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martedì 3 aprile 2012

Gli etruschi e il loro uso dei miti greci

Visita al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.
 Tra le tante meraviglie  due in particolare avevo interesse di vedere. 
L'una, proveniente da Pirgy, il gruppo di terracotta ispirato al mito dei Sette contro Tebe, soggetto di una tragedia di Eschilo, per il ricordo di una gita a quello che fu uno dei porti di Cere, il cui santuario era noto nell’antichità per le ricchezze che custodiva. La visita al luogo, fatta già da diversi anni, così suggestiva camminando in processione per arrivarvi lungo la spiaggia appresso Santa Severa in un pomeriggio estivo, aveva lasciato il desiderio di vedere l’altorilievo  che ci era stato illustrato dalla nostra guida  nell’Antiquarium di Pirgy di fronte ad una riproduzione. 
L'altra meraviglia, dell’antica Veio, le statue pure di terracotta che erano acroteri collocati sulla linea di colmo del tetto del tempio di Portonaccio, Ercole e Apollo, Mercurio, Latona che tiene in braccio Apollo bambino, mentre altre forse ve ne erano che sono state perdute. Per queste l’interesse era stato mosso dalle fotografie sui libri e averle viste a Villa Giulia ora, recentemente ripresentate al pubblico nel gennaio scorso,  dopo un lungo restauro iniziato negli anni novanta  e con una nuova collocazione  nella sala 40, l’ultima prima dell’uscita, è stata un'esperienza sorprendente. Tutte le lacune nel corpo delle statue sono state colmate ove possibile  e alle parti ricostruite è stata data una colorazione diversa per farle riconoscere rispetto alle originali. Su tutte è stata stesa poi una verniciatura con una nuova tecnica, mirabile per i risultati, che ottiene un effetto di omogeneità che permette all’occhio di cogliere le statue nella loro completezza e organicità. Si legge sul sito online  che illustra il progetto di restauro: "Grazie alla tecnica del “puntinato”, con lunghissime operazioni sono state applicate numerose e successive velature di colori acrilici eseguite per mezzo di minuscoli puntini, realizzati con l’ausilio di piccoli spazzolini, al fine di assicurare l’uniformità cromatica con le parti originali e garantire l’assoluta riconoscibilità delle parti non originali, in linea con la Teoria del restauro di Cesare Brandi."
Lo stesso trattamento dev’essere  stato applicato, almeno in parte, anche all’altorilievo dei Sette contro Tebe, esposto nella sala 13b dedicata a Pirgy, come si deduce se lo si confronta per come appare  ora con le immagini sui libri.

Le statue di Veio sono le più antiche, prodotte intorno al 510 a.C. Un pannello  esplicativo ci suggerisce che nell'Ercole si raffiguri simbolicamente la potenza tirannide che governava Veio e costruì questo tempio. Il mito che le statue sul tetto del tempio mettevano in scena, una delle fatiche di Ercole, non è tra i più noti e diffusi in Grecia, ma è l'unico in cui sono protagonisti l'eroe e Apollo, che sicuramente era una delle divinità cui era dedicato il santuario, e dove il primo diciamo che ci fa più bella figura. La scena rappresentata infatti ci mostra che il dio va incontro ad Ercole, che è detto ringhiante o rabbioso per aver avuto la meglio nel catturare la cerva di Diana con le corna d'oro che tiene per le zampe legate sotto di sè. Fra loro doveva essere Mercurio,  di cui ci rimane solo la bellissima testa, a testimonianza che gli dei accettano la vittoria dell'eroe su Apollo. Dunque, altro che cultura provinciale, quella di questi etruschi della fine del sesto secolo: spulciano tra i miti greci quello più adatto per edificare e celebrare se stessi, potenti come Ercole davanti al quale una divinità come Apollo deve cedere per volere di Zeus.


Ancora più forte e drammatico il messaggio che trapela dalla rappresentazione ispirata al mito dei Sette contro Tebe, nell'altorilievo del tempio A di Pirgy, realizzato poco prima della metà del V secolo (460 a.C.).
Nell'altorilievo si compongono due scene distinte:  in alto e indietro, Capaneo, il primo dei  sette re che assediano Tebe che prova a scalarne le mura,  viene fulminato da Giove;  in basso e in avanti l'episodio di Tideo e Melanippo. Melanippo è tebano ed è ucciso da un altro dei sette re aggressori, Tideo, che però resta a sua volta ferito a morte. Minerva sopraggiunge per salvarlo col nettare d'ambrosia, come ha ottenuto da Zeus, ma rimane inorridita alla vista di Tideo che si nutre del cervello di Melanippo.
Anche in questo caso il mito è stato scelto per edificare i visitatori del santuario sulla potenza etrusca che gode della protezione divina. Basta assimilare gli etruschi ai tebani e gli eventuali aggressori ai Sette che attaccano Tebe e il monito è chiaro: guai a chi ci attaccasse perchè neanche la protezione di una dea come Minerva li salverà perchè Giove è con noi. Inoltre siccome la storia inizia con la discordia tra i due fratelli figli d'Edipo, nella scelta del mito può essere celato un ulteriore monito agli etruschi stessi, che combattono gli uni contro gli altri.


 Ci tornano allora in mente gli affreschi della tomba Francois a Vulci. Anche in questa tomba ritroviamo un'espressione notevole dell'uso politico e propagandistico  dei miti greci da parte degli etruschi. Questi affreschi a suo tempo staccati dalle pareti della tomba che fu della famiglia dei Saties sono stati qualche tempo fa, nel 2004, riportati a Vulci per essere esposti nel cortile del castello dell'Abbadia in una mostra dal significativo titolo di "Eroi etruschi e miti greci". Siamo nel tardo IV secolo, nel 357 a.C.  c'è stata la guerra tra Tarquinia e Roma e trecento prigionieri romani sono stati uccisi nel foro di Tarquinia. Nella tomba vengono dipinti a fronteggiarsi  due cicli di affreschi, da un lato l'uccisione dei prigionieri troiani da parte di Achille, e dall'altra la saga di Mastarna e dei fratelli Vibenna, in un complesso gioco di rimandi tra personaggi eroici e mitologici, tra  tempi antichi e avvenimenti attuali, ma quello che ancora una volta emerge qui a Vulci come a Pirgy e a Veio è il significato di monito drammatico che attraverso i miti greci si vuole trasmettere. Così i prigionieri troiani ritualmente uccisi devono alludere ai romani in realtà massacrati a Tarquinia e si sottintende l'equivalenza tra etruschi-greci vincitori sui romani -troiani perdenti.


In conclusione, la cultura etrusca non risulta affatto provinciale o satellite di quella greca ma si mostra invece altamente cosciente della propria identità e capace di selezionare e piegare alle proprie esigenze gli elementi attinti dal mondo greco, come fa per i miti.


Un altro spunto di riflessione potrebbe essere: quanto di questa capacità degli etruschi di comunicazione sociale e politica attraverso il mito figurato non sia trapassato nella pittura medievale con i suoi cicli religiosi  edificanti, dove pure la figurazione ha un ruolo sia educativo sia di monito.

sabato 5 luglio 2008

Appendice

Seguito del racconto di Cristina iniziato nel parco dei mostri di Bomarzo.

