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lunedì 22 dicembre 2008

Saga di Natale

Maria è all’opera, intenta alla costruzione del presepio. Siccome sa che ci perderà del tempo come ogni anno vorrebbe rinunciare, sfuggire all’impresa ma poi pensa che è un appuntamento unico, un’occasione da non mancare. Deve immaginare un disegno per tessere la sua tela, inventarsi una geografia perché vuole che sul lungo ripiano della bassa libreria un paesaggio prenda forma e quindi vita. Ci sarà come sempre una città sollevata sulla collina con le mura rotonde e merlate – un semicilindro di cartone colorato di grigio scuro - e la fessura di una porta ad arco. Quest’anno la circonderà di altre costruzioni di cartone che ha fatto da sè, userà per questo tutti i pezzi che possiede, quinte di muri diroccati che aprono verso la campagna.




*


Questa mattina la città si è svegliata come da un lungo sonno e brulica di gente in grande attività. Sulla porta che guarda verso la campagna il venditore di salumi ha già piantato il suo banchetto e tiene una povera oca appesa al bordo. Giù nella vallata però è pieno di ochette vive nelle aie e sulle sponde erbose del fiume, tra ciottoli bianchi e grigi. Creste di colline e montagne si sovrappongono a contendersi l’orizzonte chiuso. Signora della vallata è l’acqua che scorre in diversi modi, che accompagna con diverse canzoni: un mormorio sommesso nel fiume ampio che curva dolcemente proprio poco oltre l’acuto ponte medievale, un gorgoglio nei tratti di torrente che scendono dai pendii, appena un sussurro nei laghetti che il fiume impigrito rigirandosi con le sue anse disegna qua e là. Ponticelli rustici come un abbraccio ruvido raccordano le rive opposte e a loro volta sembra che dicano cantando:
- Sì, si può passare, non c’è separazione, qui è tutto in armonia!
L’acqua non si contenta del fiume, vien fuori anche da fonti e fontane che parlottano e sciorinano senza posa in scie argentine le filastrocche e tutte le vecchie storie e gli accadimenti che hanno visto e a loro volta sentito raccontare.






Il pozzo, che sta di fronte alla corte diroccata dai muri rosati che attraversa le acque del fiume e fa con le sue aperture da cannocchiale alla valle, quando il secchio riposa, si compiace di rispecchiare il chiarore del cielo e solo qualche nota sale ogni tanto dalla sua pancia.











Il pastore Ieli è arrivato da molto lontano. Le sue pecore si sono ammalate e sono morte e allora si è messo in viaggio in cerca di fortuna e tutto ciò che possiede sta in quel panno bianco annodato che gli pende da una mano. Questo luogo gli piace, la campagna tranquilla gli darà un po’ di pace, forse troverà qui un lavoro o se no affronterà la città che gli sembra grassa e ricca e proverà così a cambiare la sua vita. Intanto beve l’acqua della fonte di marmo dai riflessi azzurrini incastonata nella roccia sotto le mura della città, ed è come una piccola cappella luccicante in cui entrare, e mangia il suo panino.







La vecchia torre solitaria sta proprio di fronte al ponte rustico basso sull’acqua coi muretti arrotondati, al centro della lunga vallata. L’abita una vecchia solitaria anche lei, che sta sempre sull’aia con la sua conocchia in mano a guardare chi passa sul ponte. Ha avuto figli e nipoti ma tutti alla fine sono partiti.






Vive con i suoi animali e chi passa dal ponte li trova sempre lì nell’aia.





La donna graziosa che viene dalla fontana col tetto di tegole rosse, è vestita d’azzurro e le sue brocche sembrano d’argento.






Forse è la fata turchina, ma ha un figlio e lo ha allevato da sola. In città si mormorò che il padre fosse il poeta dal passato tormentato venuto dall’altra parte delle montagne. Ha sulle spalle uno scialletto grigio e anche se la giornata è ormai quasi trascorsa e sta facendo buio arriverà fino alla capanna poco lontana perché le hanno detto che c’è qualcosa da vedere.




