lunedì 18 maggio 2009

Elezioni indiane



Negli anni Settanta il premio Nobel prof. Daniele Bovet insegnava Psicobiologia all’Università di Roma e trovandosi ad interrogare una studentessa indiana abbandonò d’un tratto i casi, le osservazioni e gli esperimenti sul comportamento animale, per chiederle che ne pensasse come donna, dal punto di vista femminista, d’Indira Gandhi quale capo di Stato. Tutte le studentesse presenti molto probabilmente si ritrovarono a pensarci su. Tale era la forza del personaggio Indira.

sabato 16 maggio 2009

Gran Torino



Una rivoluzione piccola sembra infine realizzarsi.
Per gli americani, le nostre utilitarie erano uno scherzo, un giocattolo un po’ come Pinocchio, oppure qualcosa di molto esotico. Loro, il grande Paese, con le sterminate high way, hanno sempre pensato le quattro ruote in formato extralarge.
Riconoscevano, però la nostra intraprendenza – come apprezzarono Cinecittà - e la Gran Torino della Ford fu un omaggio, ma mai si sarebbero immaginati di dover riconoscere che piccolo è bello, e soprattutto conveniente, anche per loro.
La macchina a idrogeno rimane in cantiere, qualcuno dubita che sia una bufala; la macchina elettrica è pronta ma non parte, addirittura è troppo silenziosa. Intanto i giocattolai di Torino hanno preparato pure la Panda a metano. Dovremo perciò accontentarci della rivoluzione in piccolo, sempre che Obama, Marchionne e i consumatori americani riescano ad andare d’accordo.
Sarà allora una vera riconversione industriale per il motore americano. Qualcosa che cambia, che si adegua ai tempi nuovi, più difficili.
Certo potremmo anche pensare un mondo diverso, proprio con meno macchine, ma ciò non vieta di considerare la piccola riconversione americana un segno positivo di duttilità, interscambio, direi d’evoluzione, all’interno del villaggio globale.
Intanto c’è l’odierna manifestazione a Torino sull’occupazione, la paura che si chiudano gli stabilimenti, ma la Fiat ha sempre saputo riprendersi. E questo fa ben sperare anche in quest’occasione: che le opportunità offerte stranamente proprio dalla crisi internazionale non contrasteranno con il bene dei lavoratori italiani, affinché si realizzi nuovamente una gran Torino.

domenica 10 maggio 2009

Ricordare e dimenticare


Pertinenti alla nostra Enciclopedia del ricordare, alcune considerazioni che prendono le mosse dall’incontro tra due donne, le vedove Pinelli e Calabresi, custodi della memoria dei loro uomini, davanti al Capo dello Stato e dalla riflessione di Miriam Mafai su Repubblica.

Circa il ricordare, riferito alla strategia della tensione che ha caratterizzato gli anni della Prima Repubblica, Mafai insiste sull’importanza, accanto al lavoro degli storici, di affidarci anche “alla nostra memoria, alla nostra capacità di trasmetterne il ricordo, le vicende e i valori. Di qui il frequente richiamo alla necessità e all'importanza di una "memoria condivisa" ai fini della crescita di una coscienza e di una identità collettiva.”

Eppure proprio di fronte a questi eventi che sono stati tragici e dolorosi, nell’incontrarsi sorridendo delle due signore, c’è anche una componente di dimenticare, nel senso metaforico così magistralmente espresso da Dickens nella figura di Barnaby Rudge – colui che è felice perché non-ricorda -. Dobbiamo ricordare, per la nostra memoria storica, la nostra identità collettiva, per comprenderci meglio e progettare il futuro, e dobbiamo dimenticare per non soffrire più, allontanare i rancori e guardare al futuro con quella fiducia senza cui in realtà ricordando non ci si stacca dal passato. Siamo cioè nel nostro presente continuamente esposti al ricordare e al dimenticare e dalla risultante di queste opposte tendenze, molto probabilmente, si determina il nostro stare nel mondo.

giovedì 7 maggio 2009

Concerto rock è bello

(sento di dover rafforzare il contenuto del post che precede)
Secondo me, si può avercela con la pochezza della politica sindacale nei confronti dei giovani ma chiedere anche solo per polemica di abolire il concerto rock del primo maggio è profondamente sbagliato per l’importanza, il significato dello stare assieme e la tradizione che ormai c’è dietro questo tipo di manifestazioni, che nel mio post precedente ho cercato di evidenziare elencando degli esempi storici. Forse un far politica un po’ provinciale e, pur dicendo di voler cambiare, in realtà vetero; forse Epifani e gli altri con i loro capelli bianchi, e lo stesso Vasco, sono, almeno in questo, più giovani dei loro critici.

