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sabato 24 dicembre 2011

I colori d’inverno

Prendi  una superficie d’acqua, che so un lago,  dalla parte del nord quando tira la tramontana, increspata ma piana, e mettici il tramonto e la sera che avanza: è una tavolozza con i colori dell’azzurro, del blu fino al nero.
Le alture  della riva che si specchiano disegnano isole di scuro in mezzo ad altre di luce.
Ma è l'azzurro che trionfa e pare che effettivamente si generi dall'ombra, così intenso, come fuoriuscente da un tubetto di colore nei contorni  più lontani di questo miracolo di superficie: ad oriente, dove  la luce, ancora  nel cielo, già lì più non arriva. Dove invece il colore incontra la luce, più al centro della superficie,  allora s'indebolisce in più teneri celesti.
 Sembra uno spettacolo allestito per dar ragione alla teoria dei colori di Goethe, alla faccia di Hooke e della fisica.
 Perchè è certo che è stato allestito per noi: che  è fatto per il nostro occhio che lo comprende e ne prova piacere.
Così, per quanto dura questa sera d'inverno,  prima che venga il buio e il colore muoia, possiamo vivere  una briciola d'armonia della natura, di cui sentirci parte.



venerdì 2 ottobre 2009

Dumas, che storia è la trilogia dei moschettieri?



Recentemente Abraham Jehoshua ha osservato che la storia s’impara meglio nei romanzi, portando come esempio Guerra e Pace di Tolstoj.

Che dire in merito della trilogia dumasiana, che copre cinquant’anni di storia tra il 1625 e il 1673? In realtà di questa colossale scrittura sono stati sempre posti in rilievo altri aspetti, quali la personificazione del mito dell’avventura da cui la società moderna va estraniandosi (Filippo Burzio) o la capacità d’incidere sul codice immaginativo dei lettori elevando personaggi e situazioni a livello tipico (Umberto Eco). Antonio Gramsci, che si è occupato di Dumas nei suoi scritti sulla letteratura popolare, ne ha sottolineato la funzione d’attivare la fantasia popolare : il romanzo d’appendice sostituisce (e al tempo stesso favorisce) il fantasticare dell’uomo del popolo; come pure la concretezza fiabesca che gli eroi del romanzo d’appendice assumono agli occhi del popolo.
Gramsci classifica per tipi il romanzo popolare e considera quello di Dumas tra lo storico e il sentimentale: gli riconosce un carattere ideologico-politico che però non è spiccato ed è piuttosto pervaso da sentimenti democratici generici e “passivi” e spesso si avvicina al tipo “sentimentale”. Secondo altri invece i contenuti e le istanze ideologico-politiche nel romanzo di Dumas sono lasciati da parte o in secondo piano e la storia è sì il terreno d’elezione ma solo per il puro divertissement (Francesco Perfetti, Introduzione a Il Visconte di Bragelonne, Newton Compton). Secondo quest’ultima interpretazione nel ciclo dei moschettieri vi sarebbe, per di più, una visione – altro che democratica - idealizzata e tutto sommato positiva dell’Ancien Regime.
Con la lettura ancora fresca di Vent’anni dopo proviamo a valutare la qualità della trilogia dei moschettieri proprio come romanzo storico nei suoi aspetti ideologico-politici verificando quanto e che cosa nel romanzo si ricavi sull’Ancien Regime.

L’Ancien Régime
E’ l’organizzazione politica e sociale precedente la Rivoluzione Francese che appunto in Francia, dove questo modello s’era codificato, ne sovvertì l’ordine. Fu restaurato nella sostanza con il Congresso di Vienna nel 1815 fino alle successive rivoluzioni e costituzione degli Stati moderni.
In questo sistema la società è divisa in tre stati più uno, che, dal basso verso l’alto, sono i poveri, il cosiddetto quarto stato, i borghesi, il clero e la nobiltà: è stato osservato che i tre moschettieri, nell’ordine Porthos, Aramis e Athos, rappresentano appunto i tre stati generali.
Assioma fondamentale, cardine di tutto l’Ancien Régime, è che il Re, in cima alla nobiltà, ha per nascita e direttamente da Dio il diritto di governare: per nascita e diritto divino ne ha le doti necessarie, e, a scemare col grado di nobiltà, gli attributi divini di doti intellettuali e morali appartengono anche agli altri nobili.

