mercoledì 31 dicembre 2008

lunedì 22 dicembre 2008

Saga di Natale

Maria è all’opera, intenta alla costruzione del presepio. Siccome sa che ci perderà del tempo come ogni anno vorrebbe rinunciare, sfuggire all’impresa ma poi pensa che è un appuntamento unico, un’occasione da non mancare. Deve immaginare un disegno per tessere la sua tela, inventarsi una geografia perché vuole che sul lungo ripiano della bassa libreria un paesaggio prenda forma e quindi vita. Ci sarà come sempre una città sollevata sulla collina con le mura rotonde e merlate – un semicilindro di cartone colorato di grigio scuro - e la fessura di una porta ad arco. Quest’anno la circonderà di altre costruzioni di cartone che ha fatto da sè, userà per questo tutti i pezzi che possiede, quinte di muri diroccati che aprono verso la campagna.




*


Questa mattina la città si è svegliata come da un lungo sonno e brulica di gente in grande attività. Sulla porta che guarda verso la campagna il venditore di salumi ha già piantato il suo banchetto e tiene una povera oca appesa al bordo. Giù nella vallata però è pieno di ochette vive nelle aie e sulle sponde erbose del fiume, tra ciottoli bianchi e grigi. Creste di colline e montagne si sovrappongono a contendersi l’orizzonte chiuso. Signora della vallata è l’acqua che scorre in diversi modi, che accompagna con diverse canzoni: un mormorio sommesso nel fiume ampio che curva dolcemente proprio poco oltre l’acuto ponte medievale, un gorgoglio nei tratti di torrente che scendono dai pendii, appena un sussurro nei laghetti che il fiume impigrito rigirandosi con le sue anse disegna qua e là. Ponticelli rustici come un abbraccio ruvido raccordano le rive opposte e a loro volta sembra che dicano cantando:
- Sì, si può passare, non c’è separazione, qui è tutto in armonia!
L’acqua non si contenta del fiume, vien fuori anche da fonti e fontane che parlottano e sciorinano senza posa in scie argentine le filastrocche e tutte le vecchie storie e gli accadimenti che hanno visto e a loro volta sentito raccontare.






Il pozzo, che sta di fronte alla corte diroccata dai muri rosati che attraversa le acque del fiume e fa con le sue aperture da cannocchiale alla valle, quando il secchio riposa, si compiace di rispecchiare il chiarore del cielo e solo qualche nota sale ogni tanto dalla sua pancia.











Il pastore Ieli è arrivato da molto lontano. Le sue pecore si sono ammalate e sono morte e allora si è messo in viaggio in cerca di fortuna e tutto ciò che possiede sta in quel panno bianco annodato che gli pende da una mano. Questo luogo gli piace, la campagna tranquilla gli darà un po’ di pace, forse troverà qui un lavoro o se no affronterà la città che gli sembra grassa e ricca e proverà così a cambiare la sua vita. Intanto beve l’acqua della fonte di marmo dai riflessi azzurrini incastonata nella roccia sotto le mura della città, ed è come una piccola cappella luccicante in cui entrare, e mangia il suo panino.







La vecchia torre solitaria sta proprio di fronte al ponte rustico basso sull’acqua coi muretti arrotondati, al centro della lunga vallata. L’abita una vecchia solitaria anche lei, che sta sempre sull’aia con la sua conocchia in mano a guardare chi passa sul ponte. Ha avuto figli e nipoti ma tutti alla fine sono partiti.






Vive con i suoi animali e chi passa dal ponte li trova sempre lì nell’aia.





La donna graziosa che viene dalla fontana col tetto di tegole rosse, è vestita d’azzurro e le sue brocche sembrano d’argento.






Forse è la fata turchina, ma ha un figlio e lo ha allevato da sola. In città si mormorò che il padre fosse il poeta dal passato tormentato venuto dall’altra parte delle montagne. Ha sulle spalle uno scialletto grigio e anche se la giornata è ormai quasi trascorsa e sta facendo buio arriverà fino alla capanna poco lontana perché le hanno detto che c’è qualcosa da vedere.