La bimba coi riccioli biondi non vuole andare dalla vecchia con la conocchia nella torre solitaria perché le fa paura e lì sul ponte rustico basso sull’acqua tira la mano della madre per tornare indietro ma la madre non l’accontenterà perché ha sentito delle voci e vuole sapere dalla vecchia con la conocchia che cosa c’è di nuovo nella vallata.








I pastori sono giunti con le loro pecore alla capanna che è costruita dentro la montagna e hanno visto.


*


Maria si lascia di sistemare la capanna per ultimo. E’ già pronta, di legno, grande e con i personaggi incollati. In genere la ricopre un po’ con la carta delle montagne per guadagnare spazio e raccordarla col resto del paesaggio, così è una capanna costruita dentro la montagna come certe taverne. La capanna sta fuori della città, anzi in questo presepio che si svolge in lunghezza sulla libreria sta proprio dalla parte opposta: la città e la capanna sono ai due estremi del paesaggio; infatti, pensa Maria, sono anche idealmente in opposizione. Arriva suo figlio, guarda e commenta che, così in fondo com’è messa, la capanna sembra solo il pretesto per la costruzione del paesaggio, proprio come in certi ritratti inglesi succede per il soggetto umano rispetto al paesaggio che lo circonda, e non serve spiegargli che è stata messa lì apposta, ma forse ha ragione lui.
Maria ci riflette un po’ mentre finisce di disporre il muschio e le erbette, ma si distrae perché il muschio le fa ricordare quand’era bambina e il natale si passava insieme con la famiglia dello zio che portava i personaggi di gesso e cartapesta per fare il presepio. Lo si faceva sempre allo stesso modo e nello stesso posto, sul ripiano della Singer che veniva spinta in un angolo contro il muro: sul tavolo era tutta pianura con in fondo la capanna e da un lato la montagna che però era un altopiano perché era fatta di un rialzo creato con un po’ di libri e sulla montagna veniva sempre messo un pupazzetto vestito di marrone scuro con le mani alla bocca che strillava a squarciagola ma nessuno lo sentiva. Per ultimo si andava a cercare il muschio in campagna che ne serviva tanto con tutta quella pianura e l’altopiano, ora invece lo si compra già pronto a pacchi. Maria abita in campagna e il muschio va prenderlo da una fontana scavata nel fianco di un monticello che ora ci hanno costruito una villa col muro di cinta ma nel muro hanno lasciato un’apertura ad arco acuto per la fontana: l’acqua scende dalla parete che è tutta tappezzata di muschio che sembra un presepio!
L’usanza di portare gli abeti in casa e fare addobbi con i suoi rami nel momento in cui con la festa natalizia sopraggiunge l’inverno ha un chiaro valore simbolico: facciamo entrare il verde in casa proprio quando scompare in natura e Maria con il presepio ha trovato il modo di portarsi in casa un paesaggio intero! Un paesaggio atemporale, mitico, fatto della campagna che simbolicamente si oppone alla città, e anche se questa non fu l’ispirazione principale del presepio è innegabile che la sua ambientazione fu un elemento non secondario fin dalla sua prima realizzazione.
Il presepio, del resto, si può ambientare in qualunque luogo ed in qualunque tempo proprio perché è una rappresentazione, come a teatro si può avere la più variata scenografia o quattro tavole nude.


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Assisi è una città ricca. Pur racchiusa nelle sue mura di pietra rosata, sollevata sulla collina, non è isolata: centro di civiltà mercantile, di commerci e quindi di scambi. Il padre di Francesco è stato in Francia e così ha dato questo nome al figlio. Con le sue belle porte da cui discendere verso la campagna, così la guarda da lontano Francesco, dalle sponde del rivo su cui ha alzato le spoglie celle del Tugurio, per dare esempio di povertà. Per Assisi e per il mondo si è spogliato delle sue vesti e dei suoi averi ma la città e il mondo ancora non vogliono intendere. Allora l’ha presa d’assedio. Da San Damiano, dall’Eremo in alto, e giù dalla Porziuncola e qui dal Tugurio la circonda e la scuote con il clamore della sua povertà e della sua preghiera. Vuole piegarla col suo esempio, con la sua imitazione di Cristo, perché ama questa città come ama il mondo e proprio per questo si contrappone loro.
Bisogna andarci in questi luoghi per capire l’assedio che Francesco con i suoi ha posto ad Assisi e al mondo.


