contenta del fiume, vien fuori anche da fonti e fontane che parlottano e sciorinano senza posa in scie argentine le filastrocche e tutte le vecchie storie e gli accadimenti che hanno visto e a loro volta sentito raccontare.

Il pozzo, che sta di fronte alla corte diroccata dai muri rosati che attraversa le acque del fiume e fa con le sue aperture da cannocchiale alla valle, quando il secchio riposa, si compiace di rispecchiare il chiarore del cielo e solo qualche nota sale ogni tanto dalla sua pancia.

Il pastore Ieli è arrivato da molto lontano. Le sue pecore si sono ammalate e sono morte e allora si è messo in viaggio in cerca di fortuna e tutto ciò che possiede sta in quel panno bianco annodato che gli pende da una mano. Questo luogo gli piace, la campagna tranquilla gli darà un po’ di pace, forse troverà qui un lavoro o se no affronterà la città che gli sembra grassa e ricca e proverà così a cambiare la sua vita. Intanto beve l’acqua della fonte di marmo dai riflessi azzurrini incastonata nella roccia sotto le mura della città, ed è come una piccola cappella luccicante in cui entrare, e mangia il suo panino.

La vecchia torre solitaria sta proprio di fronte al ponte rustico basso sull’acqua coi muretti arrotondati, al centro della lunga vallata. L’abita una vecchia solitaria anche lei, che sta sempre sull’aia con la sua conocchia in mano a guardare chi passa sul ponte. Ha avuto figli e nipoti ma tutti alla fine sono partiti.

Vive con i suoi animali e chi passa dal ponte li trova sempre lì nell’aia.
La donna graziosa che viene dalla fontana col tetto di tegole rosse, è vestita d’azzurro e le sue brocche sembrano d’argento.

Forse è la fata turchina, ma ha un figlio e lo ha allevato da sola. In città si mormorò che il padre fosse il poeta dal passato tormentato venuto dall’altra parte delle montagne. Ha sulle spalle uno scialletto grigio e anche se la giornata è ormai quasi trascorsa e sta facendo buio arriverà fino alla capanna poco lontana perché le hanno detto che c’è qualcosa da vedere.
La bimba coi riccioli biondi non vuole andare dalla vecchia con la conocchia nella torre solitaria perché le fa paura e lì sul ponte rustico basso sull’acqua tira la mano della madre per tornare indietro ma la madre non l’accontenterà perché ha sentito delle voci e vuole sapere dalla vecchia con la conocchia che cosa c’è di nuovo nella vallata.