lunedì 4 maggio 2009

Il concerto del primo maggio

Tra le forme di comunicazione e partecipazione di massa più popolari oggi c’è il concerto rock. Un antesignano il concerto per il Bangladesh di George Harrison del 1971, e poi tra gli altri il concerto in onore di Bob Dylan al Metropolitan, quello in cui a Sinead O’Connor fu impedito di cantare dai fischi, perché il popolo del rock è pacifista dalla nascita – questo per dire che i messaggi detti sono pochi in un concerto rock ma sono chiari, la gente sa perché si trova lì e poi conta la musica – e il grandioso e planetario live8, in occasione del G8 di Edimburgo, quattro miliardi di persone collegate dalle televisioni di tutto il mondo. Da noi abbiamo il concertone di Piazza san Giovanni a Roma per festeggiare il primo maggio e anche qui non è solo per chi ci va ma pure per tutti quelli che lo guardano da casa. Come noi che in casa ci siamo rimasti, abbiamo ricevuto visite e c’era sempre la televisione accesa con le immagini del concerto.
Mica solo per i giovani sono i concerti rock, perché il rock ha ormai più di cinquant’anni. Ora ho letto in un blog, Odisseo, che i sindacati dovrebbero abolire il concerto del primo maggio. Ho capito, leggendo il post, che l’autore critica la politica sindacale nei confronti dei giovani, ma non ho capito perché prendersela con il concerto rock: e se un giorno "ci salverà la musica"?

mercoledì 15 aprile 2009

la ricerca di significati


Può succedere che mentre facciamo le cose di tutti i giorni, s’incappi in qualche pensiero che potremmo definire, senza per questo essere troppo pretenziosi, dato che non siamo professionisti della materia, filosofico. Ad esempio quando occorre un guasto alla caldaia, o alla lavatrice, o qualche altro imprevisto o accidente, come che so cercare un oggetto che sembrava sparito ed invece avevamo sotto il naso ma non riuscivamo a vedere. Sono contrattempi che una volta risolti ci chiediamo a cosa sono serviti. Allora ci accorgiamo che, quando più all’erta e quando meno, siamo sempre in caccia di un significato da dare alla nostra esistenza, nei diversi attimi che la scandiscono. E però ci sono dei momenti che questa ricerca ci sembra particolarmente vana, siamo sommersi dall’evidenza che la nostra giornata è stata condizionata da un guasto meccanico dell’elettrodomestico e quest’evidenza diviene un paradigma della nostra intera esistenza: che tutto intorno a noi avvenga con meccanica indifferenza, piccole e grandi concatenazioni di eventi legati da un nesso causale, che per l’effetto di estraneità che ci produce non sembra doversi riportare ad una causa prima superiore, divina, che in qualche modo ci veda e ci comprenda.
L’intuizione che si genera da questi contrattempi della vita quotidiana è piuttosto quella di un mondo che va avanti da sé con leggi meccaniche, di cui nel momento dell’intuizione ci sentiamo spettatori ma di cui quando gli eventi più ci coinvolgono siamo anche per forza attori, ma allora come ci muoviamo sulla scena, anche noi soggetti- oggetti - cause ed effetti - di questo mondo meccanico? Come se la nostra visione del mondo si capovolgesse: proprio i contrattempi, gli accidenti, sono espressione e ci fanno riscoprire la causalità necessaria e indipendente dalla nostra volizione, e dal nostro flusso di coscienza con il quale solitamente siamo nel mondo.
La legge che governa il mondo meccanico è stata trovata, una ed universale, la legge della gravitazione. Spiega molto bene il mondo comune, quello dei nostri contrattempi. La scienza normale che ne consegue recita che ogni evento è determinato, cioè prevedibile quando si conoscano i dati del sistema: le coordinate dei punti, le velocità…
Ma avventurandosi l’uomo nei segreti della materia, nell’infinitamente piccolo delle particelle che compongono l’atomo, ha dovuto fare un passo indietro, ammettere una certa indeterminazione, il principio di Heisenberg, appunto. A livello degli elettroni possiamo piuttosto parlare di probabilità che essi si trovino in un certo punto. E così la causalità ha dovuto ridare un po’ di spazio alla casualità. In fondo riconnettersi a quella deviazione casuale degli atomi nei loro urti, prevista nel mondo democriteo. Un po’ di libertà, di quella fortuna che ai nostri occhi, cui sfuggono le cause più remote, e in genere le coordinate di tutti i punti, spesso ci sembra che la faccia da padrona nel mondo.
Non è però tanto la questione della libertà e del volere umano in un mondo meccanico ciò che più ci colpisce di fronte ai nostri contrattempi quotidiani ma è l’assenza apparente di un significato. Ci accorgiamo allora che la ricerca di significato in tutto ciò che facciamo, anche nelle piccole cose, anzi ce ne rendiamo maggiormente conto davanti agli stupidi e insignificanti contrattempi, è per noi fondamentale e costante. Cerchiamo continuamente d’interpretare il mondo, di trovare dei segni nel grande come nel piccolo che ci circonda. Ma se a tratti il mondo ci appare come risultato di banali cause ed effetti, oppure proprio di meri accidenti, che ne è di questa nostra ricerca e da dove ce ne viene l’impulso?

