Forse solo una provocazione ma nell’insieme, con le reazioni suscitate, prende il sapore dell’apologo, che so la favola dei grillini e dei vecchi elefanti.
C’è il vecchio partito, pardon il nuovo partito, nato in conclusione dalla mera riunione di ds e margherita, con le sue vecchie cariatidi e telamoni ma anche con il suo saldo apparato organizzativo che però nelle ultime vicende elettorali ha saputo solo imboccare la via della perdita costante di voti. Grillo rappresenta la piazza come è già stato a Piazza Navona, quella piazza temuta e mai amata, diversa da quella orchestrata nell’ultima veltroniana manifestazione al Circo Massimo: questa è spontanea, irrequieta, perciò disorganizzata, ma non è vero che non sappia ciò che vuole. E’ una piazza moderna, responsabile, informata e consapevole. Su questo contrasto, proprio tra Grillo e il Pd, tra la piazza e il partito, forse si sta giocando una partita importante per il futuro e la democrazia del nostro Paese. Come non pensare che se accordo ci fosse si potrebbe raccogliere una marea di voti da sommergere anche il più amato dagli italiani? E che questa prospettiva non solletica affatto cariatidi e telamoni che hanno più a cuore il loro proprio futuro?
La piazza ha una programma concreto in quattro o cinque punti: se ne potrebbe discutere, e aggiungerne qualche altro. Il partito si definisce riformista ma poi programmi concreti i suoi candidati attuali non riescono a sfornarne e pensano soprattutto alle alleanze in Italia e in Europa, queste sì per loro sono cose fondamentali. Perché il loro riformismo prevede riforme da attuarsi chissà quando e i benefici derivanti ancor dopo.
Dicono che nel Pd manchi un Obama: appunto l’Obama di oggi mostra di saper coniugare idee ed ideali con provvedimenti concreti e adatti per il momento di crisi ma è una lezione che cariatidi e telamoni non sanno apprendere. Ecco perché hanno bisogno della piazza, che ricordi loro le esigenze concrete, attuali e perciò vivissime del Paese.