La sala destinata alla riunione era bianca come il suo arredamento. I convenuti discutevano tra loro in piccoli gruppi. Solo i grandi saggi di Kronos, con le loro bianche zanne ricurve e la proboscide nervosa avevano già occupato il loro posto. La delegazione terrestre, tutta di sesso maschile, sembrava intrattenersi piacevolmente con le rappresentanti femminili di Syrenoid. I grandi insetti e ragni della galassia di Artropoidea stavano un po’ isolati dal resto come sempre, eppure – pensò Thefarie Velianas – il loro modello di sviluppo restava tra i migliori dell’universo.
Il presidente della conferenza intergalattica universale battè il grande martello, un colpo che parve a qualcuno dei partecipanti assordante, come si fosse aperta la porta dell’al di là: così risultò quel colpo alle orecchie terrestri, mentre sembrò essere appena avvertito dagli altri. Ottaviano G. Kennedy, capodelegazione della Terra, ancora non aveva ben compreso lo scopo di quella convocazione straordinaria.
Fu data la parola al grande Mammut di Kronos, Elepharamesse, colui il cui sguardo più di chiunque altro nell’universo sapeva inoltrarsi nel passato e prevedere il futuro. Elepharamesse controllava quotidianamente i dati che giungevano a lui da tutte le galassie e da tutti i pianeti. Nell’ultimo mese galattico i dati provenienti dalla Terra lo avevano impensierito. Si era posto a studiare il caso e la preoccupazione si era trasformato in un allarme che aveva i caratteri dell’urgenza: la terra aveva i giorni galattici contati.
Il sorriso sulla faccia di Ottaviano G. Kennedy, andava spegnendosi: era vero che avevano in quel momento qualche problema energetico e di smaltimento dei rifiuti, come altre volte in passato, ma a loro sulla Terra non era sembrato così catastrofico, tanto da convocare il Consiglio Intergalattico! Sentì che lo sguardo scettico dell’assemblea era puntato su di lui, ed un brusio si sollevava. Elepharamesse si pose ad illustrare lo stato della Terra, mentre il presidente Thefarie Velianas accarezzava il manico del suo poderoso martello. I terrestri pregarono di non doverlo riascoltare.
La soluzione Asimov, dal nome del suo geniale inventore, si era rivelata ottima per appena trecento anni terrestri. Gli uomini avevano abbandonato la crosta terrestre, il loro cielo azzurro e le nuvole che erano state bianche, ed erano andati ad abitare nel sottosuolo. Un’unica enorme città sotterranea, stipata al massimo, e forme di vita comunitarie avevano consentito un enorme risparmio energetico ed un apparente ottimale riciclaggio dei rifiuti. Intanto però la superficie della terra si era riempita d’inceneritori. Il sistema stava collassando, qualcosa non aveva funzionato: i terrestri umani molto probabilmente avevano continuato a consumare troppo.
Non restava altro da fare, secondo Elepharamesse, che abbandonare il pianeta. Approntare in breve tempo una grande flotta spaziale su cui evacuare le specie viventi sulla Terra. Un grande viaggio, un destino migratorio improrogabile era nel futuro dei terrestri. L’assemblea discusse e approvò.
Smarrito, Ottaviano G. Kennedy che sulla Terra leggeva qualche volta un libro tramandatosi dai tempi più antichi, si scoprì a pensare stranamente ad un’arca di legno.
Il vice capo della delegazione terrestre si chiamava Ulisse Joyce. Era rimasto meno abbattuto dei suoi compagni alla grave notizia. Guardò con rinnovato interesse verso il banco, o meglio la piscina, dove erano adagiate le ragazze di Syrenoid. In fondo – pensò – anche sulla Terra la vita era cominciata dall’acqua.

Pyrgi. Dove il viaggio si conclude.

Pyrgi era stato il porto e l’emporium di Cere. Sviluppatosi come luogo di culto con due templi, l’uno dedicato ad Astarte-Uni – qui sono state trovate le lamine d’oro con iscrizioni in lingua etrusca e fenicia - con le prostitute sacre, donne che volevano farsi una dote, secondo un costume molto orientale. Alcune parti di questi templi che furono recuperati negli scavi sono a Villa Giulia: le decorazioni fittili che illustrano il racconto mitologico dei “Sette contro Tebe” hanno la stessa forza prepotente dell’Apollo di Veio. Il santuario di Pyrgi era ricchissimo per gli ex voto che accoglieva, segno della ricchezza dei commerci di Cere. Venne saccheggiato dai Siracusani nel nel 384 e rimase l’eco nel mondo antico del gran bottino che se ne ricavò.
Nel piccolo antiquarium c’è poco da vedere. Poi, però, in piccola processione, i visitatori s’incamminano dietro la guida a vedere il luogo dei basamenti di questi templi e siccome è proprio vicino al mare che è azzurro perché è una splendida giornata, allora diventa proprio un’altra cosa. Pensare l’affollamento dei tempi etruschi ed ora vedere la grande distesa del mare, la verde macchia mediterranea e di ciò che era Pyrgi solo i piatti rettangoli disegnati nella terra dalle pietre dei basamenti dei templi scavati. La guida indica un poco più indietro, verso l’Aurelia, un’altra linea, quella dove passava la strada etrusca.
Ora Cristina e Daniele guardano il mare dall’alto del Castello di Santa Severa. Hanno telefonato ai ragazzi che tra poco torneranno a casa. C’è una barchetta all’orizzonte che fa su e giù, un po’ si vede, un po’ sparisce, traballando come in un vecchio film, manca solo la dissolvenza in nero, il cerchio che la inghiotta.

Fine

Gli asfodeli di Cere

Presero la strada fiancheggiata da pini e cipressi che conduceva alla necropoli monumentale che già era il tramonto. Si erano attardati nell’attuale Cerveteri, dopo la visita al museo a mangiare pizza e dolci etruschi come diceva la scritta sopra l’entrata della pasticceria. Il più etrusco di questi dolci, fatto di due biscottini uniti da un velo di marmellata con due ampollosità da una parte e dall’altra una punta ricoperta di cioccolato, ricordava quelle pietre davanti alle tombe su cui si era volentieri soffermato Lawrence. Simboli fallici di divinità maschili preposte a sorvegliare l’entrata. Che forse un tempo svettavano anche sulle sommità dei tumuli. Le tombe femminili invece erano indicate da cippi a forma di casa con il tetto a duplice spiovente. La donna dunque rappresentata dalla casa, ma la casa del principe nel mondo etrusco più antico era anche il centro politico e religioso.
Cristina ricordava cosa c’era scritto sul manuale di Massimo Pallottino. Se Veio era scomparsa, Cerveteri era l’immiserito erede dell’antica metropoli:

“un centro che era stato eccezionalmente ricco e popoloso, forse uno dei più splendidi del mondo allora conosciuto.”.

Il museo di Cerveteri non è grande, le cose più importanti provenienti da Cere si trovano sparse per i musei del mondo. Daniele e Cristina lo visitarono quasi in solitudine, trovatisi a capitare tra truppe di studenti e di turisti stranieri che passavano come meteore tra i due lunghi saloni dei due piani che lo compongono. L’ultima truppa fu implacabilmente arrestata alla biglietteria, che chiudevano un’ora prima, per un quarto d’ora di ritardo. Così per un quarto d’ora quegli stranieri non videro le anfore biconiche, il cratere con la coppia di figure, cavalli ed altri animali, considerato all’origine della grande produzione di vasi locale. Ignorarono i sandali incernierati - là dove il piede s’inarcua - forse unici al mondo, che solo gli etruschi, come nessun altro popolo lavoratore di metalli, poterono concepire. Non poterono vedere, per un quarto d’ora di ritardo, la gorgoneion di bronzo, ritrovata in una discarica etruscoromana. Quest’immagine, circondata fittamente nel suo contorno da teste piccolissime di serpenti, gli occhi d’avorio, ricorre sempre uguale a se stessa nei vasi, nelle pitture, negli oggetti di bronzo, come un famoso candelabro di Cortona. Racchiudeva molto probabilmente una simbologia cosmica.
Usciti dal museo, percorsa Ceveteri nella sua lunghezza, videro di là dal fosso sul pianoro opposto, una processione di pini e cipressi che indicava la via alla necropoli, anche se ancora non lo sapevano, si chiedevano dove portasse, e avrebbero dovuto dedurlo: a Cere - e molto probabilmente ogni qual volta la disposizione delle alture lo favoriva - la città dei morti affrontava la città dei vivi, quasi vi gareggiasse, entrambe allungate sugli opposti pianori tufacei separati dal fosso inciso nel tufo. Per raggiungerla occorreva uscire dalla città dal suo lato corto, passare sotto gli ultimi bastioni smozzicati, trassennati e quasi inghiotti dalle case costruitegli addosso, e risalire subito a destra. Invece sbagliarono e presero la strada del Sasso, in una conca ridente tra il mare, una linea d’azzurro, e i monti della Tolfa, masse compatte, verde bruno raggruppate contro il cielo. Ricca di coltivazioni, come pure doveva essere ai tempi degli etruschi, ma anche di ville e villette.
Quando finalmente scesero dall’automobile, circondati dai tumuli, ancora una volta ebbero l’impressione forte di trovarsi in un altro mondo.
- Si sente l’odore della campagna – disse Daniele.
Tutto intorno era il verde d’aprile e sopra di esso si alzavano alte le spighe dei pallidi asfodeli, in piena fioritura. Le sommità dei tumuli ne erano piene. Dalla parte del mare un sole rosso si apprestava ad uno dei migliori, rinomati tramonti tirrenici. Se la volta celeste era un fragoroso contrasto di colori, i “fiori dei morti” erano uno spettacolo molto meno assordante ma, in tono minore, un canto altrettanto magnifico.
Daniele si concentrò sul tramonto, finchè il sole scomparve; Cristina sugli asfodeli spiando le le nere imboccature di porte e finestre, delle abitazioni sepolcrali. Dal pianoro della necropoli era l’odierna Cerveteri che ora si stendeva davanti a loro.
Tante cose avevano visto con i loro occhi e riflettuto nei loro discorsi ma il mistero non si placava.
- La fine degli etruschi, a parte il loro rifluire nella società romana, sembra infine modellarsi nei sarcofagi di terracotta di Tuscania in cui gli artigiani etruschi imprimevano le naturali e vere sembianze del defunto, insomma nel ritratto. Se c’è un percorso che possiamo ricostruire dai banchetti con i corredi di anfore e bicchieri, e le danze, passando per i tristi, anche se su carri principeschi, cortei dei viaggi nell’al di là, un percorso che è un anelito d’eternità per sé stessi e di fronte ai vivi e ai posteri, allora questo percorso, questa pretesa di salvaguardia della propria individualità, sfocia nel ritratto.
- E ti pare poco?