I pastori sono giunti con le loro pecore alla capanna che è costruita dentro la montagna e hanno visto.
*
Maria si lascia di sistemare la capanna per ultimo. E’ già pronta, di legno, grande e con i personaggi incollati. In genere la ricopre un po’ con la carta delle montagne per guadagnare spazio e raccordarla col resto del paesaggio, così è una capanna costruita dentro la montagna come certe taverne. La capanna sta fuori della città, anzi in questo presepio che si svolge in lunghezza sulla libreria sta proprio dalla parte opposta: la città e la capanna sono ai due estremi del paesaggio; infatti, pensa Maria, sono anche idealmente in opposizione. Arriva suo figlio, guarda e commenta che, così in fondo com’è messa, la capanna sembra solo il pretesto per la costruzione del paesaggio, proprio come in certi ritratti inglesi succede per il soggetto umano rispetto al paesaggio che lo circonda, e non serve spiegargli che è stata messa lì apposta, ma forse ha ragione lui.
Maria ci riflette un po’ mentre finisce di disporre il muschio e le erbette, ma si distrae perché il muschio le fa ricordare quand’era bambina e il natale si passava insieme con la famiglia dello zio che portava i personaggi di gesso e cartapesta per fare il presepio. Lo si faceva sempre allo stesso modo e nello stesso posto, sul ripiano della Singer che veniva spinta in un angolo contro il muro: sul tavolo era tutta pianura con in fondo la capanna e da un lato la montagna che però era un altopiano perché era fatta di un rialzo creato con un po’ di libri e sulla montagna veniva sempre messo un pupazzetto vestito di marrone scuro con le mani alla bocca che strillava a squarciagola ma nessuno lo sentiva. Per ultimo si andava a cercare il muschio in campagna che ne serviva tanto con tutta quella pianura e l’altopiano, ora invece lo si compra già pronto a pacchi. Maria abita in campagna e il muschio va prenderlo da una fontana scavata nel fianco di un monticello che ora ci hanno costruito una villa col muro di cinta ma nel muro hanno lasciato un’apertura ad arco acuto per la fontana: l’acqua scende dalla parete che è tutta tappezzata di muschio che sembra un presepio!
L’usanza di portare gli abeti in casa e fare addobbi con i suoi rami nel momento in cui con la festa natalizia sopraggiunge l’inverno ha un chiaro valore simbolico: facciamo entrare il verde in casa proprio quando scompare in natura e Maria con il presepio ha trovato il modo di portarsi in casa un paesaggio intero! Un paesaggio atemporale, mitico, fatto della campagna che simbolicamente si oppone alla città, e anche se questa non fu l’ispirazione principale del presepio è innegabile che la sua ambientazione fu un elemento non secondario fin dalla sua prima realizzazione.
Il presepio, del resto, si può ambientare in qualunque luogo ed in qualunque tempo proprio perché è una rappresentazione, come a teatro si può avere la più variata scenografia o quattro tavole nude.
*
Assisi è una città ricca. Pur racchiusa nelle sue mura di pietra rosata, sollevata sulla collina, non è isolata: centro di civiltà mercantile, di commerci e quindi di scambi. Il padre di Francesco è stato in Francia e così ha dato questo nome al figlio. Con le sue belle porte da cui discendere verso la campagna, così la guarda da lontano Francesco, dalle sponde del rivo su cui ha alzato le spoglie celle del Tugurio, per dare esempio di povertà. Per Assisi e per il mondo si è spogliato delle sue vesti e dei suoi averi ma la città e il mondo ancora non vogliono intendere. Allora l’ha presa d’assedio. Da San Damiano, dall’Eremo in alto, e giù dalla Porziuncola e qui dal Tugurio la circonda e la scuote con il clamore della sua povertà e della sua preghiera. Vuole piegarla col suo esempio, con la sua imitazione di Cristo, perché ama questa città come ama il mondo e proprio per questo si contrappone loro.
Bisogna andarci in questi luoghi per capire l’assedio che Francesco con i suoi ha posto ad Assisi e al mondo.
*
- Te piace o presepio ?
- No.
Maria ripensa al figlio sempre critico di fronte alle sue fatiche presepiali e alla commedia di Eduardo, dove impietosamente e fatalmente la crisi familiare giunge al suo compimento la vigilia di Natale. Luca Cupiello non sa o non vuole riconoscere i segni del disfacimento che sono intorno a lui. Ripone tutta la sua attenzione nelle piccole cose e nei preparativi della festa, la cena di Natale, dove il capitone volerà fuori dalla finestra, e soprattutto il presepio. Il presepio è dunque anche qui un mondo a parte, un eden atemporale in cui cullarsi e trovare riparo, simbolo degli affetti e, pur nei perenni contrasti quotidiani, di quella pace ed unità familiari che nella realtà stanno per frantumarsi e non sarà possibile rincollarne i pezzi come per il presepio.
*
La notte è scesa sulla vallata. Cosa c’è di nuovo che nell’aria è tutto un fermento? I pastori dovrebbero essere stanchi e aver già riposto le pecore negli ovili e invece stanno lì a guardare e non si muovono. Le pecore stesse stanno lì anche loro a guardare, un po’ brucano sempre, e sembrano contente di stare in prima fila e si mettono in posa.
C’è una pastora che è rimasta indietro e sta facendo bere la sua pecora da una ciotola, laggiù al piccolo pozzo che sta davanti al casolare rosa sul fiume.