lunedì 6 aprile 2009

Redistribuzione della ricchezza

Si è riscoperta l’ingiustizia, si parla di redistribuzione della ricchezza: in questo caso dai ricchi ai poveri - perchè il sistema di per sè tende nelle sue crisi all'opposto, a riconcentrare la ricchezza su pochi - di crescita sostenibile, quando fino a pochi mesi fa era la libertà a tenere banco: quella del mercato naturalmente. Un sistema quello del capitalismo occidentale sopravvissuto e trionfante sulle catastrofi del Novecento e perciò accolto, per mancanza di avversari, come il migliore dei mondi possibili, quando per contro la capacità di immaginare il futuro e nuovi mondi si è andata perdendo nell’appiattimento del villaggio globale, cresciuto su questo modello, con la sua tendenza ad occultare le identità, quei passati da cui le idee per il futuro si alimentano.
Questo capitalismo però è ora entrato in una fase di crisi acuta, affrettata e ancor più accentuata da una scellerata speculazione finanziaria. Crisi tali però sono previste dagli esperti che conoscono le pecche del sistema e sanno che allora occorre immettere dall’esterno dei correttivi, come una certa redistribuzione della ricchezza in senso contrario a quella attiva dentro il sistema; insomma ricordarsi dell’ingiustizia per correggere la libertà - eccessiva - del mercato. Perché alla fine sembra che questa libertà vada sempre in una direzione contraria alla giustizia sociale, e dopo aver creato un certo benessere torni ad accumulare la ricchezza nelle mani di pochi e a far impoverire molti. La crisi “reale” sarebbe questa, che la gente non si ritrova più i soldi in tasca per consumare, quando il mondo intorno a lei è pieno di supermercati e negozi che straripano di merci. E questo è realmente assurdo, nel senso che ci siamo allontanati troppo dalla realtà delle cose.
Chissà se l’Africa è poi contemplata nella nuova sete di giustizia e di redistribuzione della ricchezza che sta percuotendo l’Occidente.

mercoledì 25 marzo 2009

Una casa per tutti









E se poi potranno “partecipare” al piano di sviluppo edilizio, quello che dovrebbe avviare la ripresa economica del Bel Paese, solo i proprietari di case mono e bifamiliari, cioè di ville e villette, allora non possiamo che rilanciare: una casa per tutti!
Come ha detto il Presidente degli Stati Uniti in una intervista, le leggi devono essere applicabili a tutti i cittadini. Chi la casa non ce l’ha è stato già escluso dai benefici dell’abolizione dell’Ici, che pure è stata motivata dal Governo con l’idea che la casa è un diritto.
Adesso, se l’ampliamento delle case nei palazzi crea troppi problemi, si demanderebbe l’incremento edilizio ai ricchi e ricconi proprietari di villette a schiera e villone, che già infestano le nostre campagne e che non sembra, a guardarsi in giro, che abbiano mai smesso di essere costruite ed ampliate. I cittadini che non hanno casa, magari, dovrebbero pure ringraziarli perché risollevano le sorti economiche del Paese.