Sull’argomento ho trovato interessanti alcune pagine di un romanzo di Goethe.

Goethe
Nel romanzo Wilhelm Meister, la vocazione teatrale (1785) il protagonista Guglielmo-Goethe si è accodato ad una compagnia di teatranti, verso cui in quei tempi la considerazione come ceto sociale era minima, incontrata durante un viaggio intrapreso per sistemare alcuni affari commerciali della ditta paterna e con loro ha l’occasione di essere invitato nel castello di un Conte che vuol offrire uno spettacolo teatrale al Principe suo ospite, di passaggio col suo esercito. Per Guglielmo è un momento di verifica, di riflettere sulla sua inclinazione per il teatro e il suo posto nella società:
"Un abisso lo divideva ormai dalla vita borghese di un tempo, un nuovo ceto lo aveva accolto tra i propri adepti quando ancora credeva di essere un estraneo costretto ad aspettare fuori della porta.”.
In particolare, è l'occasione per osservare da vicino la nobiltà, partendo dalla considerazione di quali alte doti i nobili debbano possedere:
“Tre volte felici sono coloro che la nascita stessa innalza al di sopra dei gradini inferiori dell’umanità, che non hanno bisogno di affronare situazioni in cui tanta brava gente si dibatte per tutta la vita…
Salute dunque ai grandi di questa terra! Salute a tutti quelli che li possono avvicinare, che possono attingere a questa fonte e godere di questi privilegi! E ancora salute al buon genio dell’amico nostro, che si accinge a guidarlo verso queste vette felici!
”
Che delusione, che mortificazioni attendono Guglielmo e i suoi amici commedianti! Anche il meno intelligente degli attori noterà l’incompetenza dei signori nel giudicare delle arti e della recitazione. Guglielmo, che presentato al principe gli snocciola l’aneddoto secondo cui Racine sarebbe morto di dolore perché Luigi XIV non lo stimava più, ne sperimenterà di persona sul piano morale, dialogando con uno di questi signori, il capriccio e ancor peggio la freddezza e durezza di cuore.
L’avventura si conclude con ben altre esclamazioni nei confronti della nobiltà rispetto a quelle iniziali:
“Non li biasimate per questo; compiangeteli piuttosto!”
Con l’elogio, al contrario, di chi non avendo nulla per nascita è capace di dare tutto di sé, in ciò essendoci veramente del divino:
“Soltanto a noi poveri che possediamo poco o niente, è dato godere in larga misura le gioie dell’amicizia…Quale felicità, quale godimento per chi dà e per chi riceve, quale sovrumana beatitudine ci garantisce la fedeltà del nostro affetto! Essa dà una divina certezza alla transitoria condizione dell’uomo…”
Dumas
Ci sono due episodi significativi in Vent’anni dopo da mettere a confronto. Nel primo Athos nel separarsi dal figlio Raul, quindicenne che va ad arruolarsi nell’esercito del frondista principe di Condé, lo conduce a Saint Denis, a visitare le tombe dei re di Francia e qui gli fa un sermone sulla monarchia:
“Raoul sappiate distinguere i re dalla monarchia; il re non è che un uomo, la monarchia è lo spirito di Dio.”
Pur distinguendo il margine della responsabilità umana, nelle parole di Athos c’è tutta la concezione gerarchica del mondo nobiliare propria dell’Ancien Regime:
“Se questo re è un tiranno, perché l’onnipotenza ha in sé una vertigine che la spinge alla tirannia, servite, amate e rispettate la monarchia, cioè la cosa infallibile, cioè lo spirito di Dio sulla terra, cioè la scintilla celeste per la quale l’umana polvere si fa così grande e così santa che noialtri gentiluomini, anche d’altissima stirpe, siamo poca cosa davanti a questo corpo disteso sull’ultimo gradino di questa scala, come questo stesso corpo davanti al trono del Signore.”
Ma non dobbiamo dimenticare che colui che parla partecipa attivamente alla Fronda e del resto Raoul, che risponde che adorerà Dio, rispetterà la monarchia, e cercherà, se muore, di morire per il re, per la monarchia o per Dio, e conclude:
“Vi ho compreso bene?”,
farà la prova, poco oltre, di come sia difficile comportarsi secondo questi intendimenti nella vita pratica. Nel secondo episodio, infatti, lo ritroviamo che, richiamato proprio dal grido “In nome del Re”, irrompe in scena e si lancia sulla folla di parigini che vuole opporsi all’arresto del consigliere Broussel. Sopraggiunge D’Artagnan che lo salva dall’essere sopraffatto.
A tafferuglio concluso, rimasti soli, D’Artagnan rimprovera Raoul, per il suo intervento, anche se ha aiutato le guardie del re a compiere l’arresto. Raoul invece sembra fiero di sé, gli sembra di aver fatto il suo dovere, di aver difeso il re.
“ E chi vi ha detto di difendere il re?”
Il tono di D’Artagnan è duro: proprio Athos, il conte di La Fere, andrebbe su tutte le furie se sapesse di questa uscita di Raoul; il giovanotto ha commesso un’enormità, s’è immischiato in cose che non lo riguardano. Ora non è solo che siamo ai tempi della Fronda: è che sotto sotto Dumas sbriciola la monarchia e con essa tutto l’Ancien Régime: perché ci fa vedere spregiudicatamente e d’un tratto come uno squarcio, come il piombare di Raoul sulla scena, che il concetto di tutelare la monarchia non si può tradurre in un’azione chiara e netta per un giovane valoroso e pieno d’ardore, che la monarchia è un ideale vago e inconsistente.