Verso il mare

Ritornarono indietro verso il mare. Passarono rapidamente tra le campagne di Vulci che, se non fosse per la presenza di quel castelletto e del ponte della badia, sembrerebbero proprio senza alcun segno evidente di stanziamento umano, e doversi perciò ridurre a quel

“nulla, nulla”

che Lawrence sentì ripetersi dagli uomini che incontrava, quando chiedeva loro dell’antica città di Vulci, e poi di Cosa e di Vetulonia, più su nella maremma toscana.
Così raggiunsero il mare, dove il fiume Fiora conduce il suo letto melmoso. Sdraiati sulla sabbia respiravano l’aria umida. A Cristina piaceva il profilo di Daniele contro il cielo.
Quanto mistero, quante difficoltà in questo viaggio verso gli etruschi.
E Daniele, quanto ancora misterioso era per lei ? – pensò Cristina - . Qualche domanda sarebbe rimasta senza risposta: “lost”.
Le tornò, le tornava spesso all’orecchio una canzone di Bob Dylan:

“Sara: so easy to look so hard to define … mystical wife”

Quel senso di mistero, dell’irraggiungibile, più spesso descritto dagli uomini, ma che anche le donne possono provare. Mystical husband! Dopo tanti anni di vita in comune, perché così era, anche se avevano scherzato nell’iniziare questo viaggio nell’Etruria meridionale a fare come se fossero una coppia nuova, il mistero restava. Era qualcosa forse di molto prezioso, da preservare. Le venne in mente che tutte le volte quando si litigava, quando lei provava a metterlo con le spalle al muro, Daniele riusciva sempre a dirle: “Non hai mai capito niente di me”. Le dava molto fastidio, e poi non era vero perché ormai lo conosceva molto bene. Ma in fondo era un’altra cosa, quel mistero più profondo, come Sara. Quello che era sicuro era solo che in quel momento erano vicini. Lei mise la mano nella sua, si abbracciarono. E’ strano ogni volta stupirsi di come il contatto fisico accarezzi l’anima.
Ancora laziale la costa, ancora piatta, e facile all’approdo. Il mare e i mostri marini con le ali, così singolarmente etruschi. In queste raffigurazioni Lawrence ancora una volta aveva riconosciuto simboleggiato l’andare e venire delle forze vitali, il ciclo dell’acqua, i flussi e i riflussi. Sempre c’è una simbologia nascosta e una doppia valenza per questi mostri che popolano le stanze dei morti, così essi sono al tempo stesso custodi del tesoro, coloro che tutelano, ma anche coloro che danno il colpo fatale.
Era strano parlare degli etruschi e del loro viaggio nell’al di là proprio in riva al mare, ancora e sempre il centro della vita, e difatti così rappresentato nelle loro tombe. Bisognava però arrivare a qualche conclusione, almeno sugli etruschi. C’era ancora Cere da visitare. Avevano ancora un po’ di tempo.

Ancora San Francesco

Nel locale s’era alzato il fumo della carne alla brace. Guardando nella coppa di vino per metà colma che aveva davanti a sé Cristina ad un certo punto ci vide qualcosa. Cercò di mettere meglio a fuoco l’immagine: era San Francesco, Ma che c’entrava? Seppure Assisi fu etrusca il grande santo medievale s’era risoluto, all’opposto di un principe etrusco, di spogliarsi di tutti i suoi beni. Cristina s’accorse che ad emergere dal bicchiere era il San Francesco di Giotto, nell’immagine più amata e popolare, del Santo che predicava agli uccelli. L’immagine è bella di per sé, nel suo contenuto “letterale”, perché presuppone quell’armonia della natura - del creato nella religiosità cristiana medievale – con la possibilità di comunicazione, fratellanza e solidarietà tra tutte le creature, così chiara nella mente di Francesco. Essa va dritta al cuore della gente, è recepita dallo spirito popolare. Ma gli uccelli chi rappresentavano? Forse Giotto, come i pittori etruschi, si servì di simboli, semplici e naturali.
Cristina guardò il suo compagno, che stava prestando orecchio ai discorsi sulla Ferrari, della tavolata accanto, del tipo: la nuova centralina elettronica di marca Mc Laren applicata a tutti i motori della formula uno. Provò a richiamare la sua attenzione.

Il lungo corteo dell'addio

Il signore o la signora, di questa società aristocratica, non sono più a banchetto con intorno a loro una moltitudine di servi che servono le libagioni, musici e danzatori, ma sono costantemente accompagnati, da dèmoni, il maschile Charun, con il grande martello e la femminile Vanth con in mano una fiaccola. Il martello che evoca miniere, pozzi e nani tolkeniani, serve ad aprire la porta dell’al di là, sempre rappresentata nelle tombe dipinte di Tarquinia, ma anche il colpo mortale; la fiaccola a fare luce nel cammino. Il corteo è lungo, con una schiera di servitori che portavano oggetti che illustrano il prestigio del defunto e c’è n’è sempre uno con una cassetta sulle spalle. Ancora, il signore etrusco fa il suo viaggio al meglio, con tutta la sua rappresentanza, sul carro principesco. A volte il carro è coperto, e allora il corteo può sembrare quello di un popolo migrante. Fece questo effetto a D. H. Lawrence quando vide questi cortei scolpiti nei cinerari del museo di Volterra.
All’ultimo piano del museo di Tarquinia sono state ricostruite quattro tombe dipinte, i cui affreschi, poiché si stavano deteriorando, sono stati staccati e posti qui su pannelli, nei primi anni Sessanta. Sono proprio tra le tombe che piacquero di più a Lawrence, quando le visitò “in situ” nel 1927. Tra le più antiche, tra sesto e quinto secolo, non ancora influenzate dalla maniera greca. Cristina e Daniele si accontentarono di vedere queste tombe dipinte, poiché in precedenza avevano entrambi già visitato la necropoli di Monterozzi.
Queste tombe, che fecero esaltare allo scrittore inglese la vitalità e la festosità degli Etruschi, ci danno effettivamente un’altra temperie del mondo etrusco se confrontate con i lunghi cortei dell’addio. Il fondo giallo crema delle pareti, che Lawrence considerava così adatto alle pareti domestiche, i colori vivaci e accesi, il contorno morbido del disegno. Questo prevalere del contorno, forse preservatosi come eredità nel disegno fiorentino, la caratteristica piattezza della pittura etrusca, perciò giudicata inferiore a quella greca, maestra dell’organicità e del chiaroscuro, sono ulteriori prove che gli etruschi facevano sempre le cose a modo loro.
All’ultimo piano i famosi cavalli di Tarquinia, frammento della decorazione di terracotta che ornava il grande Tempio dell’Ara della Regina, posti un tempo a un’estremità del triangolo del timpano. Erano colorati e si vede ancora che uno era nero e l’altro rosso. Anche nella scelta dei colori era celata una simbologia. Gli uomini avevano la pelle rossa, le donne erano invece chiare. Le cortigiane avevano la parrucca bionda.
Nel ristorante, alla grande tavolata, accanto a loro, solo uomini che forse festeggiavamo un cantiere che si chiudeva. L’accento era settentrionale. Si parlava di Ferrari e di motociclette, mentre ci si apprestava a demolire enormi grigliate. In fondo un richiamo all’Etruria padana.
- Ma questo viaggio nell’al di là? Dicono che, in comune con gli egizi, in queste antiche religioni, la tomba a somiglianza della casa, con tutti gli oggetti che al morto erano serviti da vivo, avessero la funzione in qualche modo di preservarne l’individualità, e di acquietarlo. Allora tu che ne dici?
- Non dobbiamo dimenticare che questi signori etruschi erano ricchi possidenti terrieri e commercianti, guerrieri e dominatori di mari. Penso che nell’al di là volessero presentarsi al meglio.
- Come dire, far vedere chi erano anche a chi stava nell’al di là?
- Pressappoco.
- Ci può stare. E nello stesso tempo ricordarlo a che rimaneva, ai vivi! Perché è vero che le tombe venivano chiuse con tutti i loro ricchi corredi, e così ai morti non mancava nulla per banchettare, ma le strade e le piazze delle città dei morti dovevano popolarsi in occasione di feste e ricorrenze. La posizione stessa delle necropoli, spesso di fronte alle città dei vivi, quasi a gareggiare con loro.