Di là dal casolare vede scintillare l’acqua del fiume che scende dalle montagne, viene avanti quasi diritta lasciandosi alle spalle un piccolo ponte lontano e curva proprio di fronte ai muri rosati, quindi torna indietro verso il fondo della valle, passa sotto il ponte a gobba d’asino e s’inflette ancora a destra in un’ampia ansa misteriosa. Le sembra che tra la macchia folta del bosco e la pietra grigia che riveste l’argine del fiume avanzi un pastore che conosce con una pecora sulle spalle. L’aspetterà e farà la strada con lui perché di colpo ha paura: ha visto scintillare la lama di una spada, forse un soldato romano, tra i cespugli che invadono i muri della villa abbandonata poco distante proprio sotto la città.

Insieme basterà arrivare più avanti al ponte rustico che porta alla torre solitaria per sentirsi più sicuri, rincuorati dalle luci di case sparse, e arrivare in breve alla vecchia capanna dove dice che sia accaduto qualcosa. Faranno attenzione al cammino sull’argine incerto, non più lastricato del fiume, ricco di erbe selvagge, ciottoli sporgenti, fiori seccati e bacche brune, per non cadere in quell’acqua trasparente che a volte quando passa da sola le sembra voglia tirarla giù.
Alla capanna è nato un bambino. E’ questa la notizia. La madre era in viaggio ed è stata colta dalle doglie. Ha trovato una sistemazione nella capanna che ha una stalla annessa e ci sono un bue e un asino che rendono caldo l’ambiente. L’inverno è arrivato nella vallata ma questo bimbo che ha voluto nascere qui potrebbe essere il segno dell’avvio di una rinascita. Per Ieli, per la pastora, la donna con le brocche, perfino per la vecchia con la conocchia nella torre solitaria e per la città grassa chiusa nella cerchia delle sue mura.

*
Questa mattina la città si è svegliata come da un lungo sonno e brulica di gente in grande attività. Sulla porta che guarda verso la campagna il venditore di salumi ha già piantato il suo banchetto e tiene una povera oca appesa al bordo. Giù nella vallata però è pieno di ochette vive nelle aie e sulle sponde erbose del fiume, tra ciottoli bianchi e grigi. Creste di colline e montagne si sovrappongono a contendersi l’orizzonte chiuso. Signora della vallata è l’acqua che scorre in diversi modi, che accompagna con diverse canzoni: un mormorio sommesso nel fiume ampio che curva dolcemente proprio poco oltre l’acuto ponte medievale, un gorgoglio nei tratti di torrente che scendono dai pendii, appena un sussurro nei laghetti che il fiume impigrito rigirandosi con le sue anse disegna qua e là. Ponticelli rustici come un abbraccio ruvido raccordano le rive opposte e a loro volta sembra che dicano cantando:
- Sì, si può passare, non c’è separazione, qui è tutto in armonia!
L’acqua non si contenta del fiume, vien fuori anche da fonti e fontane che parlottano e sciorinano senza posa in scie argentine le filastrocche e tutte le vecchie storie e gli accadimenti che hanno visto e a loro volta sentito raccontare.

Il pozzo, che sta di fronte alla corte diroccata dai muri rosati che attraversa le acque del fiume e fa con le sue aperture da cannocchiale alla valle, quando il secchio riposa, si compiace di rispecchiare il chiarore del cielo e solo qualche nota sale ogni tanto dalla sua pancia.

Il pastore Ieli è arrivato da molto lontano. Le sue pecore si sono ammalate e sono morte e allora si è messo in viaggio in cerca di fortuna e tutto ciò che possiede sta in quel panno bianco annodato che gli pende da una mano. Questo luogo gli piace, la campagna tranquilla gli darà un po’ di pace, forse troverà qui un lavoro o se no affronterà la città che gli sembra grassa e ricca e proverà così a cambiare la sua vita. Intanto beve l’acqua della fonte di marmo dai riflessi azzurrini incastonata nella roccia sotto le mura della città, ed è come una piccola cappella luccicante in cui entrare, e mangia il suo panino.