La bimba coi riccioli biondi non vuole andare dalla vecchia con la conocchia nella torre solitaria perché le fa paura e lì sul ponte rustico basso sull’acqua tira la mano della madre per tornare indietro ma la madre non l’accontenterà perché ha sentito delle voci e vuole sapere dalla vecchia con la conocchia che cosa c’è di nuovo nella vallata.








I pastori sono giunti con le loro pecore alla capanna che è costruita dentro la montagna e hanno visto.


*


Maria si lascia di sistemare la capanna per ultimo. E’ già pronta, di legno, grande e con i personaggi incollati. In genere la ricopre un po’ con la carta delle montagne per guadagnare spazio e raccordarla col resto del paesaggio, così è una capanna costruita dentro la montagna come certe taverne. La capanna sta fuori della città, anzi in questo presepio che si svolge in lunghezza sulla libreria sta proprio dalla parte opposta: la città e la capanna sono ai due estremi del paesaggio; infatti, pensa Maria, sono anche idealmente in opposizione. Arriva suo figlio, guarda e commenta che, così in fondo com’è messa, la capanna sembra solo il pretesto per la costruzione del paesaggio, proprio come in certi ritratti inglesi succede per il soggetto umano rispetto al paesaggio che lo circonda, e non serve spiegargli che è stata messa lì apposta, ma forse ha ragione lui.
Maria ci riflette un po’ mentre finisce di disporre il muschio e le erbette, ma si distrae perché il muschio le fa ricordare quand’era bambina e il natale si passava insieme con la famiglia dello zio che portava i personaggi di gesso e cartapesta per fare il presepio. Lo si faceva sempre allo stesso modo e nello stesso posto, sul ripiano della Singer che veniva spinta in un angolo contro il muro: sul tavolo era tutta pianura con in fondo la capanna e da un lato la montagna che però era un altopiano perché era fatta di un rialzo creato con un po’ di libri e sulla montagna veniva sempre messo un pupazzetto vestito di marrone scuro con le mani alla bocca che strillava a squarciagola ma nessuno lo sentiva. Per ultimo si andava a cercare il muschio in campagna che ne serviva tanto con tutta quella pianura e l’altopiano, ora invece lo si compra già pronto a pacchi. Maria abita in campagna e il muschio va prenderlo da una fontana scavata nel fianco di un monticello che ora ci hanno costruito una villa col muro di cinta ma nel muro hanno lasciato un’apertura ad arco acuto per la fontana: l’acqua scende dalla parete che è tutta tappezzata di muschio che sembra un presepio!
L’usanza di portare gli abeti in casa e fare addobbi con i suoi rami nel momento in cui con la festa natalizia sopraggiunge l’inverno ha un chiaro valore simbolico: facciamo entrare il verde in casa proprio quando scompare in natura e Maria con il presepio ha trovato il modo di portarsi in casa un paesaggio intero! Un paesaggio atemporale, mitico, fatto della campagna che simbolicamente si oppone alla città, e anche se questa non fu l’ispirazione principale del presepio è innegabile che la sua ambientazione fu un elemento non secondario fin dalla sua prima realizzazione.
Il presepio, del resto, si può ambientare in qualunque luogo ed in qualunque tempo proprio perché è una rappresentazione, come a teatro si può avere la più variata scenografia o quattro tavole nude.


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Assisi è una città ricca. Pur racchiusa nelle sue mura di pietra rosata, sollevata sulla collina, non è isolata: centro di civiltà mercantile, di commerci e quindi di scambi. Il padre di Francesco è stato in Francia e così ha dato questo nome al figlio. Con le sue belle porte da cui discendere verso la campagna, così la guarda da lontano Francesco, dalle sponde del rivo su cui ha alzato le spoglie celle del Tugurio, per dare esempio di povertà. Per Assisi e per il mondo si è spogliato delle sue vesti e dei suoi averi ma la città e il mondo ancora non vogliono intendere. Allora l’ha presa d’assedio. Da San Damiano, dall’Eremo in alto, e giù dalla Porziuncola e qui dal Tugurio la circonda e la scuote con il clamore della sua povertà e della sua preghiera. Vuole piegarla col suo esempio, con la sua imitazione di Cristo, perché ama questa città come ama il mondo e proprio per questo si contrappone loro.
Bisogna andarci in questi luoghi per capire l’assedio che Francesco con i suoi ha posto ad Assisi e al mondo.


