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martedì 15 giugno 2010

A sinistra del PD

Non mi piacciono, l’ho già manifestato nel post precedente, gli attacchi a Beppe Grillo e a Daniele Luttazzi, che sono mossi specialmente a sinistra nel PD. Un tempo si diceva che a sinistra del PCI non c’era niente, ma ci furono le fuoriuscite dal partito e c’era ancora nell’ultimo governo Prodi la sinistra radicale, la cui eliminazione è stato il risultato più cospicuo della caduta di quel governo e della nascita del PD. Nel partito democratico di oggi accanto a Berlusconi si pongono, spero non unanimemente, per assimilazione proprio coloro che sono stati capaci di fare contro Berlusconi l’opposizione più dura e costante. Vi vogliono vedere lo stesso populismo - berlusconismo- nel caso di Grillo, la stessa questione morale, “ha mentito”, nel caso di Luttazzi; dimodochè anche a sinistra del PD trionfi il deserto. Poco male se così Berlusconi ne trae vantaggio.

giovedì 8 aprile 2010

Capire l'Italia per cambiare

Già sotto Pasqua e Pasquetta, complici condizioni meteorologiche avverse, è iniziata la discussione da parte degli sconfitti alle elezioni regionali. I vincitori si sono invece incontrati da poco ad Arcore per la spartizione del bottino, ovvero la giustizia a me, le riforme a te, e così via.

In particolare, c’è un accumularsi di pareri, di diagnosi al letto del malato, il partito democratico, che costituisce il grosso dell’opposizione; si discute di come riconquistare i voti perduti ma anche della fisionomia, del carattere che questo partito giovane per nascita ma vecchio in molte componenti ancora non riesce ad avere. Ma questi due aspetti non possono essere separati, non si possono ricercare consensi, occhieggiando quello che hanno fatto i leghisti al Nord e in Emilia – quasi andare casa per casa, fare comizi anche a tre persone – o riaprendo le sezioni, se non ci sono idee ben chiare sulla diversità del messaggio politico da propagandare; non è solo che dobbiamo cercare di convincere il vicino, non è solo questione di propaganda.

Ma nell’Italia di oggi un progetto politico da opporre al berlusconismo non può che essere soprattutto un progetto culturale; nonostante il colpo inferto alla pubblica istruzione con i tagli della riforma Gelmini, l’istruzione e la cultura sono i punti nevralgici su cui occorre far leva.
Si dirà: ma i bisogni dei cittadini, degli strati sociali che più stanno pagando la crisi economica, precari, disoccupati e cassintegrati, le famiglie che non sono tutelate e le storture, le inadeguatezze e le disuguaglianze sociali che ci portiamo dietro dalla prima repubblica. Sono senz’altro obbiettivi concreti, ma non basta. Occorre contrapporre all’Italia berlusconiana e delle televisioni una rinascita culturale, che si basi sulla conoscenza storica, lo sviluppo dello spirito critico, la cognizione dei valori e dei beni culturali che costituiscono il patrimonio storico-artistico della Nazione.


Insieme naturalmente ai valori universali dell’uguaglianza e della fratellanza, della democrazia e del rispetto delle regole. Perché il rinnovamento possa realizzarsi ed essere influente dev’essere il più ampio possibile. A che ci servono le élites culturali che si riuniscono in piccoli gruppi solitari? Del resto ormai gli intellettuali sono scomparsi dalla politica, esuli e raminghi i sopravvissuti. Uno dei maggiori difetti degli intellettuali italiani, rispetto agli altri paesi europei, è stato proprio di restare separati dal popolo e dalla cultura popolare e questo può contribuire a spiegare perché poi la gente può cadere facilmente vittima di politiche illusioniste come il berlusconismo e il leghismo.
Ci serve dunque un rinnovamento culturale generale, che circoli per la nazione: non ci bastano, anche se ci servono i leaders e i quadri dirigenti preparati, vogliamo essere popolo - o come si dice oggi società civile - preparato, senza che vi sia tra i due poli antagonismo.Questa la via maestra per recuperare voti. Questa una delle sfide principali che si pone oggi al partito democratico, più in generale allo sviluppo, proprio mentre affrontiamo una crisi, della democrazia in Italia. Accogliendo questo punto di vista allora s’intravede la soluzione anche ad altri quesiti, come quello sulle alleanze e l’incontro con il popolo di Grillo, che in passato aveva già offerto i suoi voti.

4 (1: Capire l'Italia; 2: Capire l'Italia a L'Aquila; 3: L'Italia decentrata)