venerdì 4 luglio 2008

Dov'era Tarquinia

Si risvegliarono in un agriturismo vicino al mare, quel mare che Tarquinia dominò da un po’ più da lontano di Cere. Ciò che più rimase nei loro occhi di quel viaggio a Tarquinia, sopra tutto quello che videro al museo, e ci rimasero tre ore, fu la vista del pianoro dove dovette sorgere la vera Tarquinia etrusca, esattamente di fronte alla città attuale.
Questo pianoro era deserto e perciò splendido nell’aperta campagna, si opponeva con la sua maestosa nudità alle torri e i campanili della città attuale, la quale stava proprio su quella che fu invece la città dei morti della Tarquinia etrusca.
Sarà stato perché era primavera, e le terre intorno erano di tutti i toni del verde, su cui sembravano disegnati i grigi archi dell’acquedotto medievale – finalmente non c’era una casa intorno - e i finocchi selvatici, alti ai bordi della strada bianca che conduce alla Civita, sembravano, con le loro gialle ombrella fiorite, lampade già accese nel tardo pomeriggio. Il mare in fondo all’orizzonte. Sarà stato per quel senso d’infinito che dà proprio il pensare, forse per quella faccenda degli opposti che si richiamano, a qualcosa di grande che non c’è più, che appunto è finito.
Dopo Tarquinia però sentirono la necessità in qualche modo di fare il punto della situazione, tra pappardelle al cinghiale e bistecche rigorosamente ai ferri.
La visita al museo era stata faticosa, per la quantità delle cose viste ma aveva sciolto alcuni nodi. Quel giorno a Tarquinia c’era la fiera perché ricorreva una festività e la strada principale che sale verso il belvedere era stipata di bancarelle. Rispetto ai mercatini settimali paesani e cittadini, c’era una gran quantità di banchi di cibarie, con salumi formaggi, e dolciumi, che si dichiaravano nelle loro insegne “siciliani” – compaiono sempre dolci “siciliani” nelle pasticcerie dell’Etruria meridionale - umbri, marchigiani, abbruzzesi. Un compendio insomma delle italiche genti con cui gli etruschi commerciavano. Anche il museo aveva subito l’assalto di una moltitudine di persone, intere famiglie coi bambi piccoli che invadevano le logge di Palazzo Vitelleschi.
- Ora abbiamo compreso la differenza che corre tra le anfore greche e quelle etrusche - osservò Daniele riandando col pensiero a quell’interminabile serie di vetrine che le contenevano. L’esattezza “razionale” delle prime, l’arruffatezza insopprimibile della figurazione nelle seconde, con il prevalere di teste, e l’esuberanza di qualche fogliame che interferiva spesso con le scene mitologiche rappresentate.
- E avevano perfino loro artigiani nelle fabbriche greche perché le facessero secondo il loro gusto!
Al piano terra del museo di Tarquinia nelle prime sale c’è l’intera ricostruzione di una tomba e quindi gli elementi archittetonici caratteristici delle tombe più antiche orientalizzanti, sfingi e quei lastroni a scaletta che dovevano forse servire da porte ma anche da scale se poggiati inclinati, con i motivi decorativi propri dell’orientalizzante. Poi si succedono sale colme di sarcofagi, ma questi sono più tardi, d’età classica ed ellenistica, perché nelle fasi precedenti della storia etrusca i defunti erano, generalmente, posti nelle tombe distesi sui letti di pietra. Forse in particolare per le donne, qualche volta i letti erano scolpiti entro le urne di sarcofagi. E sui sarcofagi i defunti erano dapprima effigiati sdraiati, appena un po’ di fianco, poi nella cosiddetta posizione recumbente, cioè come quella dei banchettanti nel triclinio: ultima, contratta, evocazione, insieme ai permanenti corredi di anfore e coppe, dei fastosi banchetti funebri effigiati nei tempi più antichi, e poi non più. Sui lati dei sarcofagi, infatti, le scene ora rappresentate sono quelle mitologiche, in specie mischie di battaglie. Ci sono sempre i leoni che azzanano i cervi, simbolo della morte ma anche dei due poli della dinamica della vita. C’è sempre una simbologia da rintracciare nelle figurazioni etrusche! Poi, proprio alla fine, le scene sui sarcofagi rappresentano solo e sempre lunghi e tristi cortei che accompagnavano il defunto.

(continua)

Bomarzo. Mostri o alieni?

Il mostro di pietra con la bocca spalancata sembrava bearsi della sua terribilità ed incurante dei visitatori. Trovarono un posto dove stare un po’ tranquilli a chiacchierare.
- Non ci sarà un filo che unisce questi mostri a certe raffigurazioni etrusche? - Cristina aveva preso a tormentare i fili d’erba.
Daniele lasciò che a rispondere fosse la sua faccia, cioè assunse, come spesso gli accadeva, pensò Cristina, le sembianze dell’indecifrabile. Meno facilmente si lasciava andare a quelle supposizioni che a lei piacevano tanto.
- Pensavo agli animali mostruosi…
- La loro religione manteneva aspetti primitivi, con divinità che potevano essere ostili e minacciose, oppure benigne, che comunque sovrastavano gli uomini.
- I greci hanno razionalizzato queste paure antropomorfizzando le divinità, cioè rendendendole simili a noi.
- Pressappoco.
- Invece gli etruschi riuscivano a pensare solo di poter interpretare i segni divini. Tutto intorno a loro, dal cielo al fegato della pecora, era un unico cosmo fatto di segni da interpretare.
- E quindi di simboli.
- Allora anche gli animali mostruosi sono simboli: il leone con la testa di capra e la coda di serpente, che è la chimera, riunirebbe in sé i poli contrari, le forze, gli elementi vitali.
Ripensavo a Paolo – continuò Cristina - quando stavamo al museo di Trevignano, sedotto da un marmo bianco romano piuttosto che da tutti quei buccheri neri con quelle figurine grottesche incise negli steli di sostegno alle coppe. Quanto è stato scritto sull’inorganicità dell’arte etrusca rispetto a quella greca, il loro sovraccaricare di decorazioni, i manici degli oggetti affollati di statuine… ecco penso che se gli etruschi ricercavano segni e deponevano simboli questo era primario nella realizzazione degli oggetti, s’imponeva alla forma e all’uso, all’arte stessa. I simboli si mettono dove meglio si vedono. Come le statue sul tetto dei templi.
Daniele taceva e Cristina pensò che acconsentisse.
Le venne in mente H. P. Lovecraft e il suo “Ciclo di Cthulhu”: gli antichi come alieni, orridi mostri venuti dalle stelle.
Daniele aveva chiuso gli occhi contro il sole e sorrideva che sembrava addormentato. Lei continuò a parlare, ma ebbe cura di abbassare la voce:
- Mi è piaciuto in “Guerre Stellari” l’episodio in cui compare Harrison Ford, il porto spaziale dove circolano esseri dalle forme più stravaganti. Un futuro nello spazio all’insegna della biodiversità. Lo stesso principio di vita diversificatosi in ogni modo nell’universo e tutte le forme di vita evolutesi più o meno in pace e comunicanti tra loro.
Le venne infine in mente un essere a tre teste, che ebbe il potere di farla tacere, ma si trasformò in un attimo nell’incipit di un racconto che Cristina si provò ad immaginare affondando nell'erba del parco di Bomarzo.

Un altro prologo: il racconto di Cristina, bozza di una saga stellare.
"L’essere a tre teste atterrava nello spazioporto della grande capitale intergalattica, nell’inconfondibile modo bizzarro dei tre-teste. Il comandante Polifactor si sorprese a pensare, seguendone la traiettoria:
- Difficile che i treteste affrontino una cosa in maniera lineare.
Si preparò a scendere per ricevere quell’ultima delegazione finalmente arrivata su Trantor. Prese con una mano la cartella luminosa; con un’altra il dono per l'ospite, scelto e procurato personalmente dal Presidente Thefarie Velianas, una statuetta di una lega primordiale, il bronzo, che proveniva come le altre già consegnate, dalla Terra - pare che adornassero le tombe di una popolazione poi scomparsa:
- Scelta piena di significato - si disse il comandante, pensando che la Terra e il suo futuro erano il motivo principale della riunione.
Con la terza mano prese la scatola dei contatti, con la quarta… Si fermò bruscamente. Ricordò a se stesso che non doveva approffitare di fronte agli ospiti delle prerogative dei multimano, per non imbarazzarli.".