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- Te piace o presepio ?
- No.

Maria ripensa al figlio sempre critico di fronte alle sue fatiche presepiali e alla commedia di Eduardo, dove impietosamente e fatalmente la crisi familiare giunge al suo compimento la vigilia di Natale. Luca Cupiello non sa o non vuole riconoscere i segni del disfacimento che sono intorno a lui. Ripone tutta la sua attenzione nelle piccole cose e nei preparativi della festa, la cena di Natale, dove il capitone volerà fuori dalla finestra, e soprattutto il presepio. Il presepio è dunque anche qui un mondo a parte, un eden atemporale in cui cullarsi e trovare riparo, simbolo degli affetti e, pur nei perenni contrasti quotidiani, di quella pace ed unità familiari che nella realtà stanno per frantumarsi e non sarà possibile rincollarne i pezzi come per il presepio.


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La notte è scesa sulla vallata. Cosa c’è di nuovo che nell’aria è tutto un fermento? I pastori dovrebbero essere stanchi e aver già riposto le pecore negli ovili e invece stanno lì a guardare e non si muovono. Le pecore stesse stanno lì anche loro a guardare, un po’ brucano sempre, e sembrano contente di stare in prima fila e si mettono in posa.
C’è una pastora che è rimasta indietro e sta facendo bere la sua pecora da una ciotola, laggiù al piccolo pozzo che sta davanti al casolare rosa sul fiume.



Di là dal casolare vede scintillare l’acqua del fiume che scende dalle montagne, viene avanti quasi diritta lasciandosi alle spalle un piccolo ponte lontano e curva proprio di fronte ai muri rosati, quindi torna indietro verso il fondo della valle, passa sotto il ponte a gobba d’asino e s’inflette ancora a destra in un’ampia ansa misteriosa. Le sembra che tra la macchia folta del bosco e la pietra grigia che riveste l’argine del fiume avanzi un pastore che conosce con una pecora sulle spalle. L’aspetterà e farà la strada con lui perché di colpo ha paura: ha visto scintillare la lama di una spada, forse un soldato romano, tra i cespugli che invadono i muri della villa abbandonata poco distante proprio sotto la città.



Insieme basterà arrivare più avanti al ponte rustico che porta alla torre solitaria per sentirsi più sicuri, rincuorati dalle luci di case sparse, e arrivare in breve alla vecchia capanna dove dice che sia accaduto qualcosa. Faranno attenzione al cammino sull’argine incerto, non più lastricato del fiume, ricco di erbe selvagge, ciottoli sporgenti, fiori seccati e bacche brune, per non cadere in quell’acqua trasparente che a volte quando passa da sola le sembra voglia tirarla giù.

Alla capanna è nato un bambino. E’ questa la notizia. La madre era in viaggio ed è stata colta dalle doglie. Ha trovato una sistemazione nella capanna che ha una stalla annessa e ci sono un bue e un asino che rendono caldo l’ambiente. L’inverno è arrivato nella vallata ma questo bimbo che ha voluto nascere qui potrebbe essere il segno dell’avvio di una rinascita. Per Ieli, per la pastora, la donna con le brocche, perfino per la vecchia con la conocchia nella torre solitaria e per la città grassa chiusa nella cerchia delle sue mura.