mercoledì 11 marzo 2009

Il fantasma della libertà



In un articolo di Ralph Dahrendorf, comparso circa una settimana fa, sui pericoli per le democrazie in tempo di crisi, si osservava, tra le altre cose, come i cittadini della classe media, ma ormai la classe media si è enormemente dilatata e quindi più in generale i cittadini che vedono in pericolo il loro reddito, divengano disponibili a cedere sul piano delle libertà che loro spettano per una maggiore sicurezza sia sociale ma soprattutto economica.
Il caso del nostro Paese in questi giorni in cui il governo si prepara a varare nuove disposizioni su diversi fronti, l’edilizia, le infrastrutture, i regolamenti di voto in Parlamento, e perfino la caccia, val la pena di essere esaminato dal punto di vista di Dahrendorf.
Prima però vorrei fare qualche osservazione sulla crisi economica mondiale che attualmente ci grava sulla testa. Questa crisi è stata provocata dalla speculazione finanziaria. Infatti essa non è contemplata dalla disamina di Dahrendorf, che invece si “attarda” a spiegare le difficoltà cui vanno fisiologicamente incontro – cioè sono state previste e già studiate da economisti, sociologi e intellettuali in genere - le società capitalistiche avanzate, e che riguardano, in sostanza, il mantenimento, dopo un certo grado del loro raggiungimento, di alcuni parametri fondamentali, quali il welfare, cioè il grado di benessere, il livello di occupazione etc etc. Già nel mondo tratteggiato da Dahrendorf, nonostante i correttivi da lui indicati, s’intuisce che il capitalismo moderno non è affatto il migliore dei mondi possibili, e viene il dubbio che esso non abbia via d’uscita: quando la polarità tra ricchi e poveri s’attenua il sistema va in crisi, la crescita si arresta e alla fine l’unica soluzione, interna, cioè da parte del sistema, sarà proprio quella di ridistribuire le ricchezze in modo che i ricchi tornino molto più ricchi e i poveri molto più poveri, così che il trend positivo possa ricominciare. La crisi finanziaria attuale rappresenta un lato ancora più oscuro di questo mondo imperfetto e contribuisce a produrre, anzi accelera, lo stesso risultato finale: la "ridistribuzione della ricchezza" con alcuni ricchi che diventeranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Questo senza che terremoti, cataclismi, guerre o pestilenze siano intervenuti a cambiare nella realtà lo stato dei beni primari, da cui procede la nostra sussistenza. A ben pensarci, si tratta di crisi virtuali.
Sono meccanismi più grandi di noi. Ma se anche dovessimo tornare “con le pezze al culo” potremmo ancora tenere alla dignità e alla libertà. Potremmo almeno stare attenti a non venderci l’anima. E a quale prezzo poi? Per trasformare il balcone in una stanza in più? Per imbalsamare qualche povero animale?

domenica 8 marzo 2009

Giovanna d'Arco


Ingres, Giovanna d'Arco all'incoronazione di Carlo VII, Louvre.


Facendo zapping, seduta sul divano in un pomeriggio domenicale, mi sono trovata a tu per tu con Giovanna D’Arco, attraverso il film di Christian Duguay. Scettica all’inizio verso questo programma per la televisione, ho finito per calarmi in pieno nella sua rapida, fulminante epopea, consumatasi pressappoco in due anni, finita sul rogo quando ne aveva appena diciannove.
Nasce in un villaggio, Domrémy, una contadina. Molto probabilmente analfabeta, ma educata religiosamente dalla madre. All’età di tredici anni comincia ad avere le sue visioni. Siamo al culmine della guerra dei Cent’anni. La Francia è profondamente divisa tra gl’invasori inglesi, la corte borgognona e il delfinato di Carlo VII. Giovanna cresce in un territorio dove le diverse influenze si fanno sentire e la popolazione è continuamente esposta ai soprusi delle truppe mercenarie di passaggio. Può una ragazzina contadina, la cui unica educazione è stata quella religiosa familiare, maturare un così alto pensiero nazionale, civile, patriottico e nello stesso tempo religioso, essere così grandemente ispirata e saper trovare la forza di guidare sapientemente un esercito? Giovanna lo ha fatto. E’ dunque per me un grandissimo esempio della forza che può provenire anche dalla gente comune, dal popolo.

Giorgio Spini, nella sua Storia dell’età moderna, che comincia praticamente un secolo dopo la vicenda di Giovanna, la ricorda affermando che lo spirito della Francia moderna è nato dalle sue visioni, oltreché dalla ragione giuridica dei legisti della monarchia. Come dire, secondo Spini, dalle componenti dello spirito romano, ordinatore, costruttivo e stoico, e dello spirito gallico, che ritroviamo in Giovanna, con: - la sua implacabile logica consequenziaria, il suo impeto ignaro di compromessi e di paura, le sue visioni che sfidano ogni scetticismo. -.