Tuscania

Fuggirono a Tuscania, perla, o anfora preziosa, dell’Etruria meridionale. La vista di Tuscania con le sue mura, e la vista da Tuscania, del paesaggio intorno, la campagna intatta, gli avanzi del castello sul colle Rivellino, un tempo congiunto dalla linea continua delle mura, e le grandi chiese di San Pietro e Santa Maria Maggiore, sono entrambe incantevoli. Guardando questo paesaggio che si andava spegnendo nella sera cenarono in un ristorantino nei pressi delle mura.
Il cortile-atrio dell’albergo era addobbato con un tentaggio a strisce verticali bianche e rosse che formava la cupola del tetto e le pareti. Poteva richiamare la tomba dipinta di Tarquinia, quella “del cacciatore” – perché le tombe dipinte di Tarquinia avevano il soffitto dipinto come un tappeto, che doveva evocare la tenda dove si svolgevano le cerimonie funebri - così come un arredo medievale. Quanto di etrusco, del resto, era travasato nel nostro medioevo, nelle decorazioni, negli strani animali che popolano le chiese romaniche, palazzi e fontane ornamentali? Anche le carni rigorosamente alla brace di questo stomaco interno della Tuscia, esibito da tutti i ristoranti della zona, è un filo, abbrustolito, che rimanda agli etruschi.
Questo si dissero nel chiacchiericcio che accompagnò la loro salita in stanza. E quando finalmente chiusero gli occhi per addormentarsi, quando le immagini che più ci hanno colpito in una giornata all’aria aperta tornano prepotentemente sulla nostra retina, Cristina vide sovrapporsi all’immagine del compagno quella dei cavalieri con le armature luccicanti al sole, le piume degli elmi e i mantelli colorati, caracollare sui loro cavalli nella discesa del monte Rivellino, lasciandosi alle spalle le mura merlate che sebbene diroccate, abitavano ancora. Nel sogno di Daniele invece era probabile che si materializzasse uno di quei casolari da lui scelti a propria dimora ideale.
Al museo di Tuscania, la mattina dopo, mentre riposavano seduti nel chiostro, dopo la visita alla città, elegante e tranquilla, anche se nulla di paragonabile all’antico splendore, s’accorsero di avere un altro compagno nella loro strada. La sede del museo da poco risistemata era stato un convento francescano e alzando gli occhi alle pareti del chiostro Daniele e Cristina riconobbero nelle parti rimaste degli affreschi, nel bianco della recente dipintura, la città di Tuscania e le immagini del grande santo medievale che, come lessero poi, qui aveva compiuto dei miracoli. Non c’era borgo visitato dove mancasse una chiesa, e spesso la più importante, a lui dedicata.
- Siamo in buona compagnia – si dissero.
Il museo era di recentissima sistemazione. L’entrata era gratuita ma v’incontrarono solo un altro visitatore. Al piano terra li accolsero i sarcofagi di Tuscania, i più antichi in pietra di nenfro, simili, ma meno importanti, a quelli di Tarquinia, dalla cui influenza discendeva Tuscania, con un corredo di oggetti in bronzo, recuperato perché era stato un bottino dimenticato nei pressi delle tombe.
I più recenti sarcofagi di terracotta, caratteristici di Tuscania, sono collocati nelle ultime sale al piano di sopra. In questo piano c’e un materiale più vario e didattico. Tavole illustrative, fotografie, modellini di tombe e i corredi di esse ritrovati nelle diverse necropoli che circondano la città.
Dal periodo iniziale, orientalizzante la storia etrusca passa, nella sistemazione degli storici, all’età arcaica e poi a quella classica ed ellenistica. La parabola degli etruschi si conclude con la parola romanizzazione. Ci furono delle battaglie. Veio distrutta nel 396. La vittoria di Tarquinia, che sacrificò più di trecento prigionieri romani, nel 358. La vittoria di Roma su Tarquinia nel 351. La battaglia di Sentino, nel 295, fu l’inizio della fine. L’anno dopo cadeva Roselle, più a nord nella maremma toscana. Diverse città etrusche ora acquiescenti ora alleate con Roma. Un’altra battaglia tra Orte e Bomarzo, al lago Vadimone nel 283. Un trionfo su Volsinii e Vulci nel 280, Cere piegata nel 273. Infine quando Volsinii, cioè Orvieto, pensò bene di chiamare in aiuto i Romani contro le rivolte servili ne fu distrutta nel 265, Falerii nel 241. I Romani che toglievano metà delle terre alle città etrusche e vi fondavano le loro nuove colonie. Quelle terre, i confini su cui era nata la nazione etrusca, che erano state il principale oggetto tutelato dai riti, dalle cerimonie, dalla cosiddetta discipina etrusca. Perugia abbattuta da Augusto.
Al piano superiore del museo di Tuscania i corredi delle tombe erano esposti secondo le diverse fasi della storia etrusca:
- Perché cominci da qui?
- Leggevo. C’è scritto “Età arcaica”
- L’Orientalizzante è laggiù, l’Ellenismo, di quà.
- Tu invece vai di quà e di là.
- Ti sei innervosito?
C’era, nel settore dell’orientalizzante, il modellino ricostruito di una tomba che era una bellissima casa con le colonne davanti e tre porte, ma naturalmente una sola era vera. Cristina e Daniele si fecero attenti, di nuovo uniti e solidali. Sul tetto la statua di un piccolo animale, sembrava una scimmietta. E c’erano le lastre fittili - di terracotta cioè – un tempo colorate ed ora scolorite, poste sotto il tetto, che avevano adornato i loro templi dei vivi così come le loro tombe a forma di templi. Che cosa era riprodotto nelle lastre delle città dei morti? Scene di banchetti eterni, effiggiati per l’eternità. Daniele e Cristina riconobbero i banchettanti sdraiati sui letti, e sotto i letti vi erano costantemente dei bassi tavolini e cani o servi a loro volta sdraiati. Tra i letti i servi che recavano anfore per le libagioni o strumenti musicali. Altre scene riproducevano file di danzatori che pestavano i piedi, con gambe e braccia fortemente contorti rispetto al busto, e anche le mani.
- Questi banchetti ci rappresentano la volontà di rappresentarsi del mondo etrusco, dei suoi ricchi signori, quando esso era più se stesso. Quando era giovane, nella crescita e nella fase maggiore della sua ricchezza e potenza.
- Prima che si diffondessero i miti e le divinità antropomorfiche greche.
- Prima che decadessero.
- E tutte quelle anfore, e soprattutto coppe e bicchieri, perché potessero banchettare anche da morti. E i mobiletti per riporre e appendere “cicchere e bicchier”.
Arrivarono infine presso i sarcofagi di terracotta.
Questi sarcofagi di terracotta, tarda produzione delle fabbriche di Tuscania, erano lavorati in tre parti che poi venivano ricomposte, la parte corrispondente all’estremita inferiore del corpo appiattita, poco lavorata, mentre nella testa, inserita per ultima, l’artigiano imprimeva al volto i caratteri del defunto, ne faceva dunque il ritratto, secondo una tendenza comune a tutta l’Etruria nelle fasi conclusive della sua civiltà, da cui si vede poi derivare la ritrattistica romana.
- Dal banchetto funebre, ai ritratti dei sarcofagi di terracotta, c’è un percorso che dobbiamo ricostruire – sentenziò Cristina.

Norchia. Nelle case dei morti

Avevano infine trovato l’indicazione per Norchia. Un viottolo di campagna che quando arrivarono c’era un cartello scolorito dal sole con la mappa della necropoli che si leggeva appena e un percorso da Indiana Jones che sembrava ridersela di loro nell’opacità del primo pomeriggio. La campagna, proprio la superficie piana, di colpo terminava ed iniziavano i gradini per scendere tra le tombe rupestri scolpite nella parte vertiginosa di tufo. Non c’era anima viva. Solo il vento ogni tanto. Cominciarono a scendere. Ancora una volta sentirono di trovarsi in un altro mondo. La vegetazione, arbusti ed erbe, la faceva da padrone, e sembrava disturbata dalla loro presenza, ma era ormai custode di tombe, anzi di case, e templi vuoti. Tombe a forma di case e templi perché molto probabilmente all’origine la casa del principe coincideva con il luogo di culto.
Scendevano e scivolavano, inciampavano e risalivano. Forse il destino degli etruschi è metafora dei vani sforzi del genere umano verso l’eternità e la memoria di sé, eppure queste dimore dell’al di là sono rimaste effettivamente il segno più tangibile dell’antica civiltà, proprio perché scolpite nella roccia tufacea:
- In qualche modo questi loro sforzi per prolungare la vita sulla terra, sono riusciti visto che queste sono le testimonianze maggiori che ci hanno lasciato!
- La maggior parte degli edifici delle loro città doveva essere di legno.
- Non è facile provarsi a comprendere oggi la loro mentalità, la loro religione. A tratti mi sembra di afferrarle ma è difficile coglierle realmente attraverso quanto ci rimane dell’immagine che hanno voluto lasciare di sé. Forse è che così scavate nella parete della roccia, le tombe di questa necropoli fanno più impressione.
Stavano uscendo all’aperto e Daniele che la precedeva si volse un attimo indietro, stagliandosi controluce:
- Ti porto via.
Molto probabilmente Daniele non aveva detto nulla. C’era stato solo un fruscio di vento.