sabato 13 dicembre 2008

Appunti da...ricordare


Senza memoria non c’è identità. Il triste caso di chi, per incidente o malattia, si ritrovi con problemi d’amnesia e di relazioni spazio temporali, a non riconoscere più se stesso e a continuamente chiedersi chi è e dove si trova. Strettamente connessa risulta la capacità d’immaginare il futuro. Chi non ricordare le esperienze precedenti non riesce ad immaginare cosa potrebbe fare le prossime vacanze ad esempio, figuriamoci poi pensare un cambiamento di vita.
Possiamo estendere queste considerazioni dall’individuo alla collettività, un popolo, una nazione, noi italiani in particolare che abbiamo notoriamente problemi d’identità nazionale, perché siamo arrivati moolto più tardi della maggior parte degli altri europei all’unità nazionale, per il regionalismo che ci contraddistingue, etc. etc., motivi che a loro volta hanno cause più a monte che risiedono nella nostra storia e nella nostra geografia. Dal punto di vista del ricordare il nostro difetto d’identità può riconnettersi a scarsa memoria collettiva, storica per l’appunto.
Il processo di globalizzazione in atto nel pianeta non aiuta a sostenere l’identità dei singoli popoli. Dal punto di vista del ricordare l’indebolimento dell’identità a sua volta non aiuta la capacità di progettare il futuro, e questo è proprio quello che oggi nel mondo e nel nostro Paese più si denuncia. Nel new world del mondo globale e multietnico la via della comunicazione e dell’integrazione non può essere dunque la rinuncia all’ identità, all’appartenenza, ma deve partire da essa perché in sostanza non possiamo farne a meno: pena di vivere confinati nel presente, di rinunciare al futuro o comunque di rassegnarci ad una percezione spazio temporale confusa.

Marcel Proust e dintorni. Il nostro ricordare è unico, gli stessi eventi sono ricordati in maniera diversa da differenti persone. Quest’unicità avvicina il nostro ricordare ad un’opera d’arte, in quanto attività creatrice della nostra coscienza, della nostra individualità.

Il lato oscuro del ricordare. Barnaby Rudge. Nel romanzo di Dickens abbiamo colto come Barnaby è felice perché non ricorda, circondato da personaggi che non riescono a superare odi e rancori, che non dimenticano. Aggiungiamo però che lo stesso Barnaby nel momento per lui più drammatico, quando è chiuso in cella riesce a trovare consolazione, proprio lui che non ricorda, attraverso un frammento di ricordo, nella sua preghiera mal ricordata e nel frammento dell’inno infantile che cantò e lo cullò nel sonno.

“Il posto delle fragole” di Igmar Bergman. Un vecchio professore sta per ricevere il premio più importante con cui chiudere la sua carriera di scienziato. Il viaggio verso la premiazione è anche un viaggio dentro se stesso per vagliare, fare il bilancio delle sue relazioni umane, che sembra risultare molto meno brillante. Questo viaggio è un ricordare. Ricordi amari, opprimenti e ricordi piacevoli, ancora vitali, come il posto delle fragole. C’è un ricordo che il vecchio sceglie per addormentarsi, con cui affrontare la notte della vita, preso dall’Eden dell’infanzia, un’immagine serena dei genitori. E’ importante questo scegliere, la selezione del ricordo.

Giacomo Leopardi, o come grato occorre il rimembrar delle passate cose ancor che tristi e che l’affanno duri. Il pensiero più spinto sull’efficacia lenitiva del ricordare, nostro conforto al di sopra delle nostre disgrazie. Perché accade questo? Perché il ricordare è la nostra rielaborazione dell’esistenza, la nostra intima riappropriazione del mondo che abbiamo vissuto, è nostro. Leopardi già sottintende Proust, e l’intensità del ricordare del vecchio professore di Bergman.