*

- Te piace o presepio ?
- No.

Maria ripensa al figlio sempre critico di fronte alle sue fatiche presepiali e alla commedia di Eduardo, dove impietosamente e fatalmente la crisi familiare giunge al suo compimento la vigilia di Natale. Luca Cupiello non sa o non vuole riconoscere i segni del disfacimento che sono intorno a lui. Ripone tutta la sua attenzione nelle piccole cose e nei preparativi della festa, la cena di Natale, dove il capitone volerà fuori dalla finestra, e soprattutto il presepio. Il presepio è dunque anche qui un mondo a parte, un eden atemporale in cui cullarsi e trovare riparo, simbolo degli affetti e, pur nei perenni contrasti quotidiani, di quella pace ed unità familiari che nella realtà stanno per frantumarsi e non sarà possibile rincollarne i pezzi come per il presepio.


*


La notte è scesa sulla vallata. Cosa c’è di nuovo che nell’aria è tutto un fermento? I pastori dovrebbero essere stanchi e aver già riposto le pecore negli ovili e invece stanno lì a guardare e non si muovono. Le pecore stesse stanno lì anche loro a guardare, un po’ brucano sempre, e sembrano contente di stare in prima fila e si mettono in posa.
C’è una pastora che è rimasta indietro e sta facendo bere la sua pecora da una ciotola, laggiù al piccolo pozzo che sta davanti al casolare rosa sul fiume.



Di là dal casolare vede scintillare l’acqua del fiume che scende dalle montagne, viene avanti quasi diritta lasciandosi alle spalle un piccolo ponte lontano e curva proprio di fronte ai muri rosati, quindi torna indietro verso il fondo della valle, passa sotto il ponte a gobba d’asino e s’inflette ancora a destra in un’ampia ansa misteriosa. Le sembra che tra la macchia folta del bosco e la pietra grigia che riveste l’argine del fiume avanzi un pastore che conosce con una pecora sulle spalle. L’aspetterà e farà la strada con lui perché di colpo ha paura: ha visto scintillare la lama di una spada, forse un soldato romano, tra i cespugli che invadono i muri della villa abbandonata poco distante proprio sotto la città.



Insieme basterà arrivare più avanti al ponte rustico che porta alla torre solitaria per sentirsi più sicuri, rincuorati dalle luci di case sparse, e arrivare in breve alla vecchia capanna dove dice che sia accaduto qualcosa. Faranno attenzione al cammino sull’argine incerto, non più lastricato del fiume, ricco di erbe selvagge, ciottoli sporgenti, fiori seccati e bacche brune, per non cadere in quell’acqua trasparente che a volte quando passa da sola le sembra voglia tirarla giù.

Alla capanna è nato un bambino. E’ questa la notizia. La madre era in viaggio ed è stata colta dalle doglie. Ha trovato una sistemazione nella capanna che ha una stalla annessa e ci sono un bue e un asino che rendono caldo l’ambiente. L’inverno è arrivato nella vallata ma questo bimbo che ha voluto nascere qui potrebbe essere il segno dell’avvio di una rinascita. Per Ieli, per la pastora, la donna con le brocche, perfino per la vecchia con la conocchia nella torre solitaria e per la città grassa chiusa nella cerchia delle sue mura.