La vecchia torre solitaria sta proprio di fronte al ponte rustico basso sull’acqua coi muretti arrotondati, al centro della lunga vallata. L’abita una vecchia solitaria anche lei, che sta sempre sull’aia con la sua conocchia in mano a guardare chi passa sul ponte. Ha avuto figli e nipoti ma tutti alla fine sono partiti.

Vive con i suoi animali e chi passa dal ponte li trova sempre lì nell’aia.
La donna graziosa che viene dalla fontana col tetto di tegole rosse, è vestita d’azzurro e le sue brocche sembrano d’argento.

Forse è la fata turchina, ma ha un figlio e lo ha allevato da sola. In città si mormorò che il padre fosse il poeta dal passato tormentato venuto dall’altra parte delle montagne. Ha sulle spalle uno scialletto grigio e anche se la giornata è ormai quasi trascorsa e sta facendo buio arriverà fino alla capanna poco lontana perché le hanno detto che c’è qualcosa da vedere.
La bimba coi riccioli biondi non vuole andare dalla vecchia con la conocchia nella torre solitaria perché le fa paura e lì sul ponte rustico basso sull’acqua tira la mano della madre per tornare indietro ma la madre non l’accontenterà perché ha sentito delle voci e vuole sapere dalla vecchia con la conocchia che cosa c’è di nuovo nella vallata.