Cittadine d'Etruria

Cittadine d’Etruria.
Infilarono uno dietro l’altro Veiano, Barbarano e Vetralla. Barbarano sembrava perfetto, con i due lati lunghi, sulla cresta tufacea alla confluenza di due corsi d’acqua, e il lato corto, espugnabile, con le mura e la porta intatte, torri quadrate e semicircolari. Dentro questi centri storici, Cristina si gettava per vicoli e stradine, curiosa di tutto. Daniele restava indietro, a lui bastava il colpo d’occhio, la vista generale da cui dedurre cosa c’era di più importante da vedere. Erano diversi. Cristina da tutti i particolari che raccoglieva lentamente ricostruiva ciò che Daniele faceva mostra di possedere già.
Esausti, nelle prime ore pomeridiane divorarono dei panini in macchina, le portiere aperte sulla campagna, baci alla birra.
- Guarda quel casolare laggiù.
- Un altro posto ideale per fermarsi, vero?
Una variante un po’ meno tosta alla fuga sull’Appennino, che si rivelava un pensiero tenace di Daniele, l’ennesino luogo ideale che additava alla sua compagna.
- Come siamo diversi – ripensò tra sé, Cristina. Lui trovava luoghi di cui appropriarsi, a lei piaceva guardarli dall’esterno e limitarsi ad immaginare come sarebbe o com’era stata la vita dentro e intorno ad essi.
- Quanti centri che un tempo hanno avuto la loro importanza a così poca distanza l’uno dall’altro.
- Questa era l’Etruria.
- Adesso sono solo borghi rurali.
- Proprio l’attività contadina, le risorse della campagna, deve aver permesso loro di non morire e, tutto sommato, resistere fino ad oggi.
- Ancora un’eredità etrusca allora?
- Direi proprio di sì.
- Oggi le grandi città non hanno più confini, con le periferie che si estendono indefinitamente, invece qui ancora possiamo entrare e uscire, attraversando le porte, varcandone le mura. C’è un dentro e fuori che possiamo percepire.
- Con un colpo d’occhio!
- E già. Vediamo la città, intorno la campagna coltivata e poi oltre la natura lasciata a se stessa. C’è come un ordine, un senso. Proprio perché c’è la città con le sue mura, riconosciamo la natura, il paesaggio fuori di essa.
- E’ stato detto…
- Ma ce lo siamo dimenticato, oppure è che diventa un’esperienza lontana, sempre meno percepibile.

Sutri, Minas Tirith dell'Etruria meridionale

Dalla civita etrusca di Sabate, ora occupata da una sommità boscosa, terreno incolto e qualche villetta costruita, continuarono la strada verso nord che, secondo le indicazioni ricevute, li avrebbe portati a Sutri, questa volta l’odierno tracciato coincidendo con l’antico etrusco.
A Sutri entrarono dalla porta a nord, sulla cima del colle, ma idealmente la ripercorsero uscendo e rientrando dalla porta vecchia giù sulla via Cassia, antichissima, coi blocconi di tufo etrusco–romani e l’immagine di Saturno effigiata, araldico simbolo della città.
- In questi luoghi – pensò Cristina – ha ancora un significato materiale l’espressione di varcare i confini della città.
Ne risalirono le rampe fino al vescovado, gustandone l’intatta struttura urbana, una tufacea Minas Tirith dell’Etruria meridionale. Porta d’Etruria, la definirono i romani, espugnandola.
La notte alloggiarono nelle vicinanze. Cristina sognò di trovarsi ancora a Veio ed imbruniva. Nel sogno si erano seduti sull’erba e poi allungati, come in un sarcofago, avevano sentito l’umidità della terra. Ma non erano soli, come nella Death Valley di “Zabrinskie point” c’era un numero indefinito di coppie che, intorno a loro, si rotolava nel parco di Veio.
L’indomani, la strada ripresa si snodava agilmente tra l’emergenza di Sutri, a destra e il mondo silente della dimensione archeologica sul lato sinistro, l’anfiteatro, tombe e cunicoli scavati nella roccia. Guadagnarono poi la salita di Capranica.

L'antica Sabate

L’antica Sabate
Attraversarono la via Cassia e raggiunsero per una strada moderna l’abitato di Trevignano Romano. Un’altra via, più interna, era stata la strada etrusca che collegava quella che dovette essere l’antica Sabate a Falerii e a Veio. La necropoli di Trevignano fu scoperta negli anni Sessanta. Nel piano terra del Palazzo Comunale un piccolo ma ben sistemato museo ne espone i reperti.
Entrarono insieme ad un’altra coppia molto più anziana. L’operatrice museale, con una mantellina rosa all’uncinetto appuntata e una collana di perline colorate, si fece loro incontro. Cristina e Daniele non trovarono in alcun altro luogo una così cordiale e volenterosa accoglienza.
La storia della necropoli trevignanese riproduce in piccolo quella dei più grandi ed importanti centri dell’Etruria meridionale. Alcuni ritrovamenti risalgono all’ottavo secolo, e sono sepolture ad incinerazione, in vasi biconici: tipiche sepolture villanoviane. Gli archeologi riferiscono che la cultura dei villanoviani si caratterizzò, dal IX all’VIII secolo, per un concentrarsi in villaggi di capanne e per seppellire i loro morti col metodo dell’incinerazione. Si parla certamente di Etruschi a partire dalla fine dell’ottavo secolo, circa il 730, quando in generale si passò dalla sepoltura ad incinerazione all’inumazione in grandi tombe a camera e i villaggi cominciarono a diventare delle città, ma i luoghi dove avvennero questi cambiamenti furono esattamente gli stessi. Non ci fu salto, discontinuità. Insomma intorno alla fine dell’ottavo secolo i villanoviani diventarono gli etruschi. E nel costruire le loro tombe simili alle loro case, con un dromos, due stanze ai lati e in fondo una camera singola, le decorarono e le arredarono di oggetti di prestigio, ceramiche, bronzi ed ori che per il tipo di decorazione si riconobbero essere dello stile orientalizzante, una moda internazionale proveniente dall’oriente del Mediterraneo: palmette e fiori di loto, animali fantastici, grifi, sfingi e chimere, dal contorno sinuoso. Ragion per cui il periodo più antico della storia etrusca fu detto orientalizzante. Erano gli etruschi essi stessi venuti dall’oriente e sovrappostisi ai villanoviani che qui avevano trovato? Oppure, furono le nascenti colonie greche, a cominciare da Ischia, a far conoscere i modi dell’oriente ai villanoviani, che se ne impossessarono tenacemente come nessun altro popolo dell’occidente mediterraneo? E i villanoviani non avevano raccolto già precedenti migrazioni nordiche? L’elmo puntuto e con i lati membranati che fa da coperchio ai cinerari villanoviani è così diverso dal rotondo elmo etrusco! E’ questa, riguardante le origini, solo una parte degli enigmi che gli etruschi ci hanno lasciato di sé.
Due tombe principesche del periodo orientalizzante riempiono con i loro corredi, tra cui due carri - o meglio le parti in ferro e in bronzo rimaste – un flabello - oggetto in bronzo, derivabile da un ventaglio originale di piume e tenuto in segno di prestigio intorno alla persona del principe - e dei cilindri di bronzo per contenere rotoli di scrittura, le sale del museo. Due coppie di anforone - come in coppie furono trovate le anfore attiche della “tomba dei vasi” nella necropoli di Cerveteri - buccheri, un calderone ornato con teste di cane, oggetti in bronzo e piccoli oggetti in oro tra cui fibbie e spille minute. Lungo una parete riposa nella sua urna di cristallo un guerriero etrusco, ritrovato in una tomba a fossa e qui posto a giacere col suo pane di terra. Ha lo scudo sopra i piedi, la spada e il pugnale, e una grande quantità di spille di bronzo che guarnivano le sue vesti perdute.
Su alcuni tavolini stanno pure esposti disegni dei bambini delle scuole e le loro imitazioni dei buccheri fatte con la plastilina. L'operatrice museale intrattenendosi con le due coppie di visitatori, che avevano notato i lavori dei bambini, raccontò loro dell'arguzia dei piccoli, che si erano presentatisi al museo con un vecchio ferro, sostenendo che potesse essere una tromba etrusca. L'analisi del pezzo aveva poi condotto alla conclusione che doveva più banalmente trattarsi di una vecchia ruota ruzza. I ragazzi non si erano forse neanche resi conto che l'attività didattica del museo li aveva resi capaci di fare uno scherzo erudito.
Paolo e Silvana, la coppia con cui avevano visitato il museo, si fermarono all’uscita con Cristina e Daniele. La visita li aveva soddisfatti, dissero. C’erano in quel punto due blocchi di marmo bianco di Carrara proveniente da Luni, di epoca romana. Paolo notò il bel motivo di spirali di pampini d’uva su uno di essi e ammiccò:
- Questo è romano eh?
E così Cristina avvertì in un sol attimo come le basi greco romane della nostra cultura, gli occhiali invisibili che portiamo, ostacolassero la nostra fruizione del mondo etrusco proprio nella sua originalità, e lo facevano perdente nel confronto. Eppure...Cristina seguì con lo sguardo la coppia che si allontanava: lui aveva affettuosamente cinto con il braccio la spalla di lei e lei gli stava porgendo qualcosa.
Avevano chiesto del luogo della città etrusca di cui non rimaneva alcuna traccia, e anche in questo la storia di Sabate era simile a quella di altre, più importanti, città dell’Etruria meridionale. Guadagnarono la salita alle spalle dell’odierno abitato, che portava al pianoro ipotizzato come luogo della civita etrusca: quando scesero dalla macchina e si guardarono intorno pensarono che non poteva che essere quello il luogo, per il fosso e il dirupo sui due lati, per l’orientamento da nord a sud. Infine, lo decretarono emotivamente perché la vista del lago e dei ruderi della Rocca degli Orsini, che avrebbe potuto essere l’arx della città, era maestoso e nello stesso tempo incantevole, e l’occhio poteva dominare il paesaggio fino alle alture più lontane.