sabato 5 luglio 2008

Ancora San Francesco

Nel locale s’era alzato il fumo della carne alla brace. Guardando nella coppa di vino per metà colma che aveva davanti a sé Cristina ad un certo punto ci vide qualcosa. Cercò di mettere meglio a fuoco l’immagine: era San Francesco, Ma che c’entrava? Seppure Assisi fu etrusca il grande santo medievale s’era risoluto, all’opposto di un principe etrusco, di spogliarsi di tutti i suoi beni. Cristina s’accorse che ad emergere dal bicchiere era il San Francesco di Giotto, nell’immagine più amata e popolare, del Santo che predicava agli uccelli. L’immagine è bella di per sé, nel suo contenuto “letterale”, perché presuppone quell’armonia della natura - del creato nella religiosità cristiana medievale – con la possibilità di comunicazione, fratellanza e solidarietà tra tutte le creature, così chiara nella mente di Francesco. Essa va dritta al cuore della gente, è recepita dallo spirito popolare. Ma gli uccelli chi rappresentavano? Forse Giotto, come i pittori etruschi, si servì di simboli, semplici e naturali.
Cristina guardò il suo compagno, che stava prestando orecchio ai discorsi sulla Ferrari, della tavolata accanto, del tipo: la nuova centralina elettronica di marca Mc Laren applicata a tutti i motori della formula uno. Provò a richiamare la sua attenzione.

