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mercoledì 17 agosto 2011

Crisi economica: non s'è più pensato al futuro

"Sarkozy e Merkel" non convincono i mercati.” Le misure da loro prospettate, un governo economico europeo, il pareggio di bilancio nelle costituzioni europee – ingiunto finora solo all’Italia – e l’emissione degli eurobond sono evidentemente di là da venire o di scarsa consistenza. L’Europa si trova dunque in palese ritardo rispetto alla crisi economico-finanziaria. Anche gli stati più virtuosi non hanno saputo essere previdenti. E i mercati stanno sempre più assumendo nei confronti della politica il ruolo della realtà contro l’apparenza. Peggio della speculazione finanziaria nelle borse è stata l’azione o inazione dei governi nella gestione dei conti pubblici.  Dall’America all’Europa il tratto comune è stato quello dell’aumento del debito pubblico, e questo che altro vuol dire, infine, se non di chiudere gli occhi di fronte al futuro? Questo non pensare alle conseguenze, questo concentrarsi nel presente sembra perciò il carattere distintivo della civiltà borghese all’inizio del terzo millennio. L’eterno presente della società del benessere che non sente più la necessità di pensare e progettare il futuro perché sta bene come sta. Chissà se gli allarmi e le minacce di catastrofi imminenti riusciranno a svegliarla dal suo sonno.

mercoledì 19 maggio 2010

L'aria fritta sui conti pubblici


A seguito della crisi economica greca e della minaccia che grava sull’euro, dopo le decisioni d’intervento dell’Unione Europea, tra cui finora principalmente vi è la costituzione di un fondo d’aiuto ai paesi in difficoltà, ognuno tornato a casa sua è costretto a fare i propri conti pubblici.

La crisi infatti permane per una faccenda di credibilità dei diversi stati sovrani sui mercati: se non abbiamo credibilità non vengono gl’investitori e non acquistano i nostri bot. E’ sempre una crisi finanziaria, non dell’economia reale. Da un lato ciò significa che non basta avere un fondo comune e che l’Europa dovrebbe anche introdurre delle regole per limitare le speculazioni finanziarie che sono state quelle che ultimamente hanno provocato le crisi; dall’altro, secondo gli economisti, la credibilità sul mercato è a sua volta il martello che deve spingere gli stati sovrani ad avere un’economia virtuosa e i conti in regola.

Presto fatto, a noi italiani serve una riduzione delle spese del 5%. La fase dell’ottimismo del premier sembra conclusa; ci ritroviamo con la politica dei tagli già perseguita dal ministro dell’economia, di cui molte istituzioni hanno già fatto le spese, nel senso della sottrazione, e principalmente la scuola pubblica italiana.
Dove prendere questi soldi? Tutti, ministro compreso, siamo corsi col pensiero all’evasione fiscale. Un attimo col fiato sospeso, un flash del paese che non c’è, e poi lo sfrigolio dell’olio s’è cominciato a sentire in sottofondo; la morsa allo stomaco, per molti, moltissimi, s’è allentata e il sorriso, capacità che gli umani rivendicano come prettamente propria, ha cominciato ad aleggiare sulle loro bocche: ma va là, e chi mai è riuscito - ci riuscirà mai, il diluvio universale forse, ma no, ricominceremmo come prima – fra tutti i governi a far pagare le tasse a tutti?
Dunque se non si possono migliorare le entrate, si ridurranno le uscite: stipendi e pensioni dei pubblici dipendenti (quelli che hanno già gli emolumenti – termine più tecnico e in voga in ambito d’economia - più bassi d’Europa). Però per alleviare il colpo si pone lesti davanti il caso degli stipendi dei nostri parlamentari, che sono invece i più alti d’Europa: si comincerà a ridurre il loro. Altro attimo di fiato sospeso, flash e sorriso, che è sempre quello che ci distingue dagli animali: ma va là, i conti sono presto fatti, con la riduzione per i parlamentari non si raccoglie che una cifra irrilevante! - a questo punto l’aria fritta inequivocabilmente comincia ad entrate nelle nostre narici -. Perciò sarebbe solo un fatto simbolico, e che ce ne facciamo dei simboli noi italiani? Di un comportamento vitruoso, del buon esempio? S’è detto tanto per dire, come una forma di fairplay verso le masse, vere e uniche destinatarie dei sacrifici, un coinvolgimento per l’appunto solo simbolico delle caste.
E poi cosa aspettarsi da questi parlamentari, che disertano le sedute in aula più importanti, a cominiciare da quella dove appunto il ministro ha esposto la sua relazione sulla crisi davanti ad una cinquantina di presenti? Che potrebbero avere giorni contati per le inchieste in corso?
Da altri paesi europei traiamo altri esempi, altri simboli. Delle recenti elezioni in Inghilterra vogliamo rilevare non tanto il clima cordiale con cui è avvenuto l’avvicendamento, da molti già segnalato, quanto l’insediamento a Down Street e il parlare semplicemente per la strada sulla porta di casa, davanti alla gente.