A Civita Castellana, incrociando la carrozza di Goethe

Sul ponte Clementino di Civita Castellana uscirono nuovamente da se stessi per contemplare uniti il pauroso, vertiginoso e nello stesso tempo sublime, verticalismo dell’incisione tufacea. Avevano quasi litigato per trovarlo, immersi nel centro cittadino, Daniele voleva lasciar perdere e lei s’era incaponita.
Al castello, il forte Sangallo, ammirato dall’esterno, non era stato possibile sottrarsi all’ombra di Goethe che aveva scritto:

“Bellissima la vista dal castello: il monte Soratte, una massa calcarea che probabilmente fa parte della catena appenninica, si erge solitario e pittoresco”

Così aveva annotato nel suo "Viaggio in Italia", alle otto di sera del 28 ottobre 1786. Diretto a Roma, già fantasticando sulla sua meta, Goethe si era trovato a passare per l’antica Falerii e alla fine della giornata, aveva scritto quella pagina che Cristina, la sera prima della partenza con Daniele, aveva ritrovato. Viaggiando in carrozza, Goethe impareggiabilmente analizzava il paesaggio che gli si apriva alla vista così come il terreno sotto le ruote:

“ Si sale lungo le pendici di un monte che si direbbe di lava grigia; vi si trovano parecchi cristalli bianchi granatiformi. La strada che dal termine della salita conduce a Civita Castellana è della medesima pietra, resa ben liscia dal passaggio delle ruote.”

Di passaggio nel Lazio vulcanico, ne aveva colto rapidamente l’essenza:

“ Le zone vulcaniche sono molto più basse degli Appennini, e solo i corsi d’acqua, scorrendo impetuosi, le hanno incise creando rilievi e dirupi in forme stupendamente plastiche, roccioni a precipizio e un paesaggio tutto discontinuità e fratture.”

Cristina e Daniele invece si allontanavano dalla grande città, dal suo tessuto continuo, come quello della quotidianità, disponibili alla discontinuità e alle fratture non solo del paesaggio che affrontavano ma anche del tempo e dello spazio, nella dimensione del viaggio.

Nostalgia di Veio

Ora erano in viaggio e Veio era già alle loro spalle. Sulla strada statale è quasi inimmaginabile che sia esistita Veio. Perchè Veio è scomparsa, come Vulci, Volsinii, e tante altre. Il magnifico Apollo che, con altre divinità, dominava l’aere sul tetto del Tempio di Portonaccio, con quella sua baldanza non altrimenti che etrusca, è stato ridotto in un museo di quella Roma prima etrusca per i greci, poi troiana per gli etruschi – si vedano i dipinti della tomba “François” a Vulci - e quindi greca nel suo destino vittorioso che gli aruspici etruschi non seppero prevedere.
Per arrivare nel sito dove si sviluppò e crebbe uno dei maggiori e più antichi centri etruschi, occorre lasciare la strada consolare, svoltare a destra addentrandosi nell’agglomerato periferico, e quindi scivolare giù, con una serie di curve, dentro la forra laziale. Allora però si apre un altro mondo, un po’ come succede ad "Alice nel Paese delle meraviglie". Un paesaggio a tratti selvaggio, con cascatelle d’acqua tra i massi. Scendere e risalire per conquistare una pianura apparentemente a perdita d’occhio e solitaria: ad un tratto ritrovarsi in un mondo solare ed infinito. I forti contrasti, luci ed ombre del paesaggio etrusco. Gli scavi, chiusi, deserti.
La dimensione del viaggio è eccitante; è anzitutto uno stato mentale. Anche le cose o le azioni più comuni, come entrare in un negozio, comprare dei panini, sembrano diverse dal quotidiano se siamo in viaggio.
Queste cose qua e là pensava Cristina, seduta a fianco di Daniele che guidava. Certa scontrosità, lo stare ciascuno all’interno del proprio flusso di coscienza, si era di colpo interrotto quando avevano scoperto Veio, un senso dell’avventura che li aveva coinvolti. Ripartiti, nell’abitacolo di latta del loro mezzo di trasporto, erano pure rientrati nell’abitacolo della loro coscienza individuale.

Viaggio in Etruria meridionale


(Questa volta è l'intero racconto a puntate)

Prologo

A Villa Giulia.
S’incontrarono davanti al sarcofago degli Sposi, a Villa Giulia. Daniele aveva posato lo sguardo su quella massa reattiva di capelli che un fermaglio colorato non riusciva a contenere. Si avvicinò, qualcuno li urtò, si toccarono e quasi senza accorgersene si parlarono. Degli etruschi naturalmente e di quel monumento alla costanza della vita coniugale che avevano di fronte.
Poi lui la prese leggermente per i gomiti:
- Sono Daniele -.
Lei rimase stupita:
- Cristina - rispose dopo un attimo, sorridendo.
- Usciamo di qui.
Fuori l’aria primaverile era tiepida. Camminarono un poco e decisero di ritrovarsi.
Si ritrovarono, e si ritrovarono ancora.


A Piazza di Pietra.
Qualche tempo dopo, parlavano ancora degli Etruschi, a Piazza di Pietra, in un locale con comodi divanetti e la tappezzeria fiorita. Sul tavolino le tazze del the erano assediate dalle carte mal ripiegate, depliant, guide tristiche e opuscoli ma Cristina aveva mollato ogni cosa per gustare la pastiera napoletana. Era intanto entrata una giovane coppia. Erano altissimi e lei, così biondo chiaro, si era precipitata su uno dei divani e appena seduta, chiusi gli occhi, già dormiva. Al cameriere napoletano accorso per le prenotazioni non era parso vero di richiamarla, attirando l’attenzione sulla scena.
Daniele e Cristina ripresero a parlare del loro piccolo viaggio nell’Etruria meridionale. Qualche giorno di vacanza per entrambi da spendere sulle tracce degli antichi:
- L’ideale sarebbe l’Appennino – si sentì di rilanciare ad un tratto Daniele.
- Una fuga?
- La salvezza.
Per qualche istante gli etruschi tornarono alla loro polvere. Un’utopia bucolica e pastorale aleggiò fino a confondersi col vapore che saliva dalle tazze.
- Prima la Tuscia - risolse Cristina rimestando le carte sul tavolo.

lunedì 7 aprile 2008

Gli asfodeli di Cere



(frammento da un racconto – probabilmente inedito)

