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sabato 10 dicembre 2011

L'enigma di Don Giovanni-Mozart

L’enigma Don Giovanni continua, il caso non si può chiudere. L’ultima messa in scena dell’opera di Mozart e Da Ponte con cui s’è aperta la stagione scaligera, non appare definitiva. Anche se  lo scopo forse era proprio quello di liberarci dal mito, con Don Giovanni che riappare in un nuovo finale, fumando una sigaretta e mandando lui all'inferno gli altri attori. Come dire che ha ragione lui  in un mondo liberato dal senso del peccato ma anche dai grandi contrasti tragico-comici che non s'adattano al nostro stile di vita moderno?
Dal canto suo il regista  teatrale Robert Carsen ci racconta: "Volevo svelare la personalità del libertino e mostrarlo come lo specchio di ciò che gli altri personaggi hanno dentro di sè. E' energia pura nel bene e nel male e trascina anche gli altri". Allora così si spiega anche  il modo con cui si apre lo spettacolo, con lo specchio che riempie tutta la scena e rimanda agli spettatori l'immagine del teatro e di loro stessi: don Giovanni come specchio, cioè svelamento, di noi stessi.

Il mito di don Giovanni è antico, proviene dalla cultura popolare, passato poi per le mani di grandi della letteratura da Tirso de Molina a Molière fino alla splendida versione settecentesca di Mozart e Da Ponte.
Si sono date molte interpretazioni del don Giovanni mozartiano. Ad esempio Strehler nel suo allestimento  alla scala puntava sul contrasto vita-morte, in particolare la tensione  verso la morte esplicitata dall'uso del colore nero nei costumi e negli apparati. Ancor più, Alessandro Baricco, ricostruendo gli elementi d'una tradizione di pensiero ottocentesca,  rilevava le tracce di Don Giovanni nel Dracula di Bram Stoker! L’interpretazione sepolcrale però non  convince: fino all’ultimo Don Giovanni afferma se stesso e non mancano nell’opera momenti gioiosi.
Forse per comprendere il don Giovanni di Mozart e Da Ponte dobbiamo ritornare alla personalità di Mozart e alla cultura del Settecento, senza che per questo si circoscriva la valenza del mito, anzi l'opposto. 

Un critico importante, Massimo Mila, nella sua Lettura de Le nozze di Figaro  pone la ricerca della felicità quale elemento fondamentale del lavoro mozartiano e magari non si capisce il Don Giovanni se non lo si pone dentro la trilogia, cioè tra Le nozze di Figaro e Così fan tutte, e non si comprende la triogia se non la si pone, come ci indica Mila, all’interno della religione dell’amore e nella visione della ricerca della felicità.
La ricerca della felicità è il tema comune degli autori settecenteschi. Per l’impostazione materialista la ricerca della felicità non è in loro disgiunta o diversa dalla ricerca del piacere. Il materialismo settecentesco da La Mettrie, a d’Holbach e a Diderot fu un atteggiamento mentale che improntava profondamente il sentire comune  e che noi oggi  per i cambiamenti intercorsi, a partire dall’ondata romantica, probabilmente riusciamo con difficoltà a ricostruire correttamente. Di questa difficoltà è prova il fatto che due fondamentali opere mozartiane come  Don Giovanni e Così fan tutte non cessano di suggerire sempre nuove intepretazioni. Nel personaggio di don Giovanni, ad esempio, che  un attimo prima del compiersi del suo destino è a tavola e mangia, ribadendo  così quella che è la sua filosofia, cioè di perseguire i piaceri della carne; che non si pente, ma nemmeno tenta di sottrarsi al suo destino poiché siamo all’interno di una visione determinista, c’è anche una buona dose di satira del materialista epicureo.
 
Manca ancora un elemento che è quello dell’effimero. Che il Settecento sia stato il secolo della celebrazione dell’effimero non v'è dubbio e in questo si può effettivamente percepire il nesso con la morte. Il piacere, come le macchine della gioia - cioè i complessi apparati architettonici costruiti in occasione di particolari festività che venivano bruciati in mezzo ai fuochi d’artificio - è effimero. Ce lo dice nel tono più alto la Contessa nelle Nozze di Figaro, con la quale Mozart raggiunge uno dei suoi vertici non solo musicali ma di ricerca di una disposizione più alta e universale proprio di fronte ad una condizione negativa. 
Che può fare allora Don Giovanni? Poiché il piacere è effimero Don Giovanni non può fermarsi come vorrebbe Donna Elvira. Non può che cercare nuovi amori. In ciò, nella ricerca che non trova raggiungimento, perchè l'amore fedele non ci è dato, la felicità solo per brevi momenti, sta la sua tragicità, dietro cui c’è lo sguardo di Mozart che vede la condizione umana, in ciò don Giovanni è lo specchio di tutti noi.
Poi in Così fan tutte la questione è riesaminata ancora una volta ma la conclusione è sempre la stessa,  con più distacco, però: si sente l’amarezza, e i canti degli innamorati a tratti sanno un po’ di parodia.