venerdì 4 luglio 2008

Tuscania

Fuggirono a Tuscania, perla, o anfora preziosa, dell’Etruria meridionale. La vista di Tuscania con le sue mura, e la vista da Tuscania, del paesaggio intorno, la campagna intatta, gli avanzi del castello sul colle Rivellino, un tempo congiunto dalla linea continua delle mura, e le grandi chiese di San Pietro e Santa Maria Maggiore, sono entrambe incantevoli. Guardando questo paesaggio che si andava spegnendo nella sera cenarono in un ristorantino nei pressi delle mura.
Il cortile-atrio dell’albergo era addobbato con un tentaggio a strisce verticali bianche e rosse che formava la cupola del tetto e le pareti. Poteva richiamare la tomba dipinta di Tarquinia, quella “del cacciatore” – perché le tombe dipinte di Tarquinia avevano il soffitto dipinto come un tappeto, che doveva evocare la tenda dove si svolgevano le cerimonie funebri - così come un arredo medievale. Quanto di etrusco, del resto, era travasato nel nostro medioevo, nelle decorazioni, negli strani animali che popolano le chiese romaniche, palazzi e fontane ornamentali? Anche le carni rigorosamente alla brace di questo stomaco interno della Tuscia, esibito da tutti i ristoranti della zona, è un filo, abbrustolito, che rimanda agli etruschi.
Questo si dissero nel chiacchiericcio che accompagnò la loro salita in stanza. E quando finalmente chiusero gli occhi per addormentarsi, quando le immagini che più ci hanno colpito in una giornata all’aria aperta tornano prepotentemente sulla nostra retina, Cristina vide sovrapporsi all’immagine del compagno quella dei cavalieri con le armature luccicanti al sole, le piume degli elmi e i mantelli colorati, caracollare sui loro cavalli nella discesa del monte Rivellino, lasciandosi alle spalle le mura merlate che sebbene diroccate, abitavano ancora. Nel sogno di Daniele invece era probabile che si materializzasse uno di quei casolari da lui scelti a propria dimora ideale.
Al museo di Tuscania, la mattina dopo, mentre riposavano seduti nel chiostro, dopo la visita alla città, elegante e tranquilla, anche se nulla di paragonabile all’antico splendore, s’accorsero di avere un altro compagno nella loro strada. La sede del museo da poco risistemata era stato un convento francescano e alzando gli occhi alle pareti del chiostro Daniele e Cristina riconobbero nelle parti rimaste degli affreschi, nel bianco della recente dipintura, la città di Tuscania e le immagini del grande santo medievale che, come lessero poi, qui aveva compiuto dei miracoli. Non c’era borgo visitato dove mancasse una chiesa, e spesso la più importante, a lui dedicata.
- Siamo in buona compagnia – si dissero.
Il museo era di recentissima sistemazione. L’entrata era gratuita ma v’incontrarono solo un altro visitatore. Al piano terra li accolsero i sarcofagi di Tuscania, i più antichi in pietra di nenfro, simili, ma meno importanti, a quelli di Tarquinia, dalla cui influenza discendeva Tuscania, con un corredo di oggetti in bronzo, recuperato perché era stato un bottino dimenticato nei pressi delle tombe.
I più recenti sarcofagi di terracotta, caratteristici di Tuscania, sono collocati nelle ultime sale al piano di sopra. In questo piano c’e un materiale più vario e didattico. Tavole illustrative, fotografie, modellini di tombe e i corredi di esse ritrovati nelle diverse necropoli che circondano la città.
Dal periodo iniziale, orientalizzante la storia etrusca passa, nella sistemazione degli storici, all’età arcaica e poi a quella classica ed ellenistica. La parabola degli etruschi si conclude con la parola romanizzazione. Ci furono delle battaglie. Veio distrutta nel 396. La vittoria di Tarquinia, che sacrificò più di trecento prigionieri romani, nel 358. La vittoria di Roma su Tarquinia nel 351. La battaglia di Sentino, nel 295, fu l’inizio della fine. L’anno dopo cadeva Roselle, più a nord nella maremma toscana. Diverse città etrusche ora acquiescenti ora alleate con Roma. Un’altra battaglia tra Orte e Bomarzo, al lago Vadimone nel 283. Un trionfo su Volsinii e Vulci nel 280, Cere piegata nel 273. Infine quando Volsinii, cioè Orvieto, pensò bene di chiamare in aiuto i Romani contro le rivolte servili ne fu distrutta nel 265, Falerii nel 241. I Romani che toglievano metà delle terre alle città etrusche e vi fondavano le loro nuove colonie. Quelle terre, i confini su cui era nata la nazione etrusca, che erano state il principale oggetto tutelato dai riti, dalle cerimonie, dalla cosiddetta discipina etrusca. Perugia abbattuta da Augusto.
Al piano superiore del museo di Tuscania i corredi delle tombe erano esposti secondo le diverse fasi della storia etrusca:
- Perché cominci da qui?
- Leggevo. C’è scritto “Età arcaica”
- L’Orientalizzante è laggiù, l’Ellenismo, di quà.
- Tu invece vai di quà e di là.
- Ti sei innervosito?
C’era, nel settore dell’orientalizzante, il modellino ricostruito di una tomba che era una bellissima casa con le colonne davanti e tre porte, ma naturalmente una sola era vera. Cristina e Daniele si fecero attenti, di nuovo uniti e solidali. Sul tetto la statua di un piccolo animale, sembrava una scimmietta. E c’erano le lastre fittili - di terracotta cioè – un tempo colorate ed ora scolorite, poste sotto il tetto, che avevano adornato i loro templi dei vivi così come le loro tombe a forma di templi. Che cosa era riprodotto nelle lastre delle città dei morti? Scene di banchetti eterni, effiggiati per l’eternità. Daniele e Cristina riconobbero i banchettanti sdraiati sui letti, e sotto i letti vi erano costantemente dei bassi tavolini e cani o servi a loro volta sdraiati. Tra i letti i servi che recavano anfore per le libagioni o strumenti musicali. Altre scene riproducevano file di danzatori che pestavano i piedi, con gambe e braccia fortemente contorti rispetto al busto, e anche le mani.
- Questi banchetti ci rappresentano la volontà di rappresentarsi del mondo etrusco, dei suoi ricchi signori, quando esso era più se stesso. Quando era giovane, nella crescita e nella fase maggiore della sua ricchezza e potenza.
- Prima che si diffondessero i miti e le divinità antropomorfiche greche.
- Prima che decadessero.
- E tutte quelle anfore, e soprattutto coppe e bicchieri, perché potessero banchettare anche da morti. E i mobiletti per riporre e appendere “cicchere e bicchier”.
Arrivarono infine presso i sarcofagi di terracotta.
Questi sarcofagi di terracotta, tarda produzione delle fabbriche di Tuscania, erano lavorati in tre parti che poi venivano ricomposte, la parte corrispondente all’estremita inferiore del corpo appiattita, poco lavorata, mentre nella testa, inserita per ultima, l’artigiano imprimeva al volto i caratteri del defunto, ne faceva dunque il ritratto, secondo una tendenza comune a tutta l’Etruria nelle fasi conclusive della sua civiltà, da cui si vede poi derivare la ritrattistica romana.
- Dal banchetto funebre, ai ritratti dei sarcofagi di terracotta, c’è un percorso che dobbiamo ricostruire – sentenziò Cristina.

domenica 30 dicembre 2007

Racconto dell'ultimo dell'anno.