“ Presero la strada fiancheggiata da pini e cipressi che conduceva alla necropoli monumentale che già era il tramonto. Si erano attardati nell’attuale Cerveteri a mangiare pizza e dolci etruschi come diceva la scritta sopra l’entrata della pasticceria. Cristina ricordava cosa c’era scritto sul manuale di Massimo Pallottino. Se Veio era scomparsa, Cerveteri era l’immiserito erede dell’antica metropoli, un centro che era stato eccezionalmente ricco e popoloso, forse uno dei più splendidi del mondo allora conosciuto. Prima avevano attraversato in macchina l’abitato fino alle ultime case, sul pianoro tufaceo. A piedi avevano disceso la strada che costeggiava la rocca turrita, giù verso il fosso per trovarsi a tu per tu con i possenti massi tufacei che vi si elevavano, completati nella loro discontinuità dalle altissime mura di blocchi squadrati. Di là dal fosso sul pianoro opposto, una processione di pini e cipressi indicava la via alla necropoli, anche se Cristina e Daniele ancora non lo sapevano e si chiedevano dove portasse. Come riconobbero poi, a Cere la città dei morti affrontava la città dei vivi, quasi vi gareggiasse, entrambe allungate sugli opposti pianuri tufacei separati dal fosso inciso nel tufo. Per raggiungerla occorreva uscire dalla città dal suo lato corto, passare sotto gli ultimi bastioni smozzicati, transennati e quasi inghiottiti dalle case costruitegli addosso, e risalire subito a destra la strada tortuosa che infine si distendeva tra i pini e i cipressi. Invece sbagliarono e presero prima la strada del Sasso, in una conca ridente tra il mare, una linea d’azzurro, e i monti della Tolfa, masse compatte, verde bruno raggruppate contro il cielo. Ricca di coltivazioni, come pure doveva essere ai tempi dei tirreni, ma anche di ville e villette, segno che il processo contemporaneo di costruzione edilizia non si arrestava.
Quando finalmente scesero dall’automobile, circondati dai tumuli, ancora una volta ebbero l’impressione forte di trovarsi in un altro mondo.
- Si sente l’odore della campagna – disse Daniele.
Tutto intorno era il verde d’aprile e sopra di esso si alzavano alte le spighe dei pallidi asfodeli, in piena fioritura. Le sommità dei tumuli ne erano piene. Dalla parte del mare un sole rosso si apprestava ad uno dei migliori, rinomati tramonti tirrenici. Se la volta celeste era un fragoroso contrasto di colori, i “fiori dei morti” erano uno spettacolo molto meno assordante ma, in tono minore, un canto altrettanto magnifico.
Daniele si concentrò sul tramonto, finchè il sole scomparve; Cristina sugli asfodeli, spiando le le nere imboccature di porte e finestre, le porte a “becco di civetta”, delle abitazioni sepolcrali. Dal pianoro della necropoli era l’odierna Cerveteri che ora si stendeva davanti a loro…”

lunedì 3 marzo 2008

Viaggio in Etruria meridionale



Scegliere come itinerario l’Etruria meridionale, per una passeggiata in campagna, per svagarsi dalla città, vuol dire in realtà proporsi un viaggio impegnativo.
Procedendo verso l’interno, è il Lazio vulcanico che ci si fa incontro. Lo spettacolo delle sue forre, profondi canaloni incisi nelle pareti tufacee, non smette di sorpenderci ed attirarci. Ai margini dei suoi tanti borghi sulle creste tufacee ci coglie un’ansia di guardare giù nel profondo cupo di vegetazioni intricate, sotto cui immaginiamo lo scorrer di un corso d’acqua. Il più grandioso, quasi mozzafiato, quello dal ponte di Civita Castellana. E dal fondo, dalle vegetazioni, risalire con lo sguardo le pareti naturali di tufo rossiccio, oppure ocra, che divengono i maestosi basamenti finemente decorati da muschi e licheni, in una tavolozza che va dal bianchiccio, come una biacca naturale, al verde, al giallino e al grigio, su cui gli uomini posero i blocchi ora irregolari, ora squadrati, delle mura delle loro città. Resti poderosi, a tratti incredibilmente integri, con le cime delle torri ancora svettanti, a tratti erosi e smozzicati come accade alle rocce tufacee.
Chiudere gli occhi e immaginare come questo territorio è stato plasmato. Il cielo rosso e affumato dei giorni antichi in cui i vulcani furono in eruzione e il formarsi dei tufi. Poi i fiumi, scendendo dai crateri, modellarono le pareti a picco delle forre laziali. Gli effetti particolari alla vista che questo paesaggio produce quando ci muoviamo dentro di esso: i piani tra le forre in lontananza si ricompongono a dare l’illusione di un’unica, estesa pianura; appena addentrandoci in uno di questi canaloni, vedere invece i pianori intorno, alti sopra di noi, già verdi in qualunque tempo, se è piovuto da poco. Uno dei più notevoli a Bomarzo.
Quando la creazione fu completata vennero gli uomini a costruire le loro città. Erano gli Etruschi e scelsero gli altopiani tufacei tra le forre, per due lati circondati da dirupi pressochè verticali, l’incomparabile “posizione etrusca”. Essa scaturiva dall’intelligenza del paesaggio, che conduceva ad una scelta dominatrice e nello stesso tempo difensiva, perché quasi inespugnabile. Oggi così pittoresca.

Chi erano gli etruschi? Tra i gialli della storia, l’origine degli etruschi è stato uno degli enigmi più avvincenti. Tre le ipotesi accolte e discusse dagli studiosi, che gli etruschi provenissero dal Nord, che fossero una popolazione auctoctona o che fossero giunti in Italia dall’Oriente. Le analisi genetiche basate sul confronto dei Dna, non solo di popolazioni umane, ma anche del bestiame da esse allevato, hanno recentemente dato maggiore conforto alla terza ipotesi, che essi siano giunti dall’Oriente e per via di mare, per la sorprendente somiglianza genetica tra alcune popolazioni dell’Asia minore e delle regioni di Volterra e di Siena. Siccome una tale somiglianza non è stata trovata in altre popolazioni frapposte tra l’Italia e la Turchia per via di terra, gli Etruschi, i Tirreni come li chiamavano i Greci, tra i quali Erodoto sosteneva appunto che provenissero dall’Oriente, sarebbero giunti sulle nostre coste per via di mare, portando sulle loro imbarcazioni anche le nostre costate alla fiorentina! Dalla Lidia, cioè da quell’ Oriente misterico da cui i Greci, sempre secondo Erodoto, accoglievano nel loro Olimpo Dioniso.
Alla luce della scoperta molte cose andrebbero al giusto posto. Si spiegherebbe com’è che i Tirreni fossero una grande potenza di mare, anche se le loro industrie e coltivazioni potevano trarre in inganno. L’influenza, il commercio, il gusto dell’Oriente, documentati, non sarebbero stati secondari ma primari, dovuti, cioè, ad una relazione con la madrepatria evidentemente mai perduta. Non ci sarebbe più bisogno di spiegarci come ad un certo punto alcune tra le genti italiche, più rozze, siano emerse diventando gli Etruschi. Desta perciò ammirazione pensare a questo popolo venuto dal mare, a come seppe scegliere le regioni e i luoghi su cui costruire le sue città, sfruttare le miniere e allevare e coltivare, diventare una grande potenza di terra oltrechè di mare.
Tornano in mente quei tratti tipici del loro carattere che ancor oggi si possono ritrovare nella gente di Toscana, Lazio, Umbria e anche dell’Emilia Romagna, come il gusto del lusso, la sensualità, la superstizione… che dunque ci verrebbero dall’Oriente.

Un popolo scomparso. Già, perché gli Etruschi come nazione scomparvero assorbiti dall’astro di Roma, che pure dovette loro molto. Abbiamo ancora tracce della loro persistenza al volgere della repubblica quando Sallustio nel narrare le ultime vicende della congiura di Catilina ci dice che raccolse le sue truppe in Etruria e stabilì il suo quartier generale a Fiesole, che da sempre era stata ostile a Roma. E Fiesole era di origine etrusca.
Proprio nella Tuscia meridionale, dove si ebbero insediamenti etruschi tra i più antichi, ma anche tra i primi a decadere e a cadere sotto l’urto di Roma, come accadde a Veio, possiamo leggere nel territorio le luci e le ombre del loro destino. Città e abitati la cui unica sopravvivenza è rappresentata dalle necropoli, le città dei defunti, come a Norchia, Veio, Vulci, o da resti di templi importanti come a Veio e Pyrgi, sulla costa. Altre città hanno attraversato in continuità la storia, sono diventate centri medievali e rinascimentali, come Sutri, Barbarano, Vetralla, Tuscania, e anche rinascimentali, anche se nel Lazio odierno sono ormai ridotti a borghi rurali. La continuità di vita delle città nate etrusche ci assicura che non furono un popolo estinto ma che si mescolarono e parteciparono al farsi della storia, anche se poche sono le testimonianze prettamente etrusche che queste città conservano: la loro posizione, le fondamenta e parti delle mura, qualche arco o porta d’entrata. La maggior parte di ciò che ci resta di fattura etrusca proviene dalle necropoli, arredate come le case dei vivi. In particolare, dalle necropoli rupestri scavate nelle pareti delle forre laziali, come a Norchia, Barbarano e Blera, possiamo dedurre come fossero le facciate dei loro edifici, come arredassero le loro case.


Vetralla

Così la Tuscia meridionale è come un libro aperto su cui studiare l’insediamento umano in rapporto col territorio, le testimonianza di civiltà trascorse e nello stesso tempo arrivate fino a noi. Spiace che a volte questo patrimonio storico e artistico non sia sufficientemente tutelato e che al visitatore che arriva, desideroso o sorpreso e incuriosito di decifrare i segni del tempo e della storia, il cammino si trovi troppo spesso precluso dall’incuria e dall’abbandono. Un patrimonio che è di tutti noi, è la nostra storia, le nostre radici, e la cui sola esistenza giustificherebbe uno status migliore, e una vita culturale più attiva per i luoghi in cui giace.

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