Ma intanto il fumo della frittura s'inspessisce, quando alla buon'ora qualcuno tra gli esperti torna a dire che la crisi ci tocca perchè, conti pubblici alla mano: "Gl'italiani hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità”. Ecco il cerchio s’è chiuso. Mucche al pascolo preparatevi. E le mucche non sorridono.
Dimenticano costoro che non gli italiani in toto hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità: per una parte al di sopra , un’altra è vissuta al di sotto, è stata virtuosa anche per gli altri, che altrimenti il paese sarebbe sprofondato.
Qualcuno li fa i conti e le percentuali su questo? E i proventi della criminalità organizzata e il lavoro nero?

D’altra parte ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. Il debito pubblico può essere migliorato, non solo con la diminuzione delle spese ma anche con l’aumento del Pil, prodotto interno lordo, ma la contrazione delle spese se agisce sugli stipendi, e quindi sul potere d’acquisto dei cittadini, e sulle committenze di lavoro da parte dello stato (ad esempio i cantieri per le infrastrutture) per risparmiare, tutto ciò è a sua volta un freno all’aumento del prodotto interno.

mercoledì 12 maggio 2010

Chi paga le crisi? Le mucche al pascolo

Leggo sul Paìs che Zapatero ribassa lo stipendio ai funzionari per ridurre il debito.
Altolà a chi pensasse qualcosa di simile per l’Italia, per la quale abbiamo potuto constatare, proprio ieri, che è tra i paesi, non solo europei, con gli stipendi più bassi, funzionari dello stato compresi, sotto a quelli, in particolare, pagati in Grecia e in Spagna. Gli stipendi di manager e dirigenti sono tutto un altro discorso.

E’ ormai da qualche decennio in Italia, dai governi Amato, Ciampi, Prodi, Berlusconi e ancora Prodi e Berlusconi, che risanamenti e crisi, e crisi e risanamenti sono pagati dal ceto medio stipendiato che oltre ad avere i più bassi emolumenti è pure l’unico in Italia a pagare veramente le tasse, perciò impoverisce sempre più ed è la vera “riserva aurea” da cui ricavare i quattrini.

Questo fondamentale del sistema Italia è difficilissimo da intaccare. Infatti, gli stipendiati italiani sono tenuti sotto scacco, e non è concesso loro di parlare tanto e lamentarsi con due principali argomenti: perché, da un lato, c’è chi sta peggio di loro, cassintegrati, precari e disoccupati, quest’ultimi soprattutto giovani, e rispetto a loro, gli stipendiati, cioè le mucche da spremere, sono privilegiati; dall’altro lato perché la colpa è fatta ricadere su coloro che non pagano le tasse, che sono però gl’inafferrabili. E’ con loro che gli stipendiati dovrebbero prendersela, da mucche a Don Chisciotte, mica con i governi che in questi decenni non hanno trovato modi e mezzi per sanare questa grave disuguaglianza. Con la borsa chiusa anche verso i cosiddetti ammortizzatori sociali, quali sussidi alle famiglie, ai disoccupati etc.

