La finestra da cui guardavo i tre palazzi, parallelepipedi, e il cielo, era quella della stanza in cui ho soggiornato nell’ultimo ricovero in ospedale dove ho fatto la mia prima chemio: è stata un’estate particolare marcata dagli interventi chirurgici per recidere il fiore nero di un nodulo al seno, con un nome dolce, neoplasia, e uno duro, carcinoma. Sarà ancora un tempo particolare, in cui sperimentare quel percorso ad ostacoli della terapia che deve seguire.
La paura iniziale, forte, aggressiva, è stata come un vaccino: non è che si diventi coraggiose, è solo che varcata la soglia invisibile, nel mondo parallelo della malattia, cerchiamo di affrontarla dando il nostro meglio e con quella naturalezza che sta dalla parte delle donne. Così mi è sembrato di scoprire anche nelle altre che ho fin qui ho incontrato e dedico loro questa mia pagina: in particolare a Giovanna, Maria Luisa, Lucilla, Manuela, Vincenzina,Elvira, Dina e Luciana. Di altre non ricordo il nome, o sono stati brevi incontri nei corridoi, alle macchine degli snack, perfino su nelle sale operatorie, mentre aspettavamo ormai sveglie di tornare giù. Sempre con la richiesta reciproca di un piccolo aiuto, una cortesia mai negata, la solidarietà che non è una favola, per fortuna esiste davvero. Ricordo con piacere le brevi chiacchierate che ci facevamo, attaccate alla flebo, quando restavamo sole nella stanza, in due o in tre, come collegiali o vecchie amiche che si ritrovano. E senza differenze d’età, dai novanta ai venti, purtroppo! Solo una, devo dire, ho trovato veramente scorbutica, ma aveva sia dietro che davanti sé un percorso d’interventi particolarmente pesante.
Più complesso il rapporto fuori dall’ospedale, dove il nostro ritrovarsi nella condizione di malati, ci fa confrontare continuamente con i sani intorno a noi. Per esempio, a noi non dispiace parlare di quello che ci sta accadendo, invece registriamo che gli altri non ne parlerebbero, vorrebbero evitare, per distrarci forse. Ma non vogliamo essere blanditi.