I pastori sono giunti con le loro pecore alla capanna che è costruita dentro la montagna e hanno visto.
*
Maria si lascia di sistemare la capanna per ultimo. E’ già pronta, di legno, grande e con i personaggi incollati. In genere la ricopre un po’ con la carta delle montagne per guadagnare spazio e raccordarla col resto del paesaggio, così è una capanna costruita dentro la montagna come certe taverne. La capanna sta fuori della città, anzi in questo presepio che si svolge in lunghezza sulla libreria sta proprio dalla parte opposta: la città e la capanna sono ai due estremi del paesaggio; infatti, pensa Maria, sono anche idealmente in opposizione. Arriva suo figlio, guarda e commenta che, così in fondo com’è messa, la capanna sembra solo il pretesto per la costruzione del paesaggio, proprio come in certi ritratti inglesi succede per il soggetto umano rispetto al paesaggio che lo circonda, e non serve spiegargli che è stata messa lì apposta, ma forse ha ragione lui.
Maria ci riflette un po’ mentre finisce di disporre il muschio e le erbette, ma si distrae perché il muschio le fa ricordare quand’era bambina e il natale si passava insieme con la famiglia dello zio che portava i personaggi di gesso e cartapesta per fare il presepio. Lo si faceva sempre allo stesso modo e nello stesso posto, sul ripiano della Singer che veniva spinta in un angolo contro il muro: sul tavolo era tutta pianura con in fondo la capanna e da un lato la montagna che però era un altopiano perché era fatta di un rialzo creato con un po’ di libri e sulla montagna veniva sempre messo un pupazzetto vestito di marrone scuro con le mani alla bocca che strillava a squarciagola ma nessuno lo sentiva. Per ultimo si andava a cercare il muschio in campagna che ne serviva tanto con tutta quella pianura e l’altopiano, ora invece lo si compra già pronto a pacchi. Maria abita in campagna e il muschio va prenderlo da una fontana scavata nel fianco di un monticello che ora ci hanno costruito una villa col muro di cinta ma nel muro hanno lasciato un’apertura ad arco acuto per la fontana: l’acqua scende dalla parete che è tutta tappezzata di muschio che sembra un presepio!
L’usanza di portare gli abeti in casa e fare addobbi con i suoi rami nel momento in cui con la festa natalizia sopraggiunge l’inverno ha un chiaro valore simbolico: facciamo entrare il verde in casa proprio quando scompare in natura e Maria con il presepio ha trovato il modo di portarsi in casa un paesaggio intero! Un paesaggio atemporale, mitico, fatto della campagna che simbolicamente si oppone alla città, e anche se questa non fu l’ispirazione principale del presepio è innegabile che la sua ambientazione fu un elemento non secondario fin dalla sua prima realizzazione.
Il presepio, del resto, si può ambientare in qualunque luogo ed in qualunque tempo proprio perché è una rappresentazione, come a teatro si può avere la più variata scenografia o quattro tavole nude.
*
Assisi è una città ricca. Pur racchiusa nelle sue mura di pietra rosata, sollevata sulla collina, non è isolata: centro di civiltà mercantile, di commerci e quindi di scambi. Il padre di Francesco è stato in Francia e così ha dato questo nome al figlio. Con le sue belle porte da cui discendere verso la campagna, così la guarda da lontano Francesco, dalle sponde del rivo su cui ha alzato le spoglie celle del Tugurio, per dare esempio di povertà. Per Assisi e per il mondo si è spogliato delle sue vesti e dei suoi averi ma la città e il mondo ancora non vogliono intendere. Allora l’ha presa d’assedio. Da San Damiano, dall’Eremo in alto, e giù dalla Porziuncola e qui dal Tugurio la circonda e la scuote con il clamore della sua povertà e della sua preghiera. Vuole piegarla col suo esempio, con la sua imitazione di Cristo, perché ama questa città come ama il mondo e proprio per questo si contrappone loro.
Bisogna andarci in questi luoghi per capire l’assedio che Francesco con i suoi ha posto ad Assisi e al mondo.
*
- Te piace o presepio ?
- No.
Maria ripensa al figlio sempre critico di fronte alle sue fatiche presepiali e alla commedia di Eduardo, dove impietosamente e fatalmente la crisi familiare giunge al suo compimento la vigilia di Natale. Luca Cupiello non sa o non vuole riconoscere i segni del disfacimento che sono intorno a lui. Ripone tutta la sua attenzione nelle piccole cose e nei preparativi della festa, la cena di Natale, dove il capitone volerà fuori dalla finestra, e soprattutto il presepio. Il presepio è dunque anche qui un mondo a parte, un eden atemporale in cui cullarsi e trovare riparo, simbolo degli affetti e, pur nei perenni contrasti quotidiani, di quella pace ed unità familiari che nella realtà stanno per frantumarsi e non sarà possibile rincollarne i pezzi come per il presepio.
*
La notte è scesa sulla vallata. Cosa c’è di nuovo che nell’aria è tutto un fermento? I pastori dovrebbero essere stanchi e aver già riposto le pecore negli ovili e invece stanno lì a guardare e non si muovono. Le pecore stesse stanno lì anche loro a guardare, un po’ brucano sempre, e sembrano contente di stare in prima fila e si mettono in posa.
C’è una pastora che è rimasta indietro e sta facendo bere la sua pecora da una ciotola, laggiù al piccolo pozzo che sta davanti al casolare rosa sul fiume.

Di là dal casolare vede scintillare l’acqua del fiume che scende dalle montagne, viene avanti quasi diritta lasciandosi alle spalle un piccolo ponte lontano e curva proprio di fronte ai muri rosati, quindi torna indietro verso il fondo della valle, passa sotto il ponte a gobba d’asino e s’inflette ancora a destra in un’ampia ansa misteriosa. Le sembra che tra la macchia folta del bosco e la pietra grigia che riveste l’argine del fiume avanzi un pastore che conosce con una pecora sulle spalle. L’aspetterà e farà la strada con lui perché di colpo ha paura: ha visto scintillare la lama di una spada, forse un soldato romano, tra i cespugli che invadono i muri della villa abbandonata poco distante proprio sotto la città.