Del resto il giocare con la storia che fa Dumas attraverso i suoi moschettieri è del tutto irriverente verso i potenti, in fondo falsi protagonisti oppure solo protagonisti di facciata: perché le cose potrebbero essere verosimilmente andate come lui ce le descrive e i quattro amici, rappresentanti dei diversi ceti sociali, essero loro il vero motore della storia, sempre in movimento, sempre pronti all’azione: anche loro come i poveri commedianti di Guglielmo-Goethe portatori di valori essenziali, l’amicizia, la lealtà e la fedeltà, che i potenti mostrano in mille occasioni, da Anna d’Austria a Mazzarino, di non sapere dove stanno di casa.

Nei mille intrighi tessuti e disfatti c’è pure una verità storica: come non considerare che la nostra storia attuale, anche quella di questi giorni, ne è purtroppo piena? Solo che nella realtà manca l’arte dello scrittore, la leggerezza e l’eleganza con cui i moschettieri – e ognuno dei compagni mitiga gli eccessi del carattere degli altri- dominano infine le situazioni, a sollevarci dallo squallore e dalla meschinità delle macchinazioni.

venerdì 4 luglio 2008

A Civita Castellana, incrociando la carrozza di Goethe

Sul ponte Clementino di Civita Castellana uscirono nuovamente da se stessi per contemplare uniti il pauroso, vertiginoso e nello stesso tempo sublime, verticalismo dell’incisione tufacea. Avevano quasi litigato per trovarlo, immersi nel centro cittadino, Daniele voleva lasciar perdere e lei s’era incaponita.
Al castello, il forte Sangallo, ammirato dall’esterno, non era stato possibile sottrarsi all’ombra di Goethe che aveva scritto:

“Bellissima la vista dal castello: il monte Soratte, una massa calcarea che probabilmente fa parte della catena appenninica, si erge solitario e pittoresco”

Così aveva annotato nel suo "Viaggio in Italia", alle otto di sera del 28 ottobre 1786. Diretto a Roma, già fantasticando sulla sua meta, Goethe si era trovato a passare per l’antica Falerii e alla fine della giornata, aveva scritto quella pagina che Cristina, la sera prima della partenza con Daniele, aveva ritrovato. Viaggiando in carrozza, Goethe impareggiabilmente analizzava il paesaggio che gli si apriva alla vista così come il terreno sotto le ruote:

“ Si sale lungo le pendici di un monte che si direbbe di lava grigia; vi si trovano parecchi cristalli bianchi granatiformi. La strada che dal termine della salita conduce a Civita Castellana è della medesima pietra, resa ben liscia dal passaggio delle ruote.”

Di passaggio nel Lazio vulcanico, ne aveva colto rapidamente l’essenza:

“ Le zone vulcaniche sono molto più basse degli Appennini, e solo i corsi d’acqua, scorrendo impetuosi, le hanno incise creando rilievi e dirupi in forme stupendamente plastiche, roccioni a precipizio e un paesaggio tutto discontinuità e fratture.”