Così il modello Italia si manitiene attraverso le crisi e con esso le caste, i privilegi e l’impunità.

mercoledì 28 aprile 2010

L’Europa deve ballare il sirtaki

Nonostante la grave crisi economica mondiale abbia la sua radice nella finanza speculativa per cui negli Stati Uniti Il Presidente Obama ha deciso d’affrontare il sistema bancario imponendogli una riforma, finanzieri e banchieri ancora fanno mostra di non comprendere bene qual è la posta in gioco.

L’agenzia di rating S&P, ossia la Standard and Poor’s Corporation, il cui indice di borsa in Italia è il S&P Mib, nel valutare la situazione finanziaria della Grecia è andata oltre i termini più bassi della scala di giudizio quali insufficiente o insolvente, e l’ha definita junk, spazzatura.
Senza alcuna considerazione per una nazione in crisi, per tutti quei cittadini greci che ne faranno le spese senza esserne gli artefici.

Leggo sul Corriere: “Per contrastare possibili speculazioni la Consob greca ha vietato per due mesi le vendite allo scoperto alla Borsa di Atene. La decisione fa seguito al declassamento deciso martedì dall'agenzia di rating S&P che ha tagliato il rating della Grecia a «junk» (spazzatura). La vendita allo scoperto è un'operazione finanziaria che consiste nella vendita, effettuata nei confronti di uno o più soggetti, di titoli non direttamente posseduti dal venditore.".
Nella debole economia greca la speculazione finanziaria ha fatto la sua parte.

Il problema di fondo è dunque quello tra gli stati nazione e il sistema delle banche, dove i primi non possiedono adeguati sistemi di controllo e tutela. Per questo l’Unione Europea non può non intervenire ad aiutare la Grecia.

... O sono gli stati europei a non aver capito?

sabato 18 luglio 2009

La questione meridionale si riaccende: il divario tra Nord e Sud aumenta con la crisi

E’stato pubblicato il rapporto 2009 della Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno che ha suscitato la sollecitazione del Presidente Napolitano: - Le istituzioni facciano di più.

Si legge tra l’altro in questo documento, scaricabile da Internet:

“In base a valutazioni SVIMEZ nel 2008 il Pil ha segnato nel
Mezzogiorno -1,1%. Ormai da sette anni consecutivi il Sud cresce meno del Centro-
Nord, cosa che non è mai successa dal dopoguerra a oggi.”

“Caso unico in Europa, l’Italia continua a presentarsi come un Paese
spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo
interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni. Le campagne meridionali si
spopolano, ma non a vantaggio delle vicine aree urbane.
I posti di lavoro del Mezzogiorno sono in numero assai inferiore a quello degli occupati.
Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la
principale spinta all’emigrazione.
Tra il 1997 e il 2008 circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno.”

Il mezzogiorno d’Italia prende come area sottosviluppata fondi dall’Europa. Il governo italiano da parte sua ha tagliato i fondi che a sua volta vi destina. Si legge nello Svimez:

“I tagli al Fas –Il finanziamento delle misure anti crisi economica in Italia è stato
garantito spostando su quest’obiettivo risorse già presenti nel bilancio alle quali era
stata data inizialmente una diversa finalità. In particolare ricorrendo a quelle
destinate alle aree meridionali attraverso il Fondo Aree Sotto Utilizzate, che sono
state spostate su obiettivi oggi considerati prioritari per rilanciare l’economia, dalle
grandi opere pubbliche, perché i cantieri hanno una funzione anticiclica, agli interventi
per attutire l’impatto della perdita di posti di lavoro.”

La conclusione è che questa redistribuzione dei fondi per il mezzogiorno di fatto favorisce il centro-nord già più ricco:

“Cosa dice la Svimez – Con i decreti anticrisi, una percentuale significativa delle risorse
FAS è stata stanziata su altri fondi. L’area meridionale si trova pertanto a competere,
in termini di capacità di assorbimento, con le aree a più alto tasso di sviluppo del Paese
che riescono ad attivare una più efficiente programmazione di spesa e più elevati livelli
di progettualità.

Emerge con evidenza, una configurazione di “non neutralità” delle crisi che rischia di
dare luogo ad una tendenza alla redistribuzione delle risorse a favore delle aree più
forti che potrebbe perdurare anche oltre la fase congiunturale.”