Insieme basterà arrivare più avanti al ponte rustico che porta alla torre solitaria per sentirsi più sicuri, rincuorati dalle luci di case sparse, e arrivare in breve alla vecchia capanna dove dice che sia accaduto qualcosa. Faranno attenzione al cammino sull’argine incerto, non più lastricato del fiume, ricco di erbe selvagge, ciottoli sporgenti, fiori seccati e bacche brune, per non cadere in quell’acqua trasparente che a volte quando passa da sola le sembra voglia tirarla giù.
Alla capanna è nato un bambino. E’ questa la notizia. La madre era in viaggio ed è stata colta dalle doglie. Ha trovato una sistemazione nella capanna che ha una stalla annessa e ci sono un bue e un asino che rendono caldo l’ambiente. L’inverno è arrivato nella vallata ma questo bimbo che ha voluto nascere qui potrebbe essere il segno dell’avvio di una rinascita. Per Ieli, per la pastora, la donna con le brocche, perfino per la vecchia con la conocchia nella torre solitaria e per la città grassa chiusa nella cerchia delle sue mura.
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venerdì 21 dicembre 2007
Racconto di Natale. Ottava ed ultima parte.

Non era per seguire le richieste degli uomini, che per quella notte in molti sceglievano di regalarsi dei profumi. “ Ma cos’è veramente futile per gli uomini, un profumo o la vita degli animali, regalati allo stesso modo?”, si sorprese a chiedersi Babbo Natale, troppo memore del discorso del gufo.
No, il profumo che Babbo Natale aveva in mente era tutt’altra cosa. Era un’essenza che avrebbe fatto ricordare, l’aroma di un tempo molto lontano, un tempo e un luogo da cui tutti sulla terra proveniamo, il giardino dell’Eden forse. Per questa comune origine un sentimento di solidarietà e fratellanza avrebbero dovuto infine prevalere sulle pretese della specie più aggressiva del Pianeta.
Babbo Natale, lavorò il mucchietto di alga come in pochi hanno mai saputo fare, i Re Magi, il mago Merlino, Gandalf, a detta di Tolkien, e pochi altri, e profumò così la sua slitta.
Le renne si alzarono e nel guardare il cielo stellato Babbo Natale pensò che lassù c’era indubbiamento qualcuno, ricordava certo, ma non ancora così bene. Avrebbe dovuto ringiovanire un altro po’ per vedere le cose con più chiarezza.

La mattina di Natale molti bambini sentirono un odore insolito nelle loro case. Erano bambini curiosi e fecero molte domande ai loro genitori: soprattutto chiedevano cose sugli animali, le piante e la Terra. Anche gli adulti sentirono il profumo di babbo Natale, ma erano quelli che erano rimasti, nel loro carattere, più giovani.
Fine
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Racconto di Natale. Settima parte

Babbo Natale non aveva molto tempo a disposizione per cambiare i suoi doni, perché di questo si trattava, ora l’aveva compreso. L’aria frizzantina che si era levata, gli faceva bene, gli faceva venire delle idee. Intanto le renne, che non avevano partecipato all’assemblea perché troppo stanche, lo avevano raggiunto. Ora i cigni eleganti si accomiatavano e uno di loro nel sollevare il becco dall’acqua lasciò cadere un groviglio d’alghe sulla slitta.