Nel suo Autunno del Medioevo Johan Huizinga si occupa dei due secoli che precedono il Rinascimento, particolarmente nell’ambiente borgognone, e comprende la parabola di Giovanna, ricordandola con diverse citazioni, ma più che altro per esemplificare quegli aspetti sociali e di costume che caratterizzano la sua particolare angolazione storica. Ad esempio, Huizinga ci dice che nel 1432 erano ancora molto in voga delle liste dei maggiori eroi cavallereschi, come il gruppo dei nove eroi, di cui era stata compilata anche una versione al femminile, e che questi eroi si volevano portare a dieci e, in campo femminile, il nome d’aggiungere avrebbe dovuto essere quello di Giovanna, ma non se ne fece nulla. Dice Huizinga: - Un gruppo eterogeneo di generali, che aveva combattuto accanto o contro Giovanna, occupa nell’immaginario dei contemporanei un posto molto più elevato che non la contadinella di Domrémy. Molti parlano di lei senza commozione o venerazione, più che altro come di una curiosità. -. Ma questo non ci stupisce perché il mondo che Huizinga ci descrive sta scomparendo, imputridisce, mentre con Giovanna è una Francia nuova, come rileva Spini, che avanza!

Le visioni di Giovanna erano visioni di santi: san Michele arcangelo che in Francia aveva il suo santuario a Mont San Michel, da opporre a san Giorgio protettore degl’inglesi, Santa Caterina d’Alessandria, e Santa Margherita d’Antiochia. Sappiamo come gli arcangeli, angeli guerrieri, furono particolarmente venerati dai popoli barbari che si convertivano al cristianesimo, e le due sante erano tra le più grandi per le più antiche comunità cristiane e fino al tardo medioevo. Era la madre a raccontarle le loro storie edificanti.Queste figure femminili possono aver suggerito a Giovanna di poter confidare in se stessa in un mondo di uomini.
In proposito Huizinga osserva che, mentre il culto delle loro reliquie era in quel periodo all’apice, i santi comparivano relativamente poco nella sfera delle esperienze sopranaturali. Proprio in ciò Giovanna è, non a caso, un’eccezione. Secondo Huizinga, dagli atti del processo risulterebbe che la stessa Giovanna proprio durante gl’interrogatori si sia chiarita chi erano i santi che le apparivano per darle consigli: dapprima ella parla solo del suo Conseil senza dargli un nome; soltanto in un secondo tempo lo indica con le note figure dei santi.
Ma ciò accade perchè le sue visioni sono una sintesi potente che avviene nell’animo della ragazza e perciò rifuggono in lei dall’essere analizzate. Sintesi dai racconti materni, la storia religiosa tramandata, è questa la sua cultura, sintesi del sentimento della patria da liberare e riunificare, della sofferenza del popolo, è questa la sua esperienza, sentiti così fortemente da poter aspirare a diventarne lei stessa strumento d'attuazione. In un mondo ancora medievale dove tutto è creato e sottoposto al controllo diretto di Dio, sentimento religioso e sentimento patriottico e civile giungono con Giovanna ad una sintesi nuova.


Seduta sul divano davanti alla televisione la vedo cavalcare verso Orleans, preoccuparsi di rifornire di viveri gli abitanti della città assediata; chiedere, informarsi e trovare le mosse giuste per liberare la città; ferita, farsi estrarre una freccia e rimontare a cavallo, guidare e spronare i compagni.
Non sto bene, sono nei giorni un po’ più pesanti della terapia che sto seguendo, e m’incanto a guardare Giovanna. Penso alle nostre fragilità di donne anche quando stiamo bene e alla grande forza che deve averla animata: il suo essere grandemente ispirata trascinava il suo corpo.

Giovanna è santa. Il suo spirito religioso è genuino e la sua vita si è conclusa col martirio, solo che a sottoporvela fu proprio la chiesa istituzionalizzata. Anche se la sede di Roma non fu interpellata e vent’anni dopo le rifece il processo riabilitandola e proclamandola martire della fede, essa aveva dotato di così terribili strumenti i suoi vescovi!

L’abiura fu un momento di debolezza che però le precluse ogni via d’uscita. Ma Giovanna non volle tradire se stessa, la sua fede, la sua missione, tutto ciò in cui aveva fortemente creduto. Bisogna esporsi come insegna il Cristo esposto in Croce: Giovanna giunge a questa consapevolezza e, sul rogo acceso, vuole che le si ponga davanti una croce.

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