Prologo
Che cos’è il tempo? La più ineffabile tra le grandezze fisiche, che per definizione sono appunto grandezze, cioè entità ben definite e misurabili. I fisici sono stati riluttanti, nel loro mondo della precisione, dell’esattezza, all’indefinito, eppure qualche principio d’indeterminazione hanno pur dovuto ammetterlo, proprio quando ci si avvicinava alle particelle più piccole. Sul tempo qualche questione rimane aperta.
I filosofi da parte loro, da S. Agostino a Kant, ricercando in noi stessi, non hanno potuto non rilevare la dimensione soggettiva del tempo.
Infine il vivente. I biologi definiscono la vita con attributi attivi: irritabilità (sensibilità) nutrizione, accrescimento, (auto)riproduzione. Si omette la morte. Già, le piante in teoria camperebbero in eterno, le spore dei microrganismi potrebbero resistere per chissà quanto, ma fatto sta che nel vivente differenziato e specializzato l’invecchiamento e la morte sono fenomeni ineluttabili. Non c’è una legge che lo preveda, e in biologia non ci sono leggi ma dogmi, affermazioni assolute che attendono di essere contraddette, ma finora la “sora nostra morte corporale”, come la chiamava Francesco, non è mai stata contraddetta. L’invecchiamento e la morte danno un chiaro valore d’irreversibilità al tempo biologico. Molti pensano d’ovviare a questo fatto della morte con l’idea che la vita è una, e le morti individuali, o d’intere specie che si estinguono, non spengono la Vita in generale.
Per noi animali superiori, fortemente individualisti, sembra un po’ poco. Il nostro tempo interiore sta come sospeso tra il nostro tempo biologico e il tempo che vorremmo esterno, reversibile ed eterno, il tempo fisico. Invidiamo le pietre che esistono prima di noi e continueranno ad esistere senza che la nostra esistenza sia riuscita a scalfirle. E’questo il paradosso dell’opposizione tra vivente e minerale: il vivente così vivo non lascia traccia di sé, se non incidendo le pietre.

Il Racconto
Il Palazzo s’alzava su un falso altopiano della Campagna Romana, a pochi chilometri dalla Città Eterna, quindi a seconda da dove lo si guardasse poteva dirsi in cima a un colle o in pianura. In realtà non era facile vederlo, l’attenzione ricadeva piuttosto sulla vicina e diroccata torre quadrata, quale isolata, antica presenza in quel punto.
Quella notte però il palazzo era illuminato e illuminato anche il piazzale antistante e l’abete all’estremità del pianoro, pieno di luci, mentre la campagna circostante restava oscura e deserta: come ogni anno e solo in quella data si dava ricevimento.
Entrando, calpestando il lucido pavimento di marmo, non saremmo sfuggiti ad un’atmosfera di vibrante tensione. Il grande salone affollato ma silenzioso, tutti guardavano verso il padrone di casa in cima alle scale, lui pure teso e in certo qual modo insofferente.
Come ogni anno il Tempo, signore del Palazzo, convocava qui gli anni, i secoli e i millenni, passati e… futuri. Come ogni anno, in quella notte si sentiva stanco e insoddisfatto e, come al solito, il festeggiato tardava. Il Duemilaotto, dell’era cristiana, non si era ancora presentato. La paura aveva, dunque, preso anche lui, come tutti quelli che l’avevano preceduto, e che ora aspettavano muti. Solo tra gli anni futuri qualche brusio, addirittura gli sembrò di sentire una risatina.
Il cancello cigolò, una ventata fece capire che il portone silenzioso si apriva: il Duemilaotto arrivava. Il suo passo era leggero: “Che sia femmina?” si sorprese a sperare il Tempo.

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