Come gli uccelli terrestri abitano le cime degli alberi, così gli uccelli acquatici, galleggiando sull’acqua, abitano le cime delle lussureggianti foreste acquatiche formate dalle alghe. Mirabile adattamento. Da questo concordare di forme e funzioni, da questa variazione magistrale della natura che si ripete ma mai uguale, da uno dei suoi repertori più belli, non poteva non venire l’aiuto richiesto per Babbo Natale. In quel mucchietto di alga, che il cigno gli aveva porto cogliendolo dall’acqua di quel lago lucente, che profumo, che fragranza, stava racchiuso, una buona dose del segreto dell’universo. E forse era proprio un aroma, un profumo, l’unica cosa che quella notte Babbo Natale avrebbe potuto aggiungere in fretta ai suoi regali.
(continua)
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Racconto di Natale. Sesta parte
Fu un attimo, poi l’allegria arrivò con una brezza sottile e frizzante, perché gli animali sapevano vivere la loro vita giorno per giorno, o notte per notte, erano ottimisti e avevano ancora un po’ di fiducia nel vecchio bambino che si faceva chiamare Babbo Natale. Salutarono in fretta e se ne tornarono chi alle sue occupazioni, chi al suo sonno. Babbo Natale era rimasto a metà, un po’ vecchio e un po’ bambino, e non sapeva decidersi. Ripensò a poco prima, a quando era arrivato a quel lago incantatore, alla sensazione che aveva provato inizialmente, che in qualche modo l’aveva fatto ringiovanire, perché aveva ricordato. Si era sentito in completa armonia con la natura, Ma aveva bisogno d’aiuto perché nella sua mente non era ancora tutto chiaro. Chissà se antiche divinità avevano abitato questi luoghi, se uno spirito del lago si sarebbe levato a consigliarlo. Fosse stata una dama, le avrebbe detto, gentilmente ma fermamente, che di una spada non aveva bisogno: le armi era tempo che arrugginissero sui fondali melmosi.
(continua)
(continua)
venerdì 14 dicembre 2007
Racconto di Natale. Quinta parte

Babbo Natale ora stava fermo. Come i bambini, che sono così seri e attenti, quando vogliono capire il mondo che ancora non conoscono. Ma Babbo Natale no, il mondo lo conosceva, era stato sempre con lui, ma ecco aveva dimenticato. Aveva dimenticato l’origine, la comunanza, la solidarietà. Questa notte gli aveva regalato di tornare indietro, di ricordare com’era quand’era bambino. Eppure ancora non ricordava bene, il dove, come e quando tutto era cominciato, ma era certo che aveva a che fare con i bambini. I bambini che in tutto il mondo lo stavano aspettando, mentre gli adulti erano in verità assai distratti.
Il gufo parlò ancora. Parlava a nome degli animali di tutto il mondo, in particolare delle specie più minacciate, quelle sul cui capo pendeva il pericolo più grave, il pericolo dell’estinzione. I leoni sugli altopiani africani, le tigri siberiane, gli orsi polari, nelle loro tane tra i ghiacci, i lupi sulle montagne, le balene, le foche e le tartarughe nei mari, i pappagalli tropicali e tante altre specie, e le foreste e i fiumi e i mari anch’essi malati o in pericolo, si unirono all’unisono al gufo in un sospiro tuonante di protesta che investì Babbo Natale.
(continua)
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giovedì 13 dicembre 2007
Racconto di Natale. Quarta parte

Ne aveva di cose da dire il gufo. Babbo Natale lo ascoltava ma, proprio come un bambino, senza mai stare fermo, sempre facendo qualche giochetto. Ora afferrava una lucertolina per la coda, ora accarezzava un bel soriano panciuto che era talmente sazio da imporsi d’ignorare quei topolini che ogni tanto facevano capolino tra i sassi. La sostanza di quel fatto straordinario, dell’adunanza insomma, era che gli animali avevano preparato pure loro una lista per Babbo Natale, ma non si trattava di giochi, anche perché loro meglio degli uomini sapevano inventarseli. Era piuttosto, Babbo Natale non doveva prendersela a male, una lista di lamentele. Si sentivano maltrattati dagli uomini e dimenticati da Babbo Natale, se non per diventare loro stessi dei regali. Questa moda degli uomini, essere considerati dei regali, dei giocattoli, era veramente troppo. Che ne sapevano gli uomini quanto poteva essere difficile la vita di ognuno, che a loro non mancavano problemi, sofferenze e difficoltà d’ogni tipo. “Ma almeno fra noi alla fine ci rispettiamo” disse il gufo con voce grave sollevando il petto piumato.
(continua)
mercoledì 12 dicembre 2007
Racconto di Natale. Terza parte