mercoledì 15 luglio 2009

La piazza e il partito: la candidatura di Beppe Grillo nel Pd


Forse solo una provocazione ma nell’insieme, con le reazioni suscitate, prende il sapore dell’apologo, che so la favola dei grillini e dei vecchi elefanti.
C’è il vecchio partito, pardon il nuovo partito, nato in conclusione dalla mera riunione di ds e margherita, con le sue vecchie cariatidi e telamoni ma anche con il suo saldo apparato organizzativo che però nelle ultime vicende elettorali ha saputo solo imboccare la via della perdita costante di voti. Grillo rappresenta la piazza come è già stato a Piazza Navona, quella piazza temuta e mai amata, diversa da quella orchestrata nell’ultima veltroniana manifestazione al Circo Massimo: questa è spontanea, irrequieta, perciò disorganizzata, ma non è vero che non sappia ciò che vuole. E’ una piazza moderna, responsabile, informata e consapevole. Su questo contrasto, proprio tra Grillo e il Pd, tra la piazza e il partito, forse si sta giocando una partita importante per il futuro e la democrazia del nostro Paese. Come non pensare che se accordo ci fosse si potrebbe raccogliere una marea di voti da sommergere anche il più amato dagli italiani? E che questa prospettiva non solletica affatto cariatidi e telamoni che hanno più a cuore il loro proprio futuro?
La piazza ha una programma concreto in quattro o cinque punti: se ne potrebbe discutere, e aggiungerne qualche altro. Il partito si definisce riformista ma poi programmi concreti i suoi candidati attuali non riescono a sfornarne e pensano soprattutto alle alleanze in Italia e in Europa, queste sì per loro sono cose fondamentali. Perché il loro riformismo prevede riforme da attuarsi chissà quando e i benefici derivanti ancor dopo.
Dicono che nel Pd manchi un Obama: appunto l’Obama di oggi mostra di saper coniugare idee ed ideali con provvedimenti concreti e adatti per il momento di crisi ma è una lezione che cariatidi e telamoni non sanno apprendere. Ecco perché hanno bisogno della piazza, che ricordi loro le esigenze concrete, attuali e perciò vivissime del Paese.

venerdì 9 novembre 2007

Il messaggio di Olmi


Un grande, commosso, tributo popolare ha salutato Luciano Pavarotti e ora Enzo Biagi. La gente ha cuore, riconosce i suoi eroi, quelli che con lei non hanno mai perso i contatti.
L’analisi storico-sociale che dall’alto e da tempo si porta avanti, basata sulla contrapposizione tra politica e antipolitica, e che presuppone una massa di gente incolta, irresponsabile e distaccata dai valori, si va mostrando sempre più infondata. Ha cozzato contro un popolo che ha partecipato alle manifestazioni di Beppe Grillo “ma anche” alle primarie del partito democratico. Lo spirito popolare, per fortuna, è ancora vivo in Italia, anzi trova sempre più le occasioni per esprimersi, anche se qualche volta sono tristi come da ultimo la scomparsa di Biagi.
A questo spirito ha guardato, alla gente semplice, ancora una volta, si è richiamato, Ermanno Olmi, nel suo ultimo e discusso film, “I cento chiodi”. Profondamente calato nell’analisi del caso Italia, Olmi è già stato autore de “Il mestiere delle armi” che illustra le vicende che precedettero il sacco di Roma del 1527. Cronaca quella di una Italia in primo luogo divisa, nella quale i signori e i principi italiani col badare, nel pericolo, ciascuno ai propri interessi collaboravano, in questo sì, alla rovina collettiva. Ne “I cento chiodi” l’Italia che incontriamo sul fiume è fatta di persone un po’ fuori dai ritmi della vita moderna, che mantengono dei tratti genuini regionali: proprio per questo è gente che sa raccogliere il messaggio di fratellanza, di scambio d’esperienze, emozioni e sogni. Che la cultura non si trovi che in parte sui libri, ma l’acquistiamo col nostro guardarci attorno, nel nostro rapporto con le cose e con la natura, e soprattutto col saper cogliere nel contatto con gli altri suggerimenti, idee e sentimenti; che ognuno che incontriamo, il nostro prossimo, può dirci qualcosa d’interessante su cui valga la pena di riflettere, come mostra di fare il professore-Gesù con la gente semplice sulla riva del Po: Olmi ci ha fatto ricordare che queste sono cose in cui abbiamo sempre creduto. A quest’idea movimentista della cultura molti professori, e dottori, oracoli della cultura d’elite, oligarchica, hanno reagito stracciandosi le vesti di fronte all’immagine, certo forte ma metaforica, dei libri inchiodati. Quando ad essi non corrisponde più un’esperienza di vita.
La vita nuova del professore di Olmi, invece, da un lato è un’imitazione di Cristo, come nella più genuina religiosità medievale, e nel rifarne il cammino riscopriamo ancora una volta la forza del suo messaggio; dall’altro proprio per la natura di questo messaggio, valido per credenti e non credenti, è un discorso sugli uomini, sulla qualità dei rapporti tra le persone e con la natura, su cui porre, ritrovare, le basi della nostra convivenza, di una società solidale, e dell’armonia con le altre specie e con il pianeta.
Alla chiusura del secolo dei lumi, nel sostenere la figura dello scienziato dilettante, da cui si sentiva rappresentato, e destinata invece a declinare nel corso dell’Ottocento, Goethe, che in verità dette molti contributi a diverse scienze, in particolare all’anatomia comparata e alla morfologia, scriveva a conclusione de “La teoria dei colori”, richiamandosi anche lui all’esperienza, al farsi del sapere: “Le scienze poggiano, molto più che l’arte, sull’esperienza, e nel trattare con questa molti sono abili. Ciò che appartiene alla scienza riceve contributi da più parti, e non si può fare a meno di più mani e di più teste. Il sapere si può trasmettere, i suoi tesori possono venir ereditati e quanto viene acquisito da qualcuno viene fatto proprio da altri. Non vi è dunque chi non possa offrire il suo contributo alle scienze. Di quante cose non siamo debitori al caso, alla pratica, all’attenzione di un istante? Tutte le nature dotate di una sensibilità felice, le donne e i bambini, sono capaci di comunicarci osservazioni vivaci e pertinenti.”.
Un altro modo per descrivere una società aperta, in grado di avvalersi del contributo di ciascuno di noi.

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