Insomma quello che abbiamo già osservato in altre occasioni, che con la crisi i ricchi tendono a diventare più ricchi e i poveri sempre più poveri, vale quanto mai nel rapporto tra nord e sud del Paese. E ancora dobbiamo vedere gli effetti del federalismo fiscale da applicare, una legge appoggiata anche a sinistra! Mi chiedo come si possa accettare una tale legge avendo una così vasta area del paese in tali condizioni economiche, riconosciute dall’Europa che ci dà per esse cospicui finanziamenti.
Dopo essere stati rintronati dalla questione settentrionale dei ricchi del nordest e del nordovest sarà molto più serio tornare alla questione meridionale.


Incisione di Domenico Faro

La questione meridionale s’è posta fin dall’inizio, con l’unificazione del Paese, stante il divario economico e sociale tra il nord e il sud che si riunivano. E subito ci fu Bronte, e poi ci sarebbe stato Portella della Ginestra: le proteste contadine, le forme di associazione sindacale represse nel sangue. Il meridione, la Sicilia in particolare, poteva ben restare arretrato, funzionale al nord che s’industrializzava: “ ottimo mercato dei prodotti industriali e nello stesso tempo una preziosa riserva della reazione italiana” – osservava Leonardo Sciascia. In questo disegno la mafia si è infine sostituita ai baroni nel patto scellerato che ha condannato il nostro mezzogiorno, ramificandosi però anche fuori di esso; epigoni ‘ndrangheta e camorra. A mio avviso non è pensabile che i meridionali possano da soli liberarsi dal morso della criminalità organizzata che oggi è il principale ostacolo al loro sviluppo economico. E’ tutto il Paese ormai che va bonificato. Per questo penso che le iniziative delle Liste Civiche e di Parlamento Pulito che sono venute in mente a Beppe Grillo e su cui insiste anche Antonio di Pietro siano buone per cominciare dal basso a rinnovare il Paese e con esso il meridione.

lunedì 6 aprile 2009

Redistribuzione della ricchezza

Si è riscoperta l’ingiustizia, si parla di redistribuzione della ricchezza: in questo caso dai ricchi ai poveri - perchè il sistema di per sè tende nelle sue crisi all'opposto, a riconcentrare la ricchezza su pochi - di crescita sostenibile, quando fino a pochi mesi fa era la libertà a tenere banco: quella del mercato naturalmente. Un sistema quello del capitalismo occidentale sopravvissuto e trionfante sulle catastrofi del Novecento e perciò accolto, per mancanza di avversari, come il migliore dei mondi possibili, quando per contro la capacità di immaginare il futuro e nuovi mondi si è andata perdendo nell’appiattimento del villaggio globale, cresciuto su questo modello, con la sua tendenza ad occultare le identità, quei passati da cui le idee per il futuro si alimentano.
Questo capitalismo però è ora entrato in una fase di crisi acuta, affrettata e ancor più accentuata da una scellerata speculazione finanziaria. Crisi tali però sono previste dagli esperti che conoscono le pecche del sistema e sanno che allora occorre immettere dall’esterno dei correttivi, come una certa redistribuzione della ricchezza in senso contrario a quella attiva dentro il sistema; insomma ricordarsi dell’ingiustizia per correggere la libertà - eccessiva - del mercato. Perché alla fine sembra che questa libertà vada sempre in una direzione contraria alla giustizia sociale, e dopo aver creato un certo benessere torni ad accumulare la ricchezza nelle mani di pochi e a far impoverire molti. La crisi “reale” sarebbe questa, che la gente non si ritrova più i soldi in tasca per consumare, quando il mondo intorno a lei è pieno di supermercati e negozi che straripano di merci. E questo è realmente assurdo, nel senso che ci siamo allontanati troppo dalla realtà delle cose.
Chissà se l’Africa è poi contemplata nella nuova sete di giustizia e di redistribuzione della ricchezza che sta percuotendo l’Occidente.