Accostato che fu, Babbo Natale non potè non sorridere all’animalesca assemblea che lo stava aspettando. La maggior parte, data l’ora, erano animali notturni e selvaggi, per quanto l’invadenza umana ancora consentiva. Qualche donnola e faina erano scese giù dalla montagna, dei topolini stavano nascosti tra le gallerie della scogliera, pipistrelli volavano in cerchio. Molti randagi, amici della notte, erano venuti, cani e gatti che per l’occasione si erano accordati ad una tregua, ma anche qualche signorino d’appartamento in libera uscita. E naturalmente gli animali acquatici, un’anguilla che scivolava dai canneti e bisce d’acqua e ranocchie. Dei tonfi annunciarono un cinghiale che rimase più indietro. Qualche lucertola pensò di svegliarsi. Anche riccetti e scoiattoli, che vollero essere per una notte un po’ meno timidi. I ragni si spostarono in basso nelle loro tele sospese tra gli alberi. Tanti piccolissimi esseri erano presenti tra acqua, terra e aria. C’era pure una scimmietta che faceva capriole sulla sabbia, e nessuno sapeva da dove era arrivata. Babbo Natale a vederla non potè fare a meno d’imitarla, perché ormai si sentiva un bambino, e volle correre e saltare, tirare i sassi sul pelo dell’acqua finchè si fermò a fare versi al barbagianni. Il gufo sui rami del salice lo apostrofò: “ Prego signor Babbo Natale, la questione è seria”.
(continua)
martedì 11 dicembre 2007
Racconto di Natale. Seconda parte

I primi a farsi notare furono i pesciolini che, ora lo vedeva bene, guizzavano intorno a lui, mentre con la coda dell’occhio aveva già notato il fianco poderoso di un luccio che lo seguiva a distanza. “ Veniamo tutti dall’acqua, ricordi?”, gli sembrò che sussurrassero. Ora Babbo Natle cominciava a capire che in qualche modo stava tornando indietro, verso l’origine, per questo gli sembrò che la notte rischiarasse e che ogni cosa e ogni essere potessero parlargli perché li comprendeva. Com’era stato una volta, tanto, tanto tempo fa, quando era stato veramente giovane, come lo era stato il Pianeta. L’aria ora palpitava di battiti d’ali, uccelli notturni, ma anche oscure farfalle e bianche, temerarie falene. A Babbo Natale, che ormai si sentiva un ragazzo e si meravigliava della sua lunga barba, parve che i cigni rallentassero invece di spiegare le loro magnifiche ali, anzi puntavano indiscutibilmente verso una riva vicina che sembrava affollarsi sempre più.

(continua)
lunedì 10 dicembre 2007
Racconto di Natale. Prima parte

Proprio quando arrivò in prossimità del piccolo lago lucente e tranquillo Babbo Natale si accorse di essere molto stanco. La notte era ancora lunga e sentendo che le renne condividevano la sua stanchezza decise di fermarsi un poco. Ormai si era spinto parecchio a sud. Dei cigni gli si fecero intorno. Si capirono a volo: i cigni avrebbero per un poco sostituito le renne dormienti e trasportato il vecchio Babbo e i suoi sacchi ricolmi con la barchetta che stava sulla riva e annuiva al moto di piccole onde.
Ma quando fu dentro, e i cigni correvano sul pelo dell’acqua, che mormorava contro i bordi dello scafo, e c’era da giurarci che avrebbero di lì a poco decollato, Babbo Natale si sentì molto strano: la stanchezza svaniva e gli sembrava di sentirsi, come dire, ecco, sì, che stesse ringiovanendo. Proprio lui, il vecchio Babbo Natale che ringiovaniva? Gli venne da ridere.

(continua)
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