martedì 2 dicembre 2008

A-mici due
















Di lui rischio di parlare troppo e non voglio, sono cose nostre. Dopo anni di convivenza, amore e odio. Presuntuoso, aggressivo, simulatore infido, tenero, paziente. Quantunque viva confinato in un appartamento anche lui va per la sua strada, e segue nell’andare quei tracciati che sa lui, in genere costeggiando i mobili ed evitando di attraversare le piazze degli spazi vuoti. Chissà perché quando hai qualche momento di tensione e lui passa per la casa con la sua andatura calma e dignitosa a vederlo ti rilassi. E’ ciò che mi piace di più di lui, vederlo passare come uno che va per i fatti suoi anche se sta dentro un appartamento. Ha i suoi luoghi preferiti, ma in realtà controlla tutta la casa e a volte come padrona  non sopporto che se sposto qualcosa debba venire a prenderne visione, che tutti i piani orizzontali, letti, divani, poltrone, tavoli e televisione a rotazione nella giornata li consideri suoi. In effetti sulla gestione della casa a volte siamo in aperto contrasto. Ha i suoi gusti. Gli piacciono i miei centri all’uncinetto sopra cui si sistema, ma questo piace anche a me perché lo trovo il migliore dei soprammobili.
Non è mai voluto veramente uscire dall’appartamento dal giorno in cui è arrivato, cucciolo di sei mesi, ed è corso sul balcone inchiodandosi sulla ringhiera. Spessissimo però fa un giretto per le scale del palazzo e lancia i suoi richiami acuti, poi scende giù al portone chiuso e guarda attraverso il vetro.

lunedì 1 dicembre 2008

A-mici



Un gatto sa sempre il fatto suo, o almeno così ti fa credere quando cammina per la sua strada e quanto a questa sia chiaro che un gatto va dove vuole. E’ un perfetto clochard nel senso che si adatta perfettamente al quartiere, la strada, il cantone in cui sceglie di vivere ma nonostante la sua apparente non curanza è un vigile controllore del suo territorio, anche quando dorme. Così, anche se può non sembrare dal suo portamento fiero e dalla sua sincera bellezza,




la sua è una vita dura e piena d’insidie cui non si sottrae proprio per il suo carattere indagatore.
Lui è un gatto cittadino che vive in un bel giardino del centro. Sta sulle sue e non da tanta confidenza. A volte non lo trovi, chissà dove va, altre compare all’improvviso guardingo, come ora che s’è formato un circolo di piccioni che becchettano le briciole. Chissà dove si ripara quando piove e fa freddo. Forse prima era un gatto d’appartamento. Quante battaglie con altri gatti e le ferite e le malattie. Quando un gatto sta male lo dissimula e va a leccarsi le ferite dove nessuno lo può vedere. Cuore impavido, fronteggia il nemico ma quando capisce che la lotta è impari o la battaglia è persa, decide rapidamente di battere in ritirata. Difficilmente torna indietro dalle sue decisioni, quando una scelta è fatta è quella.
Quanti amori ruvidi, tra soffiate, graffi e piccoli morsi dopo lunghe ore perse dietro a quelle gattine come statue di sale e poi via, non c’è tempo per la famiglia!
Eppure gli piace ancora giocare con quel bastoncino che lo studente sulla panchina gli agita davanti. Forse lui sa meglio di noi che la vita può essere ora dura ora leggera e, sebbene ci sia chi dica che i gatti sono sempre interessati, pensa che un po’ d’amicizia anche gratis possa valere la pena.




(continua)

mercoledì 26 novembre 2008

Bell'Italia


La sponda di un laghetto vulcanico dell’Italia Centrale in un pomeriggio d’estate.
E’ inutile aguzzare la vista, è proprio così: non c’è nemmeno un casolare.
La strada principale per arrivarci pur essendo asfaltata non è delle più agevoli e poi ci sono altre strade… - sento ancora gli improperi del guidatore di una normale quattro ruote e della comitiva di quel pomeriggio - probabilmente più antiche, strade bianche e acciottolate, che però ti fanno entrare dentro il paesaggio.
Già l’estate per un verso è la stagione dell’atemporalità, quando per il caldo tutto si ferma e ristagna e una simile visione potrebbe essere ora o duemila anni fa, se non fosse per la nostra intuizione interna a priori con cui Kant s’affaticava a definire il tempo.
Così potrebbero essere etruschi a sbucare dalla macchia, o signori feudali intenti a un’oscura battaglia di cui s’è persa la memoria oppure sopravvive nelle carte rinsecchite di un archivio.
Certo oggi è un oasi che ristora la vista, quando la cementificazione non s’è arrestata, anzi avanza giorno dopo giorno.