Cristina e Daniele invece si allontanavano dalla grande città, dal suo tessuto continuo, come quello della quotidianità, disponibili alla discontinuità e alle fratture non solo del paesaggio che affrontavano ma anche del tempo e dello spazio, nella dimensione del viaggio.

venerdì 9 novembre 2007

Il messaggio di Olmi


Un grande, commosso, tributo popolare ha salutato Luciano Pavarotti e ora Enzo Biagi. La gente ha cuore, riconosce i suoi eroi, quelli che con lei non hanno mai perso i contatti.
L’analisi storico-sociale che dall’alto e da tempo si porta avanti, basata sulla contrapposizione tra politica e antipolitica, e che presuppone una massa di gente incolta, irresponsabile e distaccata dai valori, si va mostrando sempre più infondata. Ha cozzato contro un popolo che ha partecipato alle manifestazioni di Beppe Grillo “ma anche” alle primarie del partito democratico. Lo spirito popolare, per fortuna, è ancora vivo in Italia, anzi trova sempre più le occasioni per esprimersi, anche se qualche volta sono tristi come da ultimo la scomparsa di Biagi.
A questo spirito ha guardato, alla gente semplice, ancora una volta, si è richiamato, Ermanno Olmi, nel suo ultimo e discusso film, “I cento chiodi”. Profondamente calato nell’analisi del caso Italia, Olmi è già stato autore de “Il mestiere delle armi” che illustra le vicende che precedettero il sacco di Roma del 1527. Cronaca quella di una Italia in primo luogo divisa, nella quale i signori e i principi italiani col badare, nel pericolo, ciascuno ai propri interessi collaboravano, in questo sì, alla rovina collettiva. Ne “I cento chiodi” l’Italia che incontriamo sul fiume è fatta di persone un po’ fuori dai ritmi della vita moderna, che mantengono dei tratti genuini regionali: proprio per questo è gente che sa raccogliere il messaggio di fratellanza, di scambio d’esperienze, emozioni e sogni. Che la cultura non si trovi che in parte sui libri, ma l’acquistiamo col nostro guardarci attorno, nel nostro rapporto con le cose e con la natura, e soprattutto col saper cogliere nel contatto con gli altri suggerimenti, idee e sentimenti; che ognuno che incontriamo, il nostro prossimo, può dirci qualcosa d’interessante su cui valga la pena di riflettere, come mostra di fare il professore-Gesù con la gente semplice sulla riva del Po: Olmi ci ha fatto ricordare che queste sono cose in cui abbiamo sempre creduto. A quest’idea movimentista della cultura molti professori, e dottori, oracoli della cultura d’elite, oligarchica, hanno reagito stracciandosi le vesti di fronte all’immagine, certo forte ma metaforica, dei libri inchiodati. Quando ad essi non corrisponde più un’esperienza di vita.
La vita nuova del professore di Olmi, invece, da un lato è un’imitazione di Cristo, come nella più genuina religiosità medievale, e nel rifarne il cammino riscopriamo ancora una volta la forza del suo messaggio; dall’altro proprio per la natura di questo messaggio, valido per credenti e non credenti, è un discorso sugli uomini, sulla qualità dei rapporti tra le persone e con la natura, su cui porre, ritrovare, le basi della nostra convivenza, di una società solidale, e dell’armonia con le altre specie e con il pianeta.
Alla chiusura del secolo dei lumi, nel sostenere la figura dello scienziato dilettante, da cui si sentiva rappresentato, e destinata invece a declinare nel corso dell’Ottocento, Goethe, che in verità dette molti contributi a diverse scienze, in particolare all’anatomia comparata e alla morfologia, scriveva a conclusione de “La teoria dei colori”, richiamandosi anche lui all’esperienza, al farsi del sapere: “Le scienze poggiano, molto più che l’arte, sull’esperienza, e nel trattare con questa molti sono abili. Ciò che appartiene alla scienza riceve contributi da più parti, e non si può fare a meno di più mani e di più teste. Il sapere si può trasmettere, i suoi tesori possono venir ereditati e quanto viene acquisito da qualcuno viene fatto proprio da altri. Non vi è dunque chi non possa offrire il suo contributo alle scienze. Di quante cose non siamo debitori al caso, alla pratica, all’attenzione di un istante? Tutte le nature dotate di una sensibilità felice, le donne e i bambini, sono capaci di comunicarci osservazioni vivaci e pertinenti.”.
Un altro modo per descrivere una società aperta, in grado di avvalersi del contributo di ciascuno di noi.

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