mercoledì 11 marzo 2009

Il fantasma della libertà



In un articolo di Ralph Dahrendorf, comparso circa una settimana fa, sui pericoli per le democrazie in tempo di crisi, si osservava, tra le altre cose, come i cittadini della classe media, ma ormai la classe media si è enormemente dilatata e quindi più in generale i cittadini che vedono in pericolo il loro reddito, divengano disponibili a cedere sul piano delle libertà che loro spettano per una maggiore sicurezza sia sociale ma soprattutto economica.
Il caso del nostro Paese in questi giorni in cui il governo si prepara a varare nuove disposizioni su diversi fronti, l’edilizia, le infrastrutture, i regolamenti di voto in Parlamento, e perfino la caccia, val la pena di essere esaminato dal punto di vista di Dahrendorf.
Prima però vorrei fare qualche osservazione sulla crisi economica mondiale che attualmente ci grava sulla testa. Questa crisi è stata provocata dalla speculazione finanziaria. Infatti essa non è contemplata dalla disamina di Dahrendorf, che invece si “attarda” a spiegare le difficoltà cui vanno fisiologicamente incontro – cioè sono state previste e già studiate da economisti, sociologi e intellettuali in genere - le società capitalistiche avanzate, e che riguardano, in sostanza, il mantenimento, dopo un certo grado del loro raggiungimento, di alcuni parametri fondamentali, quali il welfare, cioè il grado di benessere, il livello di occupazione etc etc. Già nel mondo tratteggiato da Dahrendorf, nonostante i correttivi da lui indicati, s’intuisce che il capitalismo moderno non è affatto il migliore dei mondi possibili, e viene il dubbio che esso non abbia via d’uscita: quando la polarità tra ricchi e poveri s’attenua il sistema va in crisi, la crescita si arresta e alla fine l’unica soluzione, interna, cioè da parte del sistema, sarà proprio quella di ridistribuire le ricchezze in modo che i ricchi tornino molto più ricchi e i poveri molto più poveri, così che il trend positivo possa ricominciare. La crisi finanziaria attuale rappresenta un lato ancora più oscuro di questo mondo imperfetto e contribuisce a produrre, anzi accelera, lo stesso risultato finale: la "ridistribuzione della ricchezza" con alcuni ricchi che diventeranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Questo senza che terremoti, cataclismi, guerre o pestilenze siano intervenuti a cambiare nella realtà lo stato dei beni primari, da cui procede la nostra sussistenza. A ben pensarci, si tratta di crisi virtuali.
Sono meccanismi più grandi di noi. Ma se anche dovessimo tornare “con le pezze al culo” potremmo ancora tenere alla dignità e alla libertà. Potremmo almeno stare attenti a non venderci l’anima. E a quale prezzo poi? Per trasformare il balcone in una stanza in più? Per imbalsamare qualche povero animale?

giovedì 24 gennaio 2008

La crisi del governo Prodi




Tra le diverse analisi che si possono fare dei motivi che hanno portato alla crisi del governo Prodi c’è n’è una che riguarda il modificarsi degli equilibri politici, o meglio la redistribuzione delle forze politiche, in seguito alla formazione del Partito Democratico. Oggi il governo Prodi è di molto più a sinistra del Pd: fanno parte della coalizione che lo sostiene, oltre alla cosiddetta sinistra radicale, Prc, Comunisti Italiani e Verdi, anche la componente dei Democratici di Sinistra, gli ex Ds, che non sono confluiti nel Pd, di cui fa parte il ministro Mussi. Si può pensare, dunque, che il blocco sì democratico e riformista ma sostanzialmente moderato che sostiene il Pd abbia scelto di accelerare verso Veltroni, il quale da parte sua ha appena affermato che “andrà al voto da solo”.
L’incombente crisi economica planetaria, dovuta al rischio di recessione dell’economia leader, quella americana, più che un deterrente verso la crisi potrebbe essere addirittura un cofattore. Perché i sior Pantalon dell’illuminata borghesia italiana pensano già a stringere ancor più i cordoni della borsa. Mentre Prodi e Padoa Schioppa ora che i conti sono migliorati vorrebbero mantener fede alle promesse e redistribuire il tesoretto ai più poveri, che altrimenti sempre più poveri diverranno.

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