mercoledì 19 novembre 2008

Circa i Beni Culturali




Una nuova direzione generale dei musei ai Beni Culturali è stata appena inaugurata con la nomina di Mario Resca. Qualche perplessità è suscitata dal fatto che il neoeletto vanta eccellente curriculum come manager ma non in campo storico artistico. Quindi suo obiettivo dovrà essere il miglioramento dei nostri musei dal punto di vista prettamente organizzativo. Molto probabilmente, però, tra gli storici dell’arte e gli architetti del ministero sarà circolata la voce che il nuovo direttore generale è reduce dalla direzione della Mac Donald con qualche sospiro.
Siamo il Paese con il più grande patrimonio storico artistico al mondo, ma il ministero che ne se occupa è sempre stato uno dei più “piccoli” per importanza e prestigio e nonostante ciò la scelta di tecnici di chiara fama, che non mancano certo, ai più alti posti di questo ministero continua ad essere disattesa. Insomma l’interesse dei governi per questo settore o è stato inadeguato o, quando si è acceso negli ultimi tempi, è stato soprattutto dal punto di vista della produttività, ma trattandosi del patrimonio storico artistico del nostro Paese sarà bene chiarire che il lato economico, l’immagine e il marketing non possono esserne gli aspetti essenziali.
I beni culturali, e non solo quelli che stanno al chiuso nei musei, istituti e soprintendenze ma anche nei centri storici delle nostre città e borghi, le piazze e i monumenti, le antiche pietre dei ruderi più antichi ancora eretti o giacenti negli scavi archeologi, sono tra le testimonianze tangibili della nostra storia e della nostra identità, una storia che per alcuni lunghi tratti, possiamo dirlo senza retorica, ha illuminato il mondo. C’è stato qualcosa in questa penisola dalla forma buffa che ha consentito a più riprese la rinascita della civiltà, la posizione nel Mediterraneo, il clima e forse soprattutto l’incontro e la separazione tra genti diverse, favorito dalla conformazione geografica, fonte di quell’individualismo che da sempre è stato la nostra forza e la nostra dannazione. Così siamo un Paese in perenne ricerca dell’ identità comune: i beni culturali sono l’archivio delle nostre cose più preziose.
Ma è un patrimonio delicato, perché la più parte è soggetta alle offese del tempo e della dimenticanza e il cui significato nel flusso del quotidiano ha bisogno di essere costantemente ricompreso e rivissuto. Così dalla fine dell’Ottocento, a cominciare d’Adolfo Venturi, gli storici italiani hanno sviluppato nel campo della storia dell’arte una teoria incentrata sui concetti del restauro e della conservazione, e conseguentemente una prassi della tutela che trovava il maggior compimento nella legislazione del Regno del 1939. La Costituzione della Repubblica ha riaffermato la tutela da parte dello Stato con l’art. 9. Vi si legge del patrimonio storico e artistico della Nazione: con quel complemento di specificazione, della Nazione, si sintetizza appunto che questo patrimonio ci unisce, sta nel bagaglio, e più prezioso, della nostra identità.
Da ultimo, nell’età berlusconiana, ai concetti di restauro, conservazione e tutela, sacri per gli storici dell’arte che si sono formati alla scuola di maestri come Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan ed altri, s’è aggiunto quello della valorizzazione, termine di passaggio alla dimensione economica, al mercato. La nomina del nuovo direttore generale sembra tutta in questa direzione.
Questa valorizzazione non dovrebbe presiedere alla conservazione e tutela e quindi alla competenza scientifica. L’aspetto economico non può venire prima dell’alto valore civile, educativo, che i nostri beni culturali esercitano sulle nostre coscienze, quando come cittadini andiamo nei nostri musei ed entriamo in conversazione con essi.

giovedì 13 novembre 2008

Day Hospital

Diario di bordo. Annotazioni precedenti: Alla finestra, Un'estate particolare; L'arma del buonumore.