Questa è una possibile  interpretazione, ma una cosa è certa: il caso Don Giovanni non si chiude.

giovedì 7 agosto 2008

Di Barnaby Rudge e del ricordare

Il romanzo è ambientato all’epoca dei disordini anticattolici nella Londra del 1780.
Barnaby è più volte indicato nel romanzo da diversi personaggi come un’idiota. La madre, posta di fronte alla diversità del figlio, ricorda i piccoli stratagemmi escogitati, quando era bambino, per metterlo alla prova, i piccoli segni “non di stupidità, ma di qualcosa di infinitamente peggio, così fantomatici e poco infantili com’erano”; “ le strane immaginazioni che egli aveva; il terrore di certe cose inanimate, oggetti familiari che egli dotava di vita”. In effetti Barnaby sembra vivere in un altro mondo. Appena lo incontriamo ci parla delle stelle come occhi che guardano le cose degli uomini, anche uomini buoni feriti, limitandosi a sfavillare e ad ammiccare tutta la notte. Lo ritroviamo che parla della sua ombra, di come le nostre ombre giochino e si burlino di noi. Barnaby, capace di passare ore davanti al fuoco, “ad osservare le immagini nei carboni ardenti: i fiumi, le colline e le valli nel rosso scuro del tramonto, e visi selvaggi”. Barnaby, dall’alba al tramonto a correre sfrenatamente per le campagne, tuffarsi a riposare nell’erba: “C’erano uccelli da vigilare, pesci, formiche, vermi, lepri e conigli, mentre attraversavano il lontano sentiero nel bosco e così scomparivano: milioni di esseri viventi a cui interessarsi e da osservare rimanendo distesi, e per i quali, quando erano scomparsi, c’era da battere le mani.” Barnaby vive in un mondo animato, come uno spiritello shakespeariano, vive nell’armonia della natura. Amico dei cani vagabondi e di un corvo parlante di nome Grip.
C’è un altro tratto di Barnaby che è essenziale: il suo non ricordare. La madre sfrutta questo carattere del figlio, ormai ventiduenne, per trattenerlo in casa: “i racconti che ella gli ripeteva come un allettamento per tenerlo sempre vicino a sé. Non riusciva a ricordare queste piccole narrazioni – il racconto di ieri era nuovo l’indomani – ma gli piacevano sul momento; e quando ne aveva voglia rimaneva pazientemente in casa, ad ascoltare le storie come un bambino e a lavorare allegro”. Barnaby ricorda solo poche cose essenziali e siccome Barnaby è spesso felice, tendiamo a pensare che alla base del suo essere felice vi sia proprio il suo non ricordare: “Quella sua debolezza di mente che lo rendeva così rapidamente dimentico del passato, salvo in brevi barlumi e lampi, pure, adesso era un conforto. Il mondo per lui era pieno di felicità; per ogni albero, pianta e fiore, per ogni uccello e bestia, per ogni piccolo insetto che un alito di vento estivo facesse cadere a terra, egli era felice.”. Quando Barnaby viene risucchiato nel gorgo dei disordini, e ne diventerà protagonista, di lui è detto rispetto alla moltitudine insorta: “camminava orgoglioso e felice, fiero oltre ogni dire; la sola creatura gioconda e schietta nell’intera riunione.” Questo suo non fermare i ricordi predispone Barnaby a cogliere gli istanti della felicità, gli attimi fuggenti; perfino quando è rinchiuso in prigione Barnaby accede ad un sentimento superiore, grazie ad un raggio di luna che penetra nella cella attraverso l’inferriata: “e sentì la pace entrargli profonda nel cuore. Lui, un povero idiota, chiuso nella piccola cella, era innalzato verso Dio, mentre contemplava la dolce luce, quanto l’uomo più libero e più fortunato in tutta la vasta città; e nella sua preghiera mal ricordata e nel frammento dell’inno infantile che cantò e lo cullò nel sonno, aleggiava uno spirito di verità quale mai fu espresso da omelie studiate con cura, né mai echeggiò sotto gli archi di vecchia cattedrale”. Barnaby, eroe dello spirito popolare!
Attorno a Barnaby, che non ricorda, gira una moltitudine di personaggi che invece non riesce ad uscire dal proprio passato, è ancorata ad eventi trascorsi, scolpiti nella memoria, a cominciare dall’assassino incapace di distaccarsi dal luogo del delitto ma altrettanto incapace a mondarsi della colpa. Il ricordare che genera paura, ansia, rancore e sete di vendetta, tutti sentimenti negativi che impediscono, o rallentano, un’evoluzione positiva e la risoluzione dei conflitti. C’è, dunque, una dimensione negativa del ricordare. Opposta all’elegia e alla poetica creativa del ricordare di proustiana accezione. Un po’ come nel cinema di Sergio Leone, dove i flash back, servono, appunto, ad illuminare questa quarta dimensione: il lato oscuro del ricordare. Un lento movimento che alla fine fa venire a galla non solo i pesi degli altri ma, fardelli più duri, i nostri stessi.

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