Aspetto il mio turno. Ho incontrato Giovanna, già compagna nel reparto di chirurgia. Lei ha già preso il suo cocktail di farmaci e non vede l’ora che la mandino a casa. Ci ritroviamo sedute nel corridoio con il cappello in testa - perché ormai siamo calve - il suo di panno grigio, il mio di lana colorata a righe, un po’ da rapper e un po’ anni trenta.
- Carino, l’hai fatto tu? – mi dice sua figlia. Giovanna è un bel po’ più grande di me, ha due figlie e i nipoti che sono dei ragazzi.
- Sì, ne ho fatti tanti, anche da casa e per la notte.
- Hum, un vero guardaroba! - . Ci scherziamo un po’.
Dal fondo del corridoio c’è una ragazza che avanza ma cammina male. Ha i jeans celesti, i capelli biondi tagliati sopra le spalle e uno zucchetto di lana sulla testa. E’ un’immagine chiara. Quando ci passa davanti mi accorgo che dei lacrimoni le cascano giù e le bagnano le mani.
- Quando tocca ai giovani… - borbotta Giovanna. Poi riusciamo a restare zitte per un pochino. Ci sono i genitori che l’accompagnano ma sono muti, come impotenti ed impietriti. Lei in questo momento è sola col suo dolore. Ripenso a quello che ho scritto e un’arma spuntata mi appare quella del buonumore. Qualcosa di superiore deve venire a sollevare l’anima che soffre.
Giovanna se n’è andata. Ora sto nella poltrona con il mio cocktail pronto. E’ venuta a tenermi compagnia mia sorella con una sua amica che abita proprio di fronte all’ospedale, di cui naturalmente sa tutto. Ci sono anche due uomini alle prese con la loro chemio, nell’unica stanza rimasta disponibile. Il signore accanto a me viene da Messina. Il suo male sta nella pelle e dice che è molto raro ed ha girato un po’ per il continente prima che capissero di che si trattava e approdare qui. Le mie accompagnatrici avide di conversazione cominciano a fargli domande sulla Sicilia: il pesce, la cucina, il pane che lo fanno ancora come una volta, e i vecchi mestieri che resistono e i giovani che non trovano lavoro, e il ponte che non si farà perché i lavori in Sicilia si cominciano ma non si finiscono mai ma i soldi sì.
Entra una suora, forse per dare un po’ di conforto ma dice:
- Che è un salotto? – e poi ci benedice.
Fuori sta facendo scuro e il cielo è gonfio di pioggia.
Quando finalmente vado via è una dottoressa che mi congeda. E’ giovane, carina, con i cappelli biondi tirati dietro e gli occhi chiari. Anche lei un’immagine chiara. Ha l’aria stanca, tirata.
Usciamo. C’è un gattone tigrato a pelo lungo con il petto bianco che presiede al lato della scalinata. L’amica di mia sorella sa tutto anche su di lui. La sua padrona abitava in un palazzo proprio di fronte e quando lei se n’è andata il gatto ha attraversato la strada e ora abita qui. Dina, la mia compagna dell’ultimo ricovero, quando la sera non le andava più il prosciutto lo metteva al fresco sul davanzale della finestra e poi la mattina glielo portava.
Piove ormai a dirotto. Ci salutiamo. Resto con mio marito e ci avviamo alla macchina. Mentre partiamo racconta che ha sorpreso la dottoressa che mi ha dimesso nella veranda che piangeva anche lei a dirotto al telefonino. Allora associo la pioggia che cade dal cielo e scivola sui vetri della macchina alle lacrime e penso che quella almeno laverà i marciapiedi sporchi di questa città.

martedì 11 novembre 2008

Potere assoluto: l’anomalia italiana




Abbiamo da poco assistito alle elezioni americane, dove la forma di governo è presidenziale. Potere assoluto spesso si dice per indicare il grado dell’autorità che è consegnata dai cittadini nelle mani del Presidente degli Stati Uniti. Come nel titolo di un film di Clint Eastwood, che ne immagina alcune possibili degenerazioni.
Da noi non è così, o meglio non dovrebbe essere così, perché siamo una repubblica parlamentare. Anzi di parlamenti i padri fondatori della repubblica ne pensarono, per maggior sicurezza, due: la Camera e il Senato. Il nostro Capo del Governo non dovrebbe avere il potere assoluto. Nelle nostre elezioni si vota in primis il rinnovo del Parlamento – una forzatura verso il presidenzialismo nelle ultime elezioni è stata il porre il nome del candidato premier nel simbolo - e delegazioni di tutte le formazioni politiche che hanno guadagnato seggi nel nuovo Parlamento sono consultate dal Capo dello Stato prima che quest’ultimo dia l’incarico per la formazione del nuovo governo. Queste procedure sottolineano che il nuovo Presidente del Consiglio non è eletto direttamente dal popolo ma emana dal nuovo Parlamento. Il Presidente del Consiglio non è il capo assoluto nemmeno del governo ma ne dirige la politica generale, promuove e coordina l’attività dei ministri. Il Parlamento deve sostenere il governo nel senso che la sua maggioranza ne vota la fiducia all’atto dell’insediamento ma svolge pure una funzione di controllo dell’azione governativa con interrogazioni, interpellanze, mozioni, inchieste e commissioni e naturalmente con la revoca della fiducia.
Di fatto, dopo le ultime elezioni il governo in carica si trova in una posizione di forza senza precedenti sia nella prima che nella seconda repubblica per la stragrande maggioranza di cui dispone in entrambe le camere del Parlamento, e il capo del governo in particolare, per la forte “personalità” del premier nella scelta e direzione dei suoi ministri. Ciò è potuto accadere non solo per il voto degli elettori ma anche per la legge elettorale, quella votata alla fine della legislatura 2001- 2006 dal precedente governo Berlusconi. La prima repubblica era andata avanti con il sistema proporzionale. Nella seconda si era avviato un cambiamento con un referendum, del 1993, che aveva promosso un avvio del maggioritario, pur restando il 25% di proporzionale. L’ultima legge elettorale varata per cambiare le regole del gioco pochi mesi prima di andare a votare, e la cui correzione il seguente governo Prodi, che ne ha fatto le spese, si è forse scordato di porre tra i suoi obiettivi iniziali, con il maggioritario rimesso da parte, i premi di maggioranza alle camere, le liste bloccate senza preferenze – per cui in certi collegi si può far eleggere chi si vuole - lo sbarramento al 5% ci ha consegnato un Parlamento povero di voci dove, di fatto, il governo può fare quel che vuole. E’ ricomparso addirittura Licio Gelli ad incitare il governo a fare quello che vuole, con la maggioranza che ha! Di fatto è potere assoluto.
Occorre dunque riflettere che un sistema parlamentare come quello italiano può essere mortificato nella sua essenza dinamica da una legge elettorale incongrua.
In un sistema che si dice parlamentare, nella scelta, seria, tra maggioritario e proporzionale, la funzione viva del Parlamento non deve mai venir meno.
Ci resta la pubblica opinione. Per esprimere critica e dissenso in maniera efficace. Oggi è il programma del governo sulla scuola a raccogliere un non gradimento trasversale degli italiani. La gente che non si lascia imbrigliare dalla politica spettacolo dei talk show sta attenta alla qualità della vita che le si prepara.

martedì 4 novembre 2008

L'arma del buonumore

Diario di bordo
Annotazioni precedenti: Alla finestra, Un’estate particolare.



Il viaggio questa volta è nella malattia. Una malattia sociale per la sua diffusione, il tumore al seno. Capita spesso di leggere sull’argomento, statistiche, linee guida della prevenzione e testimonianze delle donne che questo viaggio si sono trovate ad intraprendere. Il termine più usato è quello di lotta, e ad esso si associa spesso l’immagine delle amazzoni, anche per via della mutilazione più o meno estesa che dobbiamo subire. Personalmente quest’idea di donne guerriere, proprio ora che sto dentro la chemio, con i suoi attacchi di nausea e stanchezza, non mi aiuta. Forse dopo, quando si riprende la vita normale: ho letto di donne che poi hanno intrapreso una vita molto più attiva di prima, specie scegliendo uno sport da praticare. In questi giorni stanchi invece c’è un’arma leggera a portata di mano ed è un po’ di buonumore. Scoprirsi allegre nonostante tutto, contente di quel che possiamo fare nelle